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mercoledì 25 giugno 2014 21:50

INPS: autismo, linee guida medico-legali

segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi del messaggio Inps n. 5544/2014,

L´Istituto Previdenziale ha inteso chiarire, con il messaggio 5544/2014, le linee guida circa la fattispecie comprendente i malati cronici affetti da "autismo". Con tale iniziativa di semplificazione l´Ente di previdenza ha inteso cessare una procedura che prevedeva l´effettuazione di visite mediche definibili "fotocopia" a distanza di pochi anni l´una dall´altra, per confermare lo stato di malattia cronica, non regredibile, per le patologie riconducibili appunto all´autismo, nella sua definizione di "grave disabilità sociale a carattere cronico evolutivo". Al fine di evitare ricorrenti disagi ai bambini e ragazzi, nonchè alle loro famiglie, i medici legali dell´Istituto dovranno attenersi nel non prevedere il requisito della rivedibilità fino al compiersi del diciottesimo anno, ai fini del riconoscimento della invalidità civile e dell´handicap. Per tale patologia, al contempo, è prevista, in alternativa, a valutazione discrezionale effettuata dai medici delle strutture specializzate del servizio sanitario nazionale ovvero accreditate, l´attestazione di un "disturbo dello spettro autistico di tipo lieve o border line con ritardo mentale lieve o assente". Da tale patologia medica purtroppo non si guarisce, per tale ragione il discrimine, sul quale l´Istituto previdenziale per mezzo dei propri medici tenta di cimentarsi, potrebbe rappresentare un terreno scivoloso e a rischio di errore, circa la scientificità ed inoppugnabilità di valutazioni di natura eminentemente discrezionale. Per scaricare il messaggio Inps cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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giovedì 1 dicembre 2011 14:43

L'illegittimo inquadramento del dipendente pubblico può essere annullato d'ufficio senza particolare motivazione

Consiglio di Stato

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L’interesse pubblico, connotato da specificità, concretezza ed attualità, all’annullamento d’ufficio dell’illegittimo inquadramento del dipendente pubblico è in re ipsa e non richiede particolare motivazione, dal momento che l’atto oggetto di autotutela produce un danno permanente per l’amministrazione, consistente nell’esborso di denaro pubblico senza titolo con ingiustificato vantaggio per il dipendente; né in tal caso rileva il tempo trascorso dall’emanazione del provvedimento illegittimo, considerato che l’interesse pubblico predetto prevale sulle posizioni – per quanto consolidate – del dipendente.

Consiglio di Stato

 
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L’interesse pubblico, connotato da specificità, concretezza ed attualità, all’annullamento d’ufficio dell’illegittimo inquadramento del dipendente pubblico è in re ipsa e non richiede particolare motivazione, dal momento che l’atto oggetto di autotutela produce un danno permanente per l’amministraz ... Continua a leggere

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lunedì 4 giugno 2012 20:42

Qualora il provvedimento in autotutela adottato dalla P.A. e' diretto ad evitare l'esborso di denaro pubblico senza titolo non e' necessaria una particolare motivazione in ordine alla prevalenza dell'interesse pubblico sull'affidamento ingenerato

Consiglio di Stato

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In tutte le ipotesi in cui l'interesse sotteso all'attività di autotutela consiste nell'evitare l'esborso di denaro pubblico senza titolo, vi è un condivisibile orientamento della giurisprudenza che individua l’interesse pubblico all'annullamento in re ipsa, non richiedendosi una particolare motivazione (Cons. Stato, V, 9.2.2001 n. 581). Sulla base di tale consolidato il Collegio ha rigetto l'eccezione sollevata dal ricorrente che nel caso di specie assumeva che nell'ipotesi in cui vengano incise situazioni giuridiche consolidatesi sulla base di precedenti atti adottati dalla stessa amministrazione, il provvedimento di autotutela deve essere non solo adeguatamente motivato, ma deve anche evidenziare l'esistenza di un pubblico interesse attuale e specifico alla sua adozione, diverso da quello inerente il mero ripristino della legalità violata e che, comunque, devono essere assicurate le garanzie procedimentali di cui all’articolo 7 della legge 241 del 1990. Il Consiglio di Stato, per contro, ha rilevato come nel caso in esame l'atto di autoannullamento, volto ad evitare l'utilizzo di risorse pubbliche per il finanziamento di una iniziativa imprenditoriale contrastante con la disciplina comunitaria, con vantaggio ingiustificato per la società appellata, risultava finalizzato al perseguimento di un interesse pubblico di naturale evidenza e del tutto cogente. Dal che discende, altresì, che il provvedimento non necessitava di particolare motivazione in ordine alla prevalenza del suddetto interesse sull'asserito affidamento ingenerato nella Società e ciò anche in considerazione della responsabilità della società nella redazione della documentazione, nonché del fatto che l'attività di autotutela si è dispiegata a non rilevante distanza di tempo dalla concessione del contributo.

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lunedì 25 marzo 2013 21:27

In caso di presentazione da parte dei privati di una proposta di modifica degli strumenti urbanistici vigenti, l’amministrazione non è tenuta ad attivare la relativa procedura in quanto l’interesse particolare del singolo ad ottenere una variante urbanistica di un piano urbanistico approvato, valido ed efficace è un interesse di mero fatto

Consiglio di Stato

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In linea generale il rito sul silenzio, previsto dall'art.117 c.p.a. (e prima dall’art 21 bis L. Tar n.1034/1971), si applica alle fattispecie nelle quali, a fronte di una potestà autoritativa dell'amministrazione, il privato è titolare di una posizione giuridicamente tutelabile e quindi di un interesse legittimo, a prescindere del fatto che l’attività consista nell'adozione di atti discrezionali o vincolati. Ciò posto, l’interesse edificatorio dell’appellante qualora sia contrastante con le norme del “Piano Strutturale (P.S.) e soprattutto con quelle del “Regolamento Urbanistico”(R.U.) ex la legge regionale Toscana n.1/2005, si risolve in un mero interesse di fatto, e non dà affatto luogo ad un interesse pretensivo ad ottenere una variazione della pianificazione. Le scelte di pianificazione urbanistica generale, discrezionalmente riservate alla sfera esclusiva propria dell’amministrazione in materia, sono finalizzate infatti ad un’espansione edilizia vivibile ed al soddisfacimento degli interessi pubblici generali in materia di verde, di attrezzature di scuole, di trasporti. Per questo, una volta esaurito l’iter normativamente previsto per l’approvazione del Regolamento Urbanistico, gli interessi legittimi -- di carattere non sostanziale ma procedimentale -- dei singoli proprietari restano assorbiti nell’ambito assolutamente indifferenziato di tutti gli altri interessi pubblici e privati coinvolti nel procedimento. In tali casi infatti, l'istanza del privato non implica solo la definizione di un suo peculiare ed esclusivo interesse, ma la modifica di un provvedimento definitivo di carattere generale. In tale scia, la L.R. Toscana n.1/2005, del tutto intenzionalmente e ragionevolmente, non disciplina affatto l’ipotesi delle singole richieste di variante. Deve, infatti, ritenersi che -- in base all’antico brocardo “"ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit” -- il legislatore regionale non ha ritenuto di dover ammettere affatto una tale possibilità, in relazione all’evidente necessità di salvaguardare le finalità programmatorie di interesse pubblico definite nel Regolamento Urbanistico. Pertanto in caso di presentazione da parte dei privati di una proposta di modifica degli strumenti urbanistici vigenti, l’amministrazione non è affatto tenuta ad attivare la relativa procedura (arg. ex Consiglio Stato sez. IV 08 agosto 2008 n. 3925), in quanto l’interesse particolare del singolo ad ottenere una variante urbanistica di un piano urbanistico approvato, valido ed efficace è un interesse di mero fatto, e come tale non può ricevere tutela giurisdizionale.

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In linea generale il rito sul silenzio, previsto dall'art.117 c.p.a. (e prima dall’art 21 bis L. Tar n.1034/1971), si applica alle fattispecie nelle quali, a fronte di una potestà autoritativa dell'amministrazione, il privato è titolare di una posizione giuridicamente tutelabile e quindi di un inte ... Continua a leggere

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martedì 16 aprile 2013 10:19

Per procedere all'annullamento in autotutela di un illegittimo provvedimento di inquadramento e' sufficiente l'esigenza di ripristinare la legalità violata

Consiglio di Stato

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In caso di annullamento d'ufficio di un illegittimo provvedimento di inquadramento, che abbia determinato ingiustificati oneri per l'Erario, non occorre una specifica motivazione sull'interesse pubblico all'intervento in autotutela, in quanto tale interesse è in re ipsa, ed è quello a risparmiare e ad evitare spese non giustificate in base alla normativa, il che significa che per procedere all'annullamento d'ufficio di un inquadramento illegittimo è sufficiente l'esigenza di ripristinare la legalità violata (in tal senso v. Cons. Stato, III, n. 5481/2012 e VI, n. 1550/2009).

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mercoledì 3 ottobre 2012 11:53

Provvedimento di rideterminazione del trattamento economico: l’esercizio del potere di autotutela è sorretto da valutazioni in re ipsa circa l’interesse pubblico ogni qualvolta miri a ripristinare un trattamento economico del dipendente conforme a norme imperative ed a vincoli di carattere finanziario

Consiglio di Stato

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Il provvedimento di rideterminazione del trattamento economico risponde all’interesse pubblico al corretto esborso di denaro pubblico per la retribuzione dei dipendenti: l’esercizio del potere di autotutela è sorretto, pertanto, da valutazioni in re ipsa circa l’interesse pubblico ogni qualvolta miri a ripristinare un trattamento economico del dipendente conforme a norme imperative ed a vincoli di carattere finanziario ( tra le tante, C.d.S., Sez.VI, 24.10.2010, n.8215; Sez. V, 22.3.2010, n. 1672). Non sussiste neppure la dedotta violazione delle norme che concernono la partecipazione dell’interessato al procedimento, in quanto ai sensi dell’art. 21 octies della l. 241/1990 l’omessa comunicazione di avvio del procedimento non inficia il provvedimento adottato quando l’Amministrazione dimostri in giudizio, come è avvenuto implicitamente nella fattispecie, che nessun altro risultato a sé favorevole era conseguibile dall’interessato mediante il suo apporto partecipativo (C.d.S., V Sez. 18.4.2012, n. 2257; C.G.A. 13.2.2012, n. 176; VI Sez. 22.12.2011, n. 6882).

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lunedì 5 marzo 2012 12:43

L'utilizzazione di un immobile ad ufficio pubblico non ne determina la modificazione della destinazione d'uso

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che l’utilizzazione di fatto di un immobile ad ufficio pubblico in forza di un contratto di diritto privato non può essere fonte di modificazione della destinazione d’uso derivante questa, infatti, da provvedimenti classificatori di natura autoritativa non modificabili o estinguibili da determinazioni negoziali: queste, per loro natura - contratto di locazione – hanno incorporata in sé una logica transitoria.

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martedì 17 aprile 2012 14:31

Concorsi pubblici: l’amministrazione gode di un ampio potere discrezionale nell’individuazione dei titoli di studio ritenuti indispensabili per l’ammissione ad un concorso pubblico

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che sussiste in capo all’amministrazione un ampio potere discrezionale nell’individuazione dei titoli di studio ritenuti indispensabili per l’ammissione ad un concorso pubblico, potere sindacabile sotto il profilo della legittimità solo nell’ipotesi di manifesta inadeguatezza, irragionevolezza, illogicità o arbitrarietà di tale scelta rispetto alle funzioni inerenti al posto messo a concorso, fattispecie che non si rinviene nel caso di specie. Inoltre quando un bando "richieda il possesso di un determinato titolo di studio per l'ammissione ad un pubblico concorso, senza prevedere il rilievo del titolo equipollente, non è consentita la valutazione di un titolo diverso, salvo che l'equipollenza non sia stabilita da una norma di legge. Il principio poggia sul dovuto riconoscimento in capo all'Amministrazione che indice la procedura selettiva di un potere discrezionale nella individuazione della tipologia del titolo stesso, da esercitare tenendo conto della professionalità e della preparazione culturale richieste per il posto da ricoprire" (Cons. di Stato, VI, 3 maggio 2010, n. 2494; 19 agosto 2009, n. 4994).

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lunedì 18 giugno 2012 08:08

Affinché un’area possa ritenersi sottoposta ad un uso pubblico è necessario oltrechè l’intrinseca idoneità del bene, che l’uso avvenga ad opera di una collettività indeterminata di persone e per soddisfare un pubblico, generale interesse

Consiglio di Stato

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L’esistenza di una limitata porzione privata di via non impedisce la natura complessivamente pubblica della strada e soprattutto non vale ad escludere o mettere in discussione l’utilizzazione ad un uso pubblico indiscriminato della strada stessa, in presenza, s’intende degli elementi di giudizio che tale uso pubblico concorrono ad evidenziare. L’argomento introdotto consente di precisare come la problematica giuridica oggetto della presente controversia coinvolge due profili, quello della proprietà della strada e quello dell’utilizzazione della strada stessa, se all’uso generale della collettività oppure a quello dei soli abitanti frontisti. Fermo restando che per l’acquisto del carattere demaniale, sono prescritti specifici requisiti (Cons. Stato, Sez. V, 24 maggio 2007 n.2618), secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, costituisce strada pubblica quel tratto viario avente finalità di collegamento, con funzione di raccordo o sbocco su pubbliche vie ( Cass. Civ., Sez. II, 7 aprile 2000 n.4345; idem, 28 novembre 1988 n.6412) nonché l’essere destinata al transito di un numero indifferenziato di persone (Cons. Stato, Sez. V, 7 dicembre 2010 n.8624). In particolare, sotto quest’ultimo aspetto, un’area privata può ritenersi assoggettata ad uso pubblico di passaggio quando l’uso avvenga ad opera di una collettività indeterminata di soggetti considerati uti cives , ossia quali titolari di un pubblico interesse di carattere generale , e non uti singuli ossia quali soggetti che si trovano in una posizione qualificata rispetto al bene gravato (Cons. Stato, Sez. V, 14 febbraio 2012 n.728). Del pari, la giurisprudenza ha avuto cura di precisare come l’adibizione ad uso pubblico di un’area possa avvenire mediante la c.d. dicatio ad patriam, con il comportamento del proprietario che mette il bene a disposizione della collettività indeterminata di cittadini, oppure con l’uso del bene da parte della collettività indifferenziata protratto per lunghissimo tempo, di talchè il bene stesso viene ad assumere caratteristiche analoghe a quelle di un bene demaniale (Cass. Civ., Sez. II, 21 maggio 2001 n.6924; idem, 13 febbraio 2006 n.3075). Insomma, la giurisprudenza con gli enunciati sopra esposti afferma che perché un’area possa ritenersi sottoposta ad un uso pubblico è necessario oltrechè l’intrinseca idoneità del bene, che l’uso avvenga ad opera di una collettività indeterminata di persone e per soddisfare un pubblico, generale interesse.

Consiglio di Stato

 
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L’esistenza di una limitata porzione privata di via non impedisce la natura complessivamente pubblica della strada e soprattutto non vale ad escludere o mettere in discussione l’utilizzazione ad un uso pubblico indiscriminato della strada stessa, in presenza, s’intende degli elementi di giudizio ch ... Continua a leggere

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sabato 20 ottobre 2012 14:24

Trasporto pubblico locale: rientrano nella giurisdizione del giudice ordinario le controversie aventi ad oggetto la pretesa delle imprese esercenti servizi di trasporto pubblico locale di conseguire l’integrale compensazione dei costi sostenuti per espletare le prestazioni obbligatorie del servizio pubblico qualora non sufficientemente coperti dai corrispettivi fissati nei contratti di servizio

TAR Campania

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Nella sentenza in esame il TAR ha richiamato la consolidata giurisprudenza che ha reiteratamente avuto modo di esaminare casi simili negando la sussistenza della giurisdizione amministrativa – in favore di quella ordinaria – nelle controversie, quale quella in esame, che hanno ad oggetto la pretesa di imprese che operano nel trasporto pubblico locale di ottenere il pagamento dei così detti “obblighi di compensazione” (cfr. decisioni della Sezione n. 2644 del 16 maggio 2011, n. 5674 del 6 dicembre 2011, n. 1613 del 4 aprile 2012 e n. 3320 del 10 luglio 2012). Nella pronuncia ora menzionata – dalla quale il Collegio non ha motivo di discostarsi – la Sezione ha stabilito che la pretesa delle imprese esercenti servizi di trasporto pubblico locale di conseguire l’integrale compensazione dei costi sostenuti per espletare le prestazioni obbligatorie del servizio pubblico in quanto non sufficientemente coperti dai corrispettivi fissati nei contratti di servizio stipulati, rifluisce nell’ambito della riserva al Giudice ordinario della cognizione delle pretese di diritto soggettivo concernenti le indennità, i canoni e gli altri corrispettivi del servizio pubblico (art. 133, comma 1, lett. c), c.p.a., a poco rilevando se il servizio è svolto in regime concessorio o solo autorizzatorio), trattandosi, a tutti gli effetti ed in ogni caso, al di là delle più o meno sottili distinzioni verbali, di corrispettivi pretesi a fronte dello svolgimento della prestazione di servizio pubblico, invocati, inoltre, in chiave di (asserito) riequilibrio del sinallagma contrattuale con riferimento al momento esecutivo-adempitivo del rapporto, in un’ottica assimilabile a un sorta di eccezione di eccessiva onerosità sopravvenuta. Sulla specifica questione oggetto di causa, peraltro, soccorre la recente pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 397 del 2011), che ha affermato la giurisdizione del giudice ordinario sulle controversie relative all’accertamento del diritto, a norma del regolamento CEE n. 1191/69 (modificato dal regolamento CEE n. 1893/91), alla compensazione degli oneri economici sostenuti per l’adempimento degli obblighi di servizio pubblico derivanti dalle concessioni assentite e dai contratti di servizio conclusi. In proposito la Cassazione ha messo in luce l’irrilevanza “che il diritto soggettivo possa insorgere all’esito di un procedimento di accertamento dei suoi presupposti legali…, essendo sufficiente a radicare la giurisdizione del giudice ordinario la circostanza che non siano ravvisabili nel procedimento di accertamento momenti di ponderazione comparativa degli interessi privati e pubblici in gioco”. “Diversa questione – ha altresì precisato il Giudice della giurisdizione - è se il diritto sia in concreto sorto, per la realizzazione effettiva di quelle condizioni (e che ben possono essere accertate, ove contestate, dal giudice ordinario): ma questo fonda non la giurisdizione ma, nel merito, il credito”.

TAR Campania

 
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Nella sentenza in esame il TAR ha richiamato la consolidata giurisprudenza che ha reiteratamente avuto modo di esaminare casi simili negando la sussistenza della giurisdizione amministrativa – in favore di quella ordinaria – nelle controversie, quale quella in esame, che hanno ad oggetto la pretesa ... Continua a leggere

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lunedì 4 marzo 2013 10:31

L’interesse del socio privato all’ottenimento, da parte della società mista, della commessa pubblica, è un interesse riflesso e mediato che non legittima la proposizione di un autonomo ricorso contro i provvedimenti sfavorevoli alla società, ma al più un’intervento ad adiuvandum

Consiglio di Stato

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Si censura con il ricorso in esame, tra l'altro, la statuizione del giudice di prime cure a tenore della quale “la qualità di socio di società commerciali non è idonea ad individuare e radicare in capo al singolo socio interessi legittimi distinti da quelli della società nei confronti di atti che ledano gli interessi della stessa; la posizione di socio non legittima pertanto la proposizione di un autonomo ricorso avverso provvedimenti sfavorevoli alla società, potendo al più giustificare un intervento ad adiuvandum nel giudizio instaurato dalla società (Cfr. CdS, VI, 8 febbraio 2012, n. 676; CGARS, 13 luglio 1999, n. 339….)”. Il Consiglio di Stato rileva sul punto come nella gara cd a doppio oggetto, l’amministrazione che promuove la costituzione della società mista, sceglie il suo socio attraverso una procedura pubblica (il primo oggetto è dunque la qualità di socio) al fine di affidare allo stesso compiti operativi di rilievo economico, di interesse dell’amministrazione (è questo il secondo oggetto). Il socio operativo dunque prende parte alla società mista non perché vuole condividere il rischio dell’intrapresa, com’è comune per i soci di una società commerciale, ma perché vuole svolgere i compiti operativi di cui il proprio partner pubblico necessita. Lo schema societario contiene e veicola per il socio privato le utilità del contratto di appalto. Se questo è vero, allora, l’interesse sostanziale (cd bene della vita) del socio privato aggiudicatario della gara a doppio oggetto, è ben diverso da quello del partner pubblico, in specie ove quest’ultimo coincida con la stessa amministrazione aggiudicatrice. Resta da vedere come questo interesse sostanziale è protetto direttamente dall’ordinamento: se cioè quest’ultimo, in caso di asserita violazione delle norme che disciplinano l’affidamento dei contratti pubblici, riconosca al partecipante una posizione giuridica di interesse legittimo autonoma rispetto a quella evidentemente riconosciuta alla società partecipata. La risposta è negativa. Non v’è dubbio che interessi legittimi autonomi sussistano in ordine alla procedura di evidenza pubblica con il quale l’aspirante socio è scelto; superata questa fase e costituita la società, il socio ne diviene parte, e pur conservando la propria generale soggettività giuridica, affida esclusivamente alla società la realizzazione della missione statutaria affinchè questa agisca come nuovo ed unico soggetto nei rapporti con gli altri soggetti dell’ordinamento. I patti interni e la regolazioni dei rispettivi interessi dei soci che partecipano all’intrapresa comune, stimolate dalla diverse e concrete motivazioni che spinge ciascuno di loro, costituiscono il modo per assicurare all’intermo della compagine sociale, una ripartizione dei compiti e delle responsabilità corrispondenti o compatibili con la causa concreta della partecipazione di ognuno, ma non assumono rilevanza esterna nei rapporti con il committente pubblico il quale non può che relazionarsi sul piano giuridico esclusivamente con la società. L’interesse sostanziale ad assumere compiti operativi è quindi tutelato attraverso il riconoscimento di interessi legittimi nella fase preliminare di gara ed in quella endo-societaria di assegnazione del ruolo posto a base di gara, ma una volta costituito il nuovo soggetto al quale l’amministrazione aggiudicatrice dovrà direttamente affidare la commessa – ferme le posizioni giuridiche endosocietarie - è questo e solo questo che può dolersi di un successivo e cattivo esercizio del potere che abbia condotto, in concreto, al mancato affidamento. Non già per un motivo processuale o per la sussistenza di uno schermo societario che impedisce la tutela dei reali interessi, ma perché l’aspirazione in ordine all’affidamento diretto costituisce per il socio un’aspettativa di natura economica esposta fisiologicamente al rischio di impresa, anche se presidiata da interessi legittimi riconosciuti in capo alla società che senz’altro tale rischio riducono (è proprio questo il motivo per il quale il socio privato è scelto a mezzo di procedura di evidenza pubblica). Che poi tali posizioni giuridiche siano effettivamente ed efficacemente tutelate dalla società e dal suo amministratore è problema che attiene, come accennato, all’ambito endosocietario. Potrebbe giungersi a soluzioni diverse solo sostenendo che, anche in questo caso, come nell’appalto pubblico, il privato è scelto direttamente e da subito, dall’amministrazione, quale aggiudicatario: la tesi non è pero sostenibile atteso che la società mista si presenta comunque come uno strumento di partneriato pubblico-privato istituzionalizzato (PPPI), dotato di personalità giuridica propria, per la realizzazione e/o gestione di un’opera pubblica o di un servizio, in virtù del quale il socio pubblico assume un ruolo imprenditoriale e profili di rischio così come il socio privato, e tra i profili di rischio, per entrambi sussistenti, rientra anche quello che la società compartecipata non ottenga le commesse per le quali è stata costituita, o soccomba nel giudizio teso all’ottenimento di quelle commesse. In conclusione, può affermarsi, in adesione a quanto statuito dal giudice di prime cure ed alla giurisprudenza da egli richiamata, che l’interesse sostanziale del socio privato all’ottenimento, da parte della società mista, della commessa pubblica, è un interesse riflesso e mediato che non assurge ad interesse legittimo e può pertanto essere condotto nel processo amministrativo solo attraverso l’intervento ad adiuvandum, impregiudicata restando, ovviamente, l’esperibilità di altri strumenti di tutela civilistici in ambito endosocietario (si pensi all’azione di responsabilità, esperibile dai soci ai sensi dell’art 2393 bis, o dal singolo socio direttamente danneggiato, ex art. 2395 c.c.). E’ del resto la soluzione che, seppur in tema di accesso, la Sezione ha già dichiarato preferibile proprio con riferimento ad un contenzioso instaurato da Consorzio 2050 (cfr. Sez. IV, 4 settembre 2012, n. 4671).

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Si censura con il ricorso in esame, tra l'altro, la statuizione del giudice di prime cure a tenore della quale “la qualità di socio di società commerciali non è idonea ad individuare e radicare in capo al singolo socio interessi legittimi distinti da quelli della società nei confronti di atti che l ... Continua a leggere

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domenica 27 ottobre 2013 10:19

L’interesse ad impedire l’altrui attività imprenditoriale non e' meritevole di tutela

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

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Non è data alcuna legittimazione ad agire in giudizio per ragioni anticoncorrenziali (come già stabilito nella sentenza 15 febbraio 2013, n. 940), e' questo il principio affermato nella sentenza attenzionata con la quale il Consiglio di Stato ha rilevato come nell’edilizia l’unico interesse che legittima i controinteressati ad agire è quello afferente al pregiudizio discendente da titoli ampliativi rilasciati in favore di altri. Il quale pregiudizio discende a sua volta da un legame qualificato tra beni di proprietà del controinteressato e l’intervento edilizio assentito, espresso dal concetto di vicinitas (solo per citare le più recenti pronunce espressive di questo indirizzo cfr. C.d.S., Sez. IV, 6 agosto 2013, n. 4148; 8 luglio 2013, n. 3596; 1 luglio 2013, n. 3543; 4 giugno 2013, n. 3055; 26 marzo 2013, n. 1693; Sez. V, 21 maggio 2013, n. 2756; Sez. VI, 11 settembre 2013, n. 4493). Si tratta dunque di un interesse antagonista all’altrui intervento edilizio, il quale assume i caratteri di differenziazione e qualificazione necessari a dare ingresso alla tutela giurisdizionale. In particolare, tale differenziazione è ravvisabile nel fatto che l’intervento è in ipotesi lesivo di beni appartenenti a soggetti ben determinati, consistenti alternativamente nella salvaguardia della qualità della vita ambiente o nella tutela del valore della proprietà fondiaria, in ipotesi pregiudicati a causa del suddetto intervento. E’ poi quasi superfluo rilevare che i beni di cui sopra sostanziano interessi qualificati, ovvero presi in considerazione e protetti da norme di legge. Per contro, i connotati di differenziazione e qualificazione sopra esaminati non sono ravvisabili in capo al concorrente che si oppone all’altrui avvio di un’attività imprenditoriale, ancorché a sostegno del diniego edilizio dell’amministrazione. Infatti, l’interesse ad impedire l’altrui attività imprenditoriale non è oggetto di positiva valutazione da parte dell’ordinamento giuridico, giacché esso si pone in frontale contrasto con i trattati europei, al cui rispetto gli Stati membri sono tenuti, i quali hanno elevato la concorrenza a valore fondamentale dell’Unione. Pertanto, il Consiglio di Stato ha ritenuto di dar seguito al principio della citata pronuncia di questa Sezione 15 febbraio 2013, n. 940, secondo cui tale interesse è “non meritevole di tutela”.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

 
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venerdì 23 marzo 2012 13:31

Solo peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico possono derogare alla regola generale che subordina l'instaurazione di un rapporto d'impiego con un ente pubblico alla partecipazione ad un concorso pubblico

Consiglio di Stato

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A termini dell’art. 5, comma 18, della legge 8 gennaio 1979, n. 3, per la instaurazione di un valido rapporto di impiego con un ente pubblico è necessaria la partecipazione ad un concorso o ad una prova selettiva pubblica, perché il concorso pubblico, quale meccanismo imparziale di selezione tecnica e neutrale dei più capaci sulla base del criterio del merito, costituisce la forma generale e ordinaria di reclutamento per le pubbliche amministrazioni, nonché un ineludibile presidio delle esigenze di trasparenza e di efficienza dell'azione amministrativa. Le eccezioni a tale regola consentite dall'art. 97 della Costituzione possono essere disposte solo con legge e debbono rispondere a “peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico” (Corte Costituzionale, sentenza n. 81, del 22.2.2006) …”altrimenti la deroga si risolverebbe in un privilegio a favore di categorie più o meno ampie di persone” (Corte Costituzionale, sentenza n. 205 del 17.5.2006).

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lunedì 9 marzo 2015 20:24

Appalti: l'Amministrazione può sospendere, annullare o revocare in sede di autotutela la procedura di gara e l’aggiudicazione se sussiste l’interesse pubblico alla eliminazione di atti illegittimi o non più rispondenti all’interesse pubblico medesimo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 9.3.2015

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 9 marzo 2015 ha affermato che in materia di contratti pubblici, l’amministrazione può sospendere, annullare o revocare in sede di autotutela la procedura di gara e l’aggiudicazione se sussiste l’interesse pubblico alla eliminazione di atti illegittimi o non più rispondenti all’interesse pubblico medesimo, salvo naturalmente il rispetto dei principi di correttezza, che nel caso in esame risultano essere stati rispettati.Invero, il venir meno, in corso di gara, della corrispondenza tra quanto offerto in vendita e l’effettiva situazione dell’immobile integra indubbiamente un valido presupposto per l’annullamento in autotutela della gara, essendo uno dei principi cardine delle pubbliche gare l’immutabilità dell’oggetto della gara posta a tutela della par condicio dei concorrenti.Ne consegue che la disponibilità manifestata dall’appellante a modificare i termini dell’offerta in relazione al minor valore dell’immobile perché gravato da vincoli reali non poteva trovare ingresso, non essendo stata prevista una tale facoltà nell’avviso della gara di cui trattasi.Per scaricare gratuitamente la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 9.3.2015

 
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martedì 31 gennaio 2012 06:55

Decide il giudice amministrativo sulla procedura ad evidenza pubblica e aggiudicazione a terzi di un immobile pubblico

Consiglio di Stato

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Sussiste la giurisdizione del Giudice amministrativo sulla richiesta diretta all'impugnazione degli atti di indizione di una procedura ad evidenza pubblica e aggiudicazione a terzi di un bene immobile pubblico. La domanda è infatti principalmente rivolta all'accertamento della nullità degli atti della procedura, che sono espressione di attività pubblicistica provvedimentale rispetto ai quali la posizione del privato riveste carattere di interesse legittimo, e soltanto in via consequenziale all'annullamento del contratto di compravendita.

Consiglio di Stato

 
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lunedì 31 marzo 2014 14:14

Compiti del commissario ad acta: il Consiglio di Stato affronta i nodi irrisolti dell’ottemperanza alle sentenze restitutorie di aree occupate e utilizzate dalla pubblica amministrazione a seguito di procedure espropriative divenute illegittime

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

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Il reclamo proposto offre il destro alla Quarta Sezione del Consiglio di Stato di affrontare alcuni nodi irrisolti sul tema dell’ottemperanza alle sentenze restitutorie in materia di aree occupate e utilizzate dalla pubblica amministrazione a seguito di procedure espropriative divenute illegittime.1. Il primo tema riguarda i compiti del commissario ad acta, messi a confronto con le ordinarie attribuzioni dell’amministrazione e con le residue attribuzioni a questa spettanti. La vicenda scaturisce dalla circostanza che il commissario, insediandosi, ha nominato un responsabile del procedimento per lo svolgimento degli atti necessari alla restituzione delle aree, richiamandosi espressamente alla disciplina generale del procedimento amministrativo e ritenendo, in tal modo, di essere rimasto nelle proprie competenze.Ritiene la Sezione che la questione debba essere scrutinata tenendo presente la struttura bifasica di tale vicenda, dove si assiste all’intersecarsi di due procedure, quella processuale dell’ottemperanza al giudicato e quella procedimentale di svolgimento dell’ordinaria funzione amministrativa, che si pongono su piani diversi, astrattamente non incompatibili, ma in concreto spesso contrastanti.Va immediatamente evidenziato come la disciplina del codice del processo amministrativo, chiarendo il ruolo del commissario ad acta, ha espressamente precisato che questi è un ausiliario del giudice, nominato al fine esplicito di sostituire l’amministrazione (art. 21 dove si legge che il giudice “se deve sostituirsi all'amministrazione, può nominare come proprio ausiliario un commissario ad acta”). Ne discende che la fattispecie dell’esecuzione tramite commissario risulta costruita in modo del tutto differenziato da quella dell’esecuzione tramite la riedizione del potere amministrativo, essendo diversi il potere esercitato (nel primo caso, discendente dalla sentenza e limitato temporalmente dall’actio iudicati; nel secondo, derivante dalle attribuzioni normative dell’ente e tendenzialmente immanente), il soggetto titolare (nel primo caso, l’ausiliario del giudice come regolato nel codice del processo amministrativo; nel secondo, il responsabile secondo la legge sul procedimento) e il regime degli atti adottati (nel primo caso, disciplinato dal codice anche nei suoi profili impugnatori; nel secondo, dalla normativa generale). Insomma, due ordini operativi e normativi del tutto distinti.In linea teorica è quindi del tutto concepibile che, in una fattispecie di esecuzione, si trovino ad agire sia il commissario ad acta sia il responsabile del procedimento, trattandosi di due figure che rilevano in ambiti ontologicamente differenti. Tuttavia, quando dall’astratta compatibilità, si ricada in situazioni in cui i provvedimenti assunti siano tra loro contrastanti, è evidente che dovrà prevalere l’azione del commissario che, come espressamente afferma il codice del processo amministrativo, sostituisce, e quindi esautora, l’amministrazione nell’adozione degli atti in concreto.Il chiarimento sulla diversa portata dei compiti dei soggetti agenti e sulle ipotetiche reciproche interferenze delle discipline processuale e procedimentale deve essere ora riversata nella fattispecie oggetto di esame.Venendo allora al primo tema, le osservazioni svolte portano a escludere che sia compito del commissario ad acta insediato quello di procedere a nominare un responsabile del procedimento amministrativo. Infatti, in quanto ausiliario del giudice, il commissario ha egli stesso il dovere di provvedere (come dice l’art. 21, è il commissario il sostituto dell’amministrazione, e non l’amministrazione il sostituto di se stessa) e quindi non ha il potere di ulteriormente subdelegare, se non autorizzato dal giudice stesso, visto che la fonte del potere esercitato deriva unicamente dalla sentenza o dall’atto di nomina, ossia dal complesso normativo del processo e non dal piano disciplinare della legge n. 241 del 1990. Tale inquadramento, oltre a rendere del tutto irrilevante la valutazione della censura proposta sulla mancata partecipazione al procedimento da parte dell’interessato, che non ha fondamento in relazione alla natura giurisdizionale dell’azione del commissario, rende palese come la nomina operata dal commissario ad acta di un responsabile del procedimento appaia illegittima in sé, perché data in assenza di una formale attribuzione.Delle possibili conseguenze di tale illegittimità ne vanno qui esaminate solo due.In ordine al regime degli atti del responsabile del procedimento, appare arduo far discendere automaticamente dall’illegittimità della nomina anche l’illegittimità derivata di tutti i provvedimenti assunti. Deve, infatti, ricordarsi che il responsabile del procedimento è figura generale dell’azione amministrativa, per cui il Comune avrebbe comunque dovuto nominarlo per procedere alla restituzione dell’area, originariamente disposta dalla sentenza di cognizione di questa Sezione. Pertanto, sebbene la detta nomina si sia avuta in assenza di un’effettiva autorizzazione, essa ha comunque trovato sede nell’ambito del canone ordinario di azione dell’amministrazione, così impedendo che gli atti compiuti dal responsabile del procedimento possano considerarsi ex se invalidi per il solo anomalo modus procedendi. Qualora la nomina non sia contestata sotto altri profili (e in specie sotto quelli che riguardano l’idoneità soggettiva del nominato responsabile), deve valorizzarsi il profilo d’imputazione diretta degli atti all’amministrazione, rendendo quindi recessivo il profilo delle modalità di scelta. L’eventuale invalidità degli atti compiuti dovrà pertanto fondarsi su una loro connotazione patologica oggettiva, e non sic et simpliciter dalla circostanza che la nomina sia stata fatta dal commissario.In ordine all’operato del commissario, deve evidenziarsi come la conseguenza giuridica di questa iniziativa si collochi su un piano diverso da quello dell’invalidità degli atti e attenga al riconoscimento del compenso spettante, poiché il commissario, essendosi avvalso senza autorizzazione di ausiliari, non potrà essere retribuito per mansioni effettivamente svolte da terzi.1.2. - Il secondo tema da valutare attiene all’avvenuta interruzione del procedimento di cui all’art. 42 bis del testo unico sull’espropriazione, interruzione causata proprio dall’insediamento del commissario ad acta. Deve cioè valutarsi se nel caso in esame l’amministrazione avrebbe potuto legittimamente continuare o meno nella procedura di acquisizione.Osserva la Sezione, riprendendo le osservazioni in merito alla differenza del piano processuale rispetto a quello procedimentale, che la detta interruzione non avesse alcuna ragione d’essere, ben potendo il Comune continuare nel peculiare procedimento ivi disciplinato.A tal fine va osservato come si sia oramai consolidato l’insegnamento per cui l’ente pubblico possa procedere al recupero della legittimità violata secondo una serie di scansioni derivanti dall’ordinamento, ben note al Comune di Olbia, parte del procedimento da cui è scaturita la sentenza n. 4970 del 2 settembre 2011 di questa Sezione dove si legge: “l'amministrazione può legittimamente apprendere il bene facendo uso unicamente dei due strumenti tipici, ossia il contratto, tramite l'acquisizione del consenso della controparte, o il provvedimento, e quindi anche in assenza di consenso ma tramite la riedizione del procedimento espropriativo con le sue garanzie. L'illecita occupazione, e quindi il fatto lesivo, permangono quindi fino al momento della realizzazione di una delle due fattispecie legalmente idonee all'acquisto della proprietà, indifferentemente dal fatto che questo evento avvenga consensualmente o autoritativamente. A questi due strumenti va altresì aggiunto il possibile ricorso al procedimento espropriativo semplificato, già previsto dall'art. 43 del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327 "Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità" ed ora, successivamente alla sentenza della Corte costituzionale, 8 ottobre 2010, n. 293, che ne ha dichiarato l'illegittimità costituzionale, nuovamente regolamentato all'art. 42 bis dello stesso testo, come introdotto dall'articolo 34, comma 1, del D.L. 6 luglio 2011 n. 98 "Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria", convertito in legge 15 luglio 2011 n. 111”.In questo ventaglio di opportunità, si collocano le diverse possibilità offerte al commissario ad acta e alla stessa amministrazione, le cui attribuzioni vanno qui esaminate, in particolare vagliando la possibilità che sia l’ausiliario del giudice, in sostituzione dell’ente pubblico, a poter provvedere a norma dell’art. 42 bis. La Sezione non ignora come sia rinvenibile in giurisprudenza un orientamento che addirittura impone al commissario ad acta di attivarsi in tal senso (Consiglio di Stato, sez. VI, 1 dicembre 2011, n. 6351), ma intende evidenziare le ragioni che fanno apparire impraticabile tale soluzione, sulla scorta di una ricostruzione istituzionale dei poteri del giudice in merito.Infatti, se è vero che, in sede di ottemperanza, il giudice amministrativo può sostituire l’amministrazione anche nelle scelte che toccano il merito dell’azione, è anche vero che il giudizio di ottemperanza altro non è che il portato esecutivo del giudizio di cognizione. Quindi, se è pacifico che il giudice dell’ottemperanza è vincolato dal contenuto della sentenza da eseguire, è del pari evidente che la sentenza di cognizione ottemperanda è a sua volta legata ai limiti dati dalla domanda proposta dalla parte in sede di ricorso introduttivo. Si tratta cioè di un rapporto di successiva delimitazione e progressiva messa a fuoco, dal quale non si può prescindere se non dimenticando le interconnessioni tra i vari momenti del processo.Trasponendo tali lineari considerazioni nel caso concreto dell’esecuzione di sentenza di annullamento di una procedura espropriativa, si è di fronte ad una vicenda così riassumibile: la domanda posta è una domanda demolitoria degli atti espropriativi; l’accoglimento della domanda, cui consegue l’annullamento della procedura e il contestuale riconoscimento della mancata acquisizione alla mano pubblica della proprietà, comporta l’obbligo della restituzione del bene illegittimamente sottratto; stante l’inerzia dell’amministrazione, il giudice dell’ottemperanza deve muoversi con i poteri di merito e nell’ambito dei limiti della domanda proposta e accolta.Appare quindi arduo immaginare che, di fronte alla domanda introdotta in giudizio e ivi considerata fondata, ossia alla domanda di declaratoria d’illegittimità della procedura espropriativa, il giudice dell’ottemperanza, chiamato dal ricorrente insoddisfatto a conseguire quanto ha diritto, decida nel senso di ordinare all’amministrazione di provvedere ex art. 42 bis. Si assisterebbe alla singolare situazione per cui lo stesso giudice, che in sede di cognizione ha ritenuto che il bene dovesse essere restituito al legittimo proprietario, in sede di ottemperanza ordinerà invece all’amministrazione di impossessarsi dello stesso bene, anzi addirittura la sostituirà, mandando un suo ausiliario a mettere in atto tale proposito.Un tale anomalo esito, della cui coerenza con l’art. 24 della Costituzione è lecito dubitare, può essere invece superato se si tiene presente che l’unico obbligo scaturente dalla sentenza è quello di restituzione del bene, mentre le altre opzioni (come esaurientemente indicate nella citata sentenza n. 4970 del 2 settembre 2011) sono rimesse alle scelte dell’amministrazione, visto che si pongono su un piano diverso da quello dell’esecuzione del giudicato (in questo senso, Consiglio di Stato, IV, 30 settembre 2013, n. 4868).La Sezione non ignora che, a seguito delle modifiche intervenute in tema di quantificazione delle indennità e dei risarcimenti spettanti a seguito di procedure espropriative illegittime, gli interessi economici delle parti possano seguire percorsi diversi da quelli immaginati originariamente dal legislatore, tanto da far ritenere vantaggioso per gli espropriati il ricorso alla procedura di cui all’art. 42 bis, ma proprio la maggiore incidenza economica di tale provvedimento impone che sia lasciata all’amministrazione la ponderazione comparativa delle alternative disponibili (e seppure non potendo non sottolineare come, nel caso in esame, la sproporzione tra la prima determinazione del valore venale considerato nella perizia depositata il 23 settembre 2005 – pari a €. 350 al mq - e quella proposta con l’atto di avvio del procedimento di acquisizione sanante – oscillante tra le somme di €. 156,94 e €. 104,63 al mq – non abbia certo favorito la soluzione della controversia).Pertanto, tirando le fila del discorso, il commissario ad acta ha il compito di restituire, nella sua materialità, il bene appreso, mentre spetta all’amministrazione valutare le ulteriori ipotesi di riconduzione a diritto della fattispecie illegittima, con lo strumento consensuale contrattuale come pure con lo strumento autoritativo, ambito in cui si colloca il procedimento accelerato di cui all’art. 42 bis. Appare pertanto del tutto non condivisibile l’operato del commissario ad acta e quello dell’amministrazione che hanno interrotto, basandosi sul mero fatto dell’insediamento dell’ausiliario del giudice, il diverso procedimento di acquisizione sanante, ossia di una tipologia di azione amministrativa non intaccata dal giudicato formatosi. Per continuare nella lettura della sentenza cliccare su "Accedi al provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

 
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venerdì 15 giugno 2012 10:59

Gli Ordini professionali hanno legittimazione ad impugnare gli atti delle procedure di evidenza pubblica quando l’interesse fatto valere sia quello all’osservanza di prescrizioni a garanzia della par condicio dei partecipanti

Consiglio di Stato

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Il giudizio in esame verte sugli atti con i quali un Comune ha affidato, mediante procedura negoziata senza pubblicazione del bando, indetta ai sensi dell’art. 91 del D.Lgs 12 aprile 2006, n. 163, l’incarico di progettazione, esecuzione e direzione dei lavori per la costruzione di una struttura polifunzionale d’interesse comprensoriale destinata ad attività sportive e ricreative. Con la sentenza di prime cure il Tribunale ha accolto il ricorso proposto dall’Ordine degli Ingegneri, dall’Ordine degli Architetti pianificatori paesaggistici e Conservatori e dall’Ordine dei Geologi. Il Consiglio di Stato ha confermato sul punto la sentenza di primo grado rilevando come non colga nel segno la censura volta a dedurre il difetto di legittimazione degli Ordini professionali in ragione del contrasto sussistente tra gli interessi degli iscritti invitati alla procedura di selezione del contraente e gli interessi degli altri professionisti rappresentati. Ad avviso della Sezione la ricorrenza di tale supposto conflitto va verificata in relazione all’interesse istituzionale astrattamente perseguito, con la conseguenza che l’ente esponenziale, chiamato alla tutela dell’interesse collettivo inscindibilmente traguardato e non alla sostituzione processuale dei singoli portatori degli interessi individuali, è legittimato a reagire avverso i provvedimenti lesivi dell’interesse della collettività senza che assuma rilievo il vantaggio tratto dagli specifici professionisti iscritti. Merita condivisione, al riguardo, la pronuncia dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato n. 10 del 3 giugno 2011, che ha riconosciuto la legittimazione dell’Ordine in caso di conflitto tra l’interesse istituzionale leso dall’atto ed il beneficio contingente ricavato dai singoli professionisti. In questa prospettiva è stata riconosciuta la legittimazione degli Ordini ad impugnare gli atti delle procedure di evidenza pubblica quando l’interesse fatto valere sia quello all’osservanza di prescrizioni a garanzia della par condicio dei partecipanti, nonostante che in fatto dalla procedura selettiva sia stato avvantaggiato un singolo professionista. Ad avviso dell’Adunanza è appunto all’ “interesse istituzionalizzato” che occorre far riferimento. Difatti, “non può negarsi che fra gli interessi istituzionali dell’Ordine vi è anche quello di assicurare il pieno aspetto della par condicio nell’esercizio dell’attività professionale, e quindi non può neanche negarsi la legittimazione a far valere in giudizio tale interesse anche nei confronti di iscritti che si ritiene possano operare professionalmente in dispregio di tale principio di parità”. Detta linea argomentativa si sposa con il rilievo dottrinale secondo cui l’interesse collettivo non s’identifica nella sommatoria degli interessi individuali degli associati ma si compendia nella sintesi degli stessi in un interesse collettivo qualitativamente diverso da quelli dei singoli. Ne deriva l’insussistenza di alcuna incompatibilità, logica e giuridica, tra lesione dell’interesse astratto della collettività e beneficio arrecato all’interesse individuale. Applicando dette coordinate ermeneutiche al caso di specie si deve il Consiglio di Stato ha concluso riconoscendo la legittimazione degli Ordini a reagire avverso provvedimenti lesivi dell’interesse istituzionale degli enti esponenziali a garantire la par condicio, il favor partecipationis e il superamento di misure limitative della concorrenza, senza che assumano rilievo, in senso ostativo, i vantaggi tratti dai singoli professionisti per effetto dell’adozione di atti lesivi di detti valori.

Consiglio di Stato

 
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lunedì 6 gennaio 2014 07:25

Sovvenzioni, contributi pubblici e aiuti comunitari: la giurisdizione spetta al giudice amministrativo in caso di adozione di atti di autotutela pubblicistica volti all’annullamento o alla revoca, in ragione del contrasto con l’interesse pubblico, del provvedimento attributivo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

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Secondo il condivisibile orientamento del Consiglio di Stato ( cfr., ex multis, Cons. Stato, V, 10 novembre 2010, n. 7994; sez. VI, 24 gennaio 2011, n. 465), il riparto di giurisdizione in materia di sovvenzioni, contributi pubblici e aiuti comunitari, è retto dal criterio generale fondato sulla natura delle situazioni soggettive azionate (vedi, in materia, da ultimo, anche Consiglio di Stato, Ad. Plen, 29 luglio 2013, n. 17). Ne deriva che la giurisdizione spetta al giudice ordinario ove vengano in rilievo atti di ritiro, ancorché denominati revoca e decadenza, fondati sull’asserito inadempimento, da parte del beneficiario, degli obblighi assunti in sede di erogazione mentre deve affermarsi la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo a fronte dell’adozione di atti di autotutela pubblicistica volti all’annullamento o alla revoca, in ragione del contrasto con l’interesse pubblico, del provvedimento attributivo. La Sezione deve convenire con il Primo Giudice che nella specie la determinazione di ritiro è stata adottata non in virtù della ritenuta ricorrenza di un inadempimento da parte del beneficiario ma in ragione di una sopravvenuta valutazione di non rispondenza dello stesso all’interesse pubblico cagionata da criticità e problematiche attuative. Si deve soggiungere che, in ossequio all’ indirizzo assunto dalla Corte di Legittimità, la cognizione della controversia relativa all'impugnazione di un provvedimento di revoca del beneficio finanziario accordato per la realizzazione, come nella specie, di un investimento produttivo in sede di approvazione di un «patto territoriale», costituente una delle possibili forme di programmazione negoziata tra parti pubbliche e parti private - in cui è, tra l'altro, necessario definire gli accordi programmatici ai sensi dell'art. 27 della legge n. 142 del 1990 e individuare le convenzioni necessarie per l'attuazione di detti accordi - appartiene alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo alla stregua dell’art. 11, ultimo comma, della legge 7 agosto 1990, n. 241, che demanda, in generale, a tale giurisdizione le questioni relative alla formazione, conclusione ed esecuzione degli accordi integrativi e sostitutivi del provvedimento pubblico di erogazione di una sovvenzione economica (Cassazione civile, sez. un., 8 luglio 2008, n. 18630). Cliccare su "Accedi al Provvedimento" per la lettura della sentenza per esteso.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

 
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Secondo il condivisibile orientamento del Consiglio di Stato ( cfr., ex multis, Cons. Stato, V, 10 novembre 2010, n. 7994; sez. VI, 24 gennaio 2011, n. 465), il riparto di giurisdizione in materia di sovvenzioni, contributi pubblici e aiuti comunitari, è retto dal criterio generale fondato sulla na ... Continua a leggere

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lunedì 20 febbraio 2012 03:43

Ragioni di pubblico interesse possono legittimare l'Amministrazione a non procedere all'aggiudicazione della gara

Consiglio di Stato

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In materia di contratti della P.A., il potere di non procedere alla aggiudicazione (definitiva o provvisoria) di una gara ben può trovare fondamento, in via generale, in specifiche ragioni di pubblico interesse (Consiglio di Stato, Sezione III, n. 6039 del 15 novembre 2011, Sezione VI, n. 1554 del 17 marzo 2010).

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In materia di contratti della P.A., il potere di non procedere alla aggiudicazione (definitiva o provvisoria) di una gara ben può trovare fondamento, in via generale, in specifiche ragioni di pubblico interesse (Consiglio di Stato, Sezione III, n. 6039 del 15 novembre 2011, Sezione VI, n. 1554 del ... Continua a leggere

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mercoledì 27 marzo 2013 10:39

Nel caso di ritardata assunzione in servizio conseguente ad un comportamento della p.a. dichiarato definitivamente illegittimo, la controversia instaurata dall'impiegato assunto in servizio con effetto retroattivo ai soli fini giuridici e non anche economici ed avente ad oggetto la pretesa ad una somma equivalente alle retribuzioni non percepite, a titolo di risarcimento del danno, appartiene alla giurisdizione amministrativa esclusiva

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Nel caso di ritardata assunzione in servizio conseguente ad un comportamento della p.a. dichiarato definitivamente illegittimo con sentenza passata in giudicato, la controversia instaurata dall'impiegato assunto in servizio con effetto retroattivo ai soli fini giuridici e non anche economici ed avente ad oggetto la pretesa ad una somma equivalente alle retribuzioni non percepite, a titolo di risarcimento del danno, appartiene alla giurisdizione amministrativa esclusiva, atteso che la causa petendi si collega pur sempre, e non occasionalmente, al pubblico impiego, il che esclude la configurabilità di un diritto patrimoniale consequenziale (cfr. Cons. Stato, 10 maggio 2010, n. 2750, che cita Cass. civ. SS.UU. 10 maggio 1996, n. 4396 e 7 maggio 1991, n. 5432 - ).L’appellante avrebbe pertanto potuto, oltre a chiedere l’annullamento degli atti di utilizzazione delle diverse graduatorie, in quanto comportanti la sua non assunzione, chiedere contestualmente, o comunque tempestivamente, al TAR anche il risarcimento dei danni per il periodo trascorso dall’indebita assunzione di altri soggetti. Non l’ha fatto a suo tempo, e non poteva più farlo dopo il termine del 15 settembre 2000, previsto dall’art. 45, comma 17, del d.lgs. 80/1998, e poi dall’art. 69, comma 7, citato, trattandosi (la giurisprudenza, sul punto, è da tempo consolidata: cfr. Cons. Stato, A.P., 21 febbraio 2007, n. 4; III, 7 maggio 2012, n. 2619; V, 11 novembre 2011, n. 5061 e 18 gennaio 2011, n. 309; IV, 22 marzo 2011, n. 1753) di termine che non ha natura processuale, ma rappresenta un termine di decadenza sostanziale per la proponibilità della domanda giudiziale, il cui infruttuoso decorso comporta l’estinzione del diritto. D’altro canto, come ha sottolineato anche la sentenza appellata, la Corte Costituzionale ha più volte affermato che la previsione del predetto termine perentorio non è incostituzionale, risultando ispirata a coerenti esigenze organizzative connesse al trapasso da una giurisdizione all’altra (cfr. Corte Cost., ordd. nn. 214/2004, 213/2005, 382/2005 e 197/2006).

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venerdì 3 febbraio 2012 10:55

Annullamento di un concorso pubblico: contrasti giurisprudenziali sulle modalità' di rinnovazione della valutazione dei candidati

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame rileva come la questione sulle modalità di rinnovazione della valutazione dei candidati ad un pubblico concorso a seguito di annullamento giurisdizionale del procedimento annullato non è caratterizzato da univocità di orientamento giurisprudenziale, determinato dalla varietà delle situazioni di fatto. Parte della giurisprudenza (Cons. Stato, sez. V, 16 giugno 2009, n. 3882; IV, 18 ottobre 2006, n. 6196; VI, 9 settembre 2008, n. 4305) ha affermato che “anche se la regola generale è che in ipotesi di annullamento in sede giurisdizionale di una procedura concorsuale, l’amministrazione debba procedere alla sola rinnovazione delle sequenze procedimentali annullate, tuttavia nel caso di ripetizione delle prove di un concorso pubblico con un numero estremamente limitato di candidati, in cui la commissione ha già proceduto alla correzione degli elaborati scritti – ancorché questi ultimi siano stati annullati per un mero motivo procedimentale – è necessario per assicurare l’imparzialità delle operazioni e in ossequio al principio di anonimato rigidamente, ma sostanzialmente inteso, la nomina di una nuova commissione giudicatrice in sostituzione della precedente”. Altra e più recente giurisprudenza ha sostenuto che fanno legittimamente parte della commissione esaminatrice di un concorso pubblico reiterato a seguito di annullamento giurisdizionale, gli stessi componenti della commissione del procedimento annullato, qualora non sia stata mossa alcuna censura nei confronti della composizione della medesima (Cons. Stato, VI, 19 agosto 2008, n. 3954; 15 marzo 2007, n. 1265).

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giovedì 22 dicembre 2011 10:32

Trattamento economico ed indennità di funzione dirigenziale del pubblico dipendente nel caso di passaggio da un’amministrazione ad altra amministrazione

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Il principio del divieto della reformatio in peius e del correlato diritto del pubblico dipendente al mantenimento del trattamento più favorevole in godimento nell’amministrazione di provenienza, mediante assegno ad personam compensativo, riguarda gli emolumenti retributivi di carattere fisso e accessori aventi carattere di stabilità ed entrati a far parte della retribuzione fissa per disposizione normativa. Ad avviso del Consiglio di Stato di tale principio ha fatto corretta applicazione il giudice di primo grado che ha evidenziato che l’indennità di funzione dirigenziale è connessa all’effettivo esercizio delle funzioni e non può in nessun caso essere mantenuta e corrisposta ad un dirigente che attraverso un provvedimento di mobilità (quale, nel caso il comando presso altra amministrazione) venga a perdere l’effettivo esercizio della funzione stessa.

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