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Vice Pres. Consiglio Scientifico:
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LA RASSEGNA DEL DIRETTORE

 
domenica 5 luglio 2015 08:28

Interdittiva antimafia: il mero rapporto di parentela con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, in assenza di ulteriori elementi, non è di per sè idoneo a dare conto del tentativo di infiltrazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3310

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Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato n. 3310 del 3 luglio 2015 nella quale - con riguardo alla rilevanza del rapporto di parentela (nella specie di affinità) con soggetti che si affermano appartenenti o in rapporto di contiguità con la criminalità organizzata, agli effetti dell'inibitoria della costituzione di rapporti contrattuali e di sovvenzioni da parte di enti che utilizzano risorse pubbliche - si richiama la prevalente giurisprudenza a tenore della quale il mero rapporto di parentela, in assenza di ulteriori elementi, non è di per sè idoneo a dare conto del tentativo di infiltrazione. Non può, infatti, configurarsi un rapporto di automatismo tra un legame familiare, sia pure tra stretti congiunti, ed il condizionamento dell'impresa, che deponga nel senso di un'attività sintomaticamente connessa a logiche e ad interessi malavitosi (Cons. St., Sez. III, n. 96 del 10 gennaio 2013; n. 4995 del 5 settembre 2011; sez. VI, n. 5880 del 18 agosto 2010; n. 3664 del 23 luglio 2008; n. 3707 del 27 giugno 2007).Se è infatti vero, aggiunge il Collegio, che in base alle regole di comune esperienza il vincolo di parentela o di affinità può esporre il soggetto all'influsso dell'organizzazione, se non addirittura imporre (in determinati contesti) un coinvolgimento nella stessa, tuttavia l'attendibilità dell'interferenza dipende anche da una serie di circostanze ed ulteriori elementi indiziari che qualifichino, su un piano di attualità ed effettività, una immanente situazione di condizionamento e di contiguità con interessi malavitosi. Ad avviso del Collegio nessuno di siffatti elementi e circostanze si rinviene nell'atto impugnato che a sostegno della misura interdittiva, rinvia ob relationem al rapporto di polizia recante il solo elenco di incontri del cognato del ricorrente con soggetti malavitosi. In ogni caso l'applicazione automatica della misura interdittiva rappresenterebbe un irragionevole ostacolo al ripristino di un regime di vita lavorativa improntato al rispetto della legge nelle aree geografiche del Paese contraddistinte dalla forte presenza di organizzazioni criminali (Consiglio di Stato, sez. VI, n. 5866 del 25 novembre 2009).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3310

 
Note Legali
L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato n. 3310 del 3 luglio 2015 nella quale - con riguardo alla rilevanza del rapporto di parentela (nella specie di affinità) con soggetti che si affermano appartenenti o in rapporto di contiguità con la criminalità organizzata, agli effe ... Continua a leggere

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sabato 4 luglio 2015 08:48

Appalti: un'offerta non può ritenersi anomala, ed essere esclusa da una gara, per il solo fatto che il costo del lavoro è stato calcolato secondo valori inferiori a quelli delle tabelle ministeriali o dei contratti collettivi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3329

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L'art. 86, del codice dei contratti individua, nei commi 1 e 2, distinti criteri per L'individuazione delle offerte che si sospetti essere anomale, a seconda che il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, ovvero, come nella fattispecie, quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa.Al comma 3, con una clausola generale valida per entrambe le ipotesi, stabilisce poi che la stazione appaltante può procedere in ogni caso alla valutazione della congruità di ogni altra offerta che in base ad elementi specifici appaia anormalmente bassa. L'esercizio di tale facoltà comporta, pertanto, l'apertura di un subprocedimento in contraddittorio con il concorrente che ha presentato l'offerta ritenuta a rischio di anomalia.La scelta dell'amministrazione di attivare il procedimento di verifica dell'anomalia dell'offerta è, tuttavia, ampiamente discrezionale e può essere sindacata, in conseguenza, davanti al giudice amministrativo solo in caso di macroscopica irragionevolezza o di decisivo errore di fatto.La giurisprudenza ha anche chiarito che le valutazioni sul punto devono essere compiute dall'Amministrazione in modo globale e sintetico, con riguardo alla serietà dell'offerta nel suo complesso e non con riferimento alle singole voci dell'offerta (fra le più recenti: Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 2662 del 26 maggio 2015, Sezione V n. 2274 del 6 maggio 2015).Facendo applicazione di tali principi, il Consiglio di Stato Sez. III nella sentenza del 3.7.2015 n. 3329 ha ritenuto che nella vicenda in esame gli elementi di asserita criticità dell'offerta, indicati dall'appellante non sono sufficienti a manifestare una chiara illogicità nella scelta compiuta dall'Amministrazione intimata di ritenere attendibile e congrua l'offerta e di non procedere ad una specifica valutazione sulla sua possibile anomalia.In particolare il Consiglio di Stato ha evidenziato che non si può ritenere illegittima la scelta dell'Amministrazione di non sottoporre l'offerta alla verifica dell'anomalia in relazione all'asserita difformità dalle tabelle ministeriali di riferimento posto che la valutazione sulla serietà e congruità dell'offerta ha per oggetto l'offerta nel suo insieme e non riguarda i suoi singoli aspetti, e tenuto conto che la società, risultata aggiudicataria, aveva dato una chiara esposizione, anche nel dettaglio, dei costi per il personale che avrebbe sopportato per dare esecuzione all'appalto.Con riferimento poi al rispetto dei minimi stabiliti dalle tabelle ministeriali, si deve ricordare che l'art. 86, comma 3 bis, del Codice dei contratti pubblici prevede che "nella predisposizione delle gare di appalto e nella valutazione dell'anomalia delle offerte nelle procedure di affidamento di appalti di lavori pubblici, di servizi e di forniture, gli enti aggiudicatori sono tenuti a valutare che il valore economico sia adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro e al costo relativo alla sicurezza, il quale deve essere specificamente indicato e risultare congruo rispetto all'entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture" e che, ai fini di tale disposizione, "il costo del lavoro è determinato periodicamente, in apposite tabelle, dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sulla base dei valori economici previsti dalla contrattazione collettiva stipulata dai sindacati comparativamente più rappresentativi, delle norme in materia previdenziale ed assistenziale, dei diversi settori merceologici e delle differenti aree territoriali". Sul punto la giurisprudenza, anche di questa Sezione, ha ritenuto che i valori del costo del lavoro risultanti dalle tabelle ministeriali non costituiscono tuttavia un limite inderogabile, ma semplicemente un parametro di valutazione della congruità dell'offerta, con la conseguenza che l'eventuale scostamento da tali parametri delle relative voci di costo non legittima di per sè un giudizio di anomalia (cfr., fra le tante, Consiglio di Stato, sez. III, n. 1743 del 2 aprile 2015, Sez. V, n. 3937 del 24 luglio 2014). Si è quindi affermato che devono considerarsi anormalmente basse le offerte che si discostino in modo evidente dai costi medi del lavoro indicati nelle tabelle predisposte dal Ministero del lavoro in base ai valori previsti dalla contrattazione collettiva, in quanto i costi medi costituiscono non parametri inderogabili ma indici del giudizio di adeguatezza dell'offerta, con la conseguenza che è ammissibile l'offerta che da essi si discosti, purchè lo scostamento non sia eccessivo e vengano salvaguardate le retribuzioni dei lavoratori, così come stabilito in sede di contrattazione collettiva. La Sezione ha peraltro di recente anche affermato che non possono non essere considerati, in sede di valutazione delle offerte, aspetti particolari che riguardano le diverse imprese, con la conseguenza che, ai fini di una valutazione sulla congruità dell'offerta, la stazione appaltante deve tenere conto anche delle possibili economie che le diverse singole imprese possono conseguire (anche con riferimento al costo del lavoro), nel rispetto delle disposizioni di legge e dei contratti collettivi (Consiglio di Stato, sez. III, n. 1743 del 2 aprile 2015 cit.). In applicazione di tali principi, un'offerta non può ritenersi anomala, ed essere esclusa da una gara, per il solo fatto che il costo del lavoro è stato calcolato secondo valori inferiori a quelli risultanti dalle tabelle ministeriali o dai contratti collettivi occorrendo, perché possa dubitarsi della sua congruità, che la discordanza sia considerevole e palesemente ingiustificata.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3329

 
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L'art. 86, del codice dei contratti individua, nei commi 1 e 2, distinti criteri per L'individuazione delle offerte che si sospetti essere anomale, a seconda che il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, ovvero, come nella fattispecie, quello dell'offerta economicamente più van ... Continua a leggere

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martedì 23 giugno 2015 16:16

La nuova disciplina dei reati ambientali

nota degli Avv.ti Luca Petrucci e Giulio Vasaturo

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L'impatto emergenziale di un problema collettivo è notoriamente uno dei fattori, se non il principale elemento, che determina nella nostra tradizione politico-amministrativa, l'innovazione legislativa. In alcuni casi, la drammatizzazione delle criticità che attanagliano il Paese coincide con l'assunzione di consapevolezza, troppo spesso tardiva ma sempre provvidenziale, dell'esigenza di una puntuale ed organica riforma giuridica che sappia corrispondere, con ritrovato senso di responsabilità, alle impellenze del nostro tempo. Attesa da decenni da quanti non hanno mai smesso di denunciare il clamoroso horror vacui della normativa italiana in materia di tutela penale dell'ambiente, la legge 22 maggio 2015, n. 68 segna in questa prospettiva una svolta legislativa e culturale che va accolta, al di là di ogni ineludibile riserva di merito, con grande apprezzamento. In effetti, come è stato da ultimo eminentemente osservato, "mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. (...) Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c'è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia" (Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudato Siì sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana, Città del Vaticano, 24 maggio 2015, p. 42 s.). L'introduzione nel nostro ordinamento penale di una serie di fattispecie esplicitamente volte a tutelare il "bene giuridico" dell'ambiente muove proprio in questa direzione ed è destinata a colmare, per la prima volta, quel vuoto che sino ad oggi è stato, assai di frequente, impunemente riempito con condotte devastanti per bellezze naturali che appartengono all'umanità intera. La legge n. 68/2015 si compone di tre articoli con cui: a) viene inserito nel codice penale il titolo VI bis del libro secondo del codice penale, appositamente dedicato ai "delitti contro l'ambiente"; b) viene modificato il Codice dell'Ambiente (decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152), con la previsione di una specifica disciplina per l'estinzione degli illeciti amministrativi e penale in materia di tutela ambientale; c) viene operata una sostanziale novella dell'istituto della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche in caso di reati ambientali; d) vengono inasprite le sanzioni irrogabili previste per alcuni illeciti configurabili alla stregua della Convenzione sul commercio internazionali delle specie animali e vegetali in via di estinzione.Ecco nel dettaglio i nuovi "ecoreati" previsti dal legislatore: Art. 452-bis. (INQUINAMENTO AMBIENTALE). "Viene punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: 1) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. Quando l'inquinamento è prodotto in un'area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata. Per quanto siano già facilmente ravvisabili le molteplici difficoltà interpretative che si pongono sull'orizzonte applicativo di tale fattispecie, a causa degli evanescenti criteri di valutazione dei livelli "significativi e misurabili" di compromissione o deterioramento ambientale penalmente rilevante, non v'è dubbio che tale disposizione miri a perseguire con opportuna severità, i più gravi atti di inquinamento ambientale. Allo stesso modo, il presupposto oggettivo dell'abusività della condotta delittuosa, espressamente richiamato nella fattispecie in esame, non potrà che dar adito a divergenze giurisprudenziali che si deve sperare vengano rapidamente superate, anche attraverso il prevedibile intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte, per impedire il depotenziamento repressivo del precetto penale.Art. 452-ter. (MORTE O LESIONI COME CONSEGUENZA DEL DELITTO DI INQUINAMENTO AMBIENTALE). - Se da una condotta di inquinamento ambientale deriva, quale conseguenza non voluta dal reo, una lesione personale, ad eccezione delle ipotesi in cui la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni, si applica la pena della reclusione da due anni e sei mesi a sette anni; se ne deriva una lesione grave, la pena della reclusione da tre a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la pena della reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva la morte, la pena della reclusione da cinque a dieci anni. Nel caso di morte di più persone, di lesioni di più persone, ovvero di morte di una o più persone e lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per l'ipotesi più grave, aumentata fino al triplo, ma la pena della reclusione non può superare gli anni venti. Art. 452-quater. (DISASTRO AMBIENTALE). - Fuori dai casi previsti dall'articolo 434 c.p. (crollo di costruzioni ed altri disastri dolosi), chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente: 1) l'alterazione irreversibile dell'equilibrio di un ecosistema; 2) l'alterazione dell'equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; 3) l'offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l'estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo. Quando il disastro è prodotto in un'area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata. Art. 452-quinquies. (DELITTI COLPOSI CONTRO L'AMBIENTE). " Se taluno dei fatti di inquinamento e disastro ambientale risulta commesso per colpa, le pene previste per le fattispecie dolose sono diminuite da un terzo a due terzi. Se dalla commissione di fatti colposi deriva il mero pericolo di inquinamento ambientale o di disastro ambientale le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo. Art. 452-sexies. (TRAFFICO E ABBANDONO DI MATERIALE AD ALTA RADIOATTIVITA"). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000 chiunque abusivamente cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona o si disfa illegittimamente di materiale ad alta radioattività. Tale pena è aumentata se dal fatto deriva il pericolo di compromissione o deterioramento: 1) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. Se dal fatto deriva pericolo per la vita o per l'incolumità delle persone, la pena è aumentata fino alla metà. Art. 452-septies. (IMPEDIMENTO DEL CONTROLLO). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, negando l'accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l'attività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene del lavoro, ovvero ne compromette gli esiti, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Art. 452-octies. (CIRCOSTANZE AGGRAVANTI). - Quando un'associazione a delinquere è diretta, in via esclusiva o concorrente, allo scopo di commettere taluno dei delitti previsti dal presente titolo, le pene previste dall'art. 416 c.p. sono aumentate. Quando l'associazione mafiosa è finalizzata a commettere taluno dei delitti contro l'ambiente ovvero all'acquisizione della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti o di servizi pubblici in materia ambientale, le pene previste dal medesimo articolo 416-bis c.p. sono aumentate. Le suddette pene previste per gli appartenenti ad associazioni criminose dedite all'inquinamento ambientale sono aumentate da un terzo alla metà se dell'associazione fanno parte pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio che esercitano funzioni o svolgono servizi in materia ambientale. Art. 452-novies. (AGGRAVANTE AMBIENTALE). - Quando un fatto già previsto come reato è commesso allo scopo di eseguire uno o più tra i delitti contro l'ambiente, dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (c.d. Codice dell'Ambiente), o da altra disposizione di legge posta a tutela dell'ambiente, ovvero se dalla commissione del fatto deriva la violazione di una o più norme previste dal citato decreto legislativo n. 152 del 2006 o da altra legge che tutela l'ambiente, la pena nel primo caso è aumentata da un terzo alla metà e nel secondo caso è aumentata di un terzo. In ogni caso il reato è procedibile d'ufficio. Art. 452-decies. (RAVVEDIMENTO OPEROSO). - Le pene previste per i delitti contro l'ambiente, per il delitto di associazione per delinquere di cui all'articolo 416 aggravato ai sensi dell'articolo 452-octies c.p., nonchè per il delitto di cui all'articolo 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono diminuite dalla metà a due terzi nei confronti di colui che si adopera per evitare che l'attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori, ovvero, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi, e diminuite da un terzo alla metà nei confronti di colui che aiuta concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto, nell'individuazione degli autori o nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti. Ove il giudice, su richiesta dell'imputato, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado disponga la sospensione del procedimento per un tempo congruo, comunque non superiore a due anni e prorogabile per un periodo massimo di un ulteriore anno, al fine di consentire le attività di messa in sicurezza, bonifica e ripristino dello stato dei luoghi in corso di esecuzione, il corso della prescrizione è sospeso. Art. 452-undecies. (CONFISCA). - Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, per i delitti previsti dagli articoli 452-bis, 452-quater, 452-sexies, 452-septies e 452-octies del codice penale, è sempre ordinata la confisca delle cose che costituiscono il prodotto o il profitto del reato o che servirono a commettere il reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato. Quando, a seguito di condanna per uno dei delitti contro l'ambiente, sia stata disposta la confisca di beni ed essa non sia possibile, il giudice individua beni di valore equivalente di cui il condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità e ne ordina la confisca. I beni confiscati o i loro eventuali proventi sono messi nella disponibilità della pubblica amministrazione competente e vincolati all'uso per la bonifica dei luoghi. L'istituto della confisca non trova applicazione nell'ipotesi in cui l'imputato abbia efficacemente provveduto alla messa in sicurezza e, ove necessario, alle attività di bonifica e di ripristino dello stato dei luoghi. Art. 452-duodecies. (RIPRISTINO DELLO STATO DEI LUOGHI). - Quando pronuncia sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti per taluno dei delitti contro l'ambiente, il giudice ordina il recupero e, ove tecnicamente possibile, il ripristino dello stato dei luoghi, ponendone l'esecuzione a carico del condannato e delle persone giuridiche civilmente responsabili per il reato commesso dal loro rappresentante o dipendente. Art. 452-terdecies. (OMESSA BONIFICA). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un'autorità pubblica, non provvede alla bonifica, al ripristino o al recupero dello stato dei luoghi è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 20.000 a euro 80.000. La legge n. 68/2015 dispone, inoltre, la pena accessoria dell'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione, a carico di chi si rende responsabile dei più allarmanti reati ambientali (art. 1, comma 5, legge n. 68/2015).Di estremo rilievo è anche l'aumento dei termini di prescrizione in materia di ecoreati che vengono raddoppiati, ai sensi dell'art. 1, comma 6, legge n. 68/2015, rispetto a quelli ordinariamente previsti dall'art. 157, comma 6, c.p..Al pubblico ministero che procede per i più gravi reati ambientali viene imposto dal nuovo articolo 118 bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, così come novellato dall'art. 1, comma 7, legge n. 68/2015, di segnalare l'indagine in corso al procuratore generale presso la Corte d'Appello ed all'Agenzia delle Entrate. L'art. 1, comma 8, della legge n. 68/2015 interviene incisivamente anche sul D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, ampliando il catalogo di condotte delittuose che costituiscono il presupposto della "responsabilità amministrativa derivante da reato delle persone giuridiche". Vengono così previste, anche a carico degli enti, severe sanzioni amministrative laddove i delitti contro l'ambiente vengano perpetrati a vantaggio dell'impresa. L'art. 1, comma 9, della legge n. 68/2015 introduce nel Codice dell'Ambiente una nuova disciplina sanzionatoria degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale, prevedendo un inedito procedimento per l'estinzione delle contravvenzioni collegato all'adempimento da parte del responsabile della violazione sia di una serie di prescrizioni che del pagamento di una somma di denaro. Tale opportunità è limitata, tuttavia, a norma del nuovo art. 318 bis del Codice dell'Ambiente, alle sole violazioni che non abbiano cagionato nè danno nè pericolo concreto e attuale di danno alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche protette. Di grande significato è, infine, l'innalzamento delle sanzioni previste dall'art. 2 della legge n. 68/2015 a carico di chi detiene o commercializza specie animali o vegetali in via di estinzione, nonchè esemplari vivi di mammiferi e rettili che possono costituire pericolo per la salute o l'incolumità pubblica.

nota degli Avv.ti Luca Petrucci e Giulio Vasaturo

 
Note Legali
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L'impatto emergenziale di un problema collettivo è notoriamente uno dei fattori, se non il principale elemento, che determina nella nostra tradizione politico-amministrativa, l'innovazione legislativa. In alcuni casi, la drammatizzazione delle criticità che attanagliano il Paese coincide con l'assu ... Continua a leggere

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mercoledì 10 giugno 2015 12:29

Processo Amministrativo: in G.U. la disciplina della dimensione dei ricorsi e degli altri atti difensivi nel rito appalti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto pubblicato in G.U. n. 128 del 5.6.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5.6.2015 il decreto 25 maggio 2015 del Segretariato Generale della Giustizia Amministrativa contenente la "Disciplina della dimensione dei ricorsi e degli altri atti difensivi nel rito appalti". Per maggiori informazioni vai all'articolo pubblicato su www.ilquotidianodellapa.it Link diretto: http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2015/giugno/1433928774806.html

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto pubblicato in G.U. n. 128 del 5.6.2015

 
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domenica 7 giugno 2015 18:20

Abusi edilizi: l'eccezionalità della sanatoria giurisprudenziale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2015

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Il Consiglio di Stato Sezione Sesta nella sentenza del 5.6.2015 relativamente alla “sanatoria giurisprudenziale”, ha affermato che si tratta non di un autonomo istituto giuridico liberamente utilizzabile dall’amministrazione comunale quasi fosse una normale via di ordinaria gestione degli interventi sul territorio (una sorta di pagamento di un onere concessorio particolarmente rilevante, ma pur comunque ordinariamente legittimante); ma di un mero effetto eccezionale a fronte di quello che comunque è e resta un abuso edilizio, per di più ammesso solo da una parte della giurisprudenza: che deroga alla tassatività dell’accertamento di conformità dell’art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001 e la cui ragione viene di solito ricercata nell’eccessività, rispetto all’interesse alla tutela dell’ordine urbanistico sostanziale, dell’imporre la demolizione (o l’acquisizione gratuita) di un’opera che è senza titolo ma che è al contempo conforme alla disciplina urbanistica e dunque avrebbe potuto essere autorizzata su regolare istanza: la finalità è di evitare un’inutile dissipazione di mezzi e risorse (tra varie, Cons. Stato, V, 6 luglio 2012, n. 3961). L’effetto però non è affatto pacifico, perché rischia di negare il non casuale rigore dell’art. 36, che – con la sua regola della doppia conformità urbanistica – è lo strumento previsto dalla legge per la titolazione postuma di manufatti realizzati senza previo titolo.

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domenica 7 giugno 2015 18:15

Gare pubbliche: i principi consolidati in materia di anomalia o incongruità dell'offerta

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2015

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Nelle gare pubbliche il giudizio circa l’anomalia o l’incongruità dell'offerta costituisce espressione di discrezionalità tecnica, sindacabile dal giudice amministrativo solo in caso di macroscopica illogicità o di erroneità fattuale, e quindi non può essere esteso ad una autonoma verifica della congruità dell'offerta e delle singole voci (per tutte, Cons. Stato, III, 29 aprile 2015, n. 2186); in particolare, il giudizio di anomalia delle offerte non può essere automaticamente desunto dal mancato rispetto delle tabelle ministeriali, richiamate dall'art. 87, comma 2, lett. g) del codice, considerato che i costi medi del lavoro, indicati nelle tabelle predisposte dal Ministero del lavoro in base ai valori previsti dalla contrattazione collettiva, non costituiscono parametri inderogabili, ma sono indici del giudizio di adeguatezza dell'offerta che costituiscono oggetto della valutazione dell'Amministrazione (Cons. Stato, III, 21 ottobre 2014, n. 5196), rispetto alla quale il sindacato giurisdizionale è ristretto, come si è detto, al riscontro di macroscopiche illogicità, vale a dire di errori di valutazione evidenti e gravi, oppure di valutazioni abnormi o affette da errori di fatto. Alla luce dei suddetti, consolidati, principi, le censure svolte con l’appello sono infondate. La valutazione di non anomalia non presenta, infatti, quelle incongruenze macroscopiche o quegli errori di fatto che giustificano il sindacato giurisdizionale. Gli elementi evidenziati dalle appellanti non sono definibili in tali termini, ma costituiscono il frutto di apprezzamenti sfociati nel globale giudizio di non anomalia, nell’ambito del quale ciascun componente costituisce parte di un complessivo giudizio: l’art. 88 comma 7 del codice, nel testo vigente, è chiaro infatti nello specificare che deve essere esclusa l’offerta che “in base all'esame degli elementi forniti, risulta, nel suo complesso, inaffidabile”, così legittimando una valutazione complessiva, e non atomistica delle singole voci. Neppure la censura relativa alle modifiche apportate dal consorzio nel corso della verifica agli elementi dell’offerta come originariamente proposta può condurre a ritenere l’illegittimità del giudizio e della conseguente aggiudicazione, dato che nel subprocedimento di verifica dell'anomalia l'impresa aggiudicataria può, per giustificare la congruità, rimodulare le quantificazioni dei costi e dell'utile indicate inizialmente nell'offerta, purché non ne risulti una modifica degli elementi compositivi tale da pervenire ad un aliud pro alio rispetto a quanto inizialmente offerto (per tutte, Cons. Stato, III, 23 gennaio 2015, n. 293). Nella fattispecie in esame, nessuno degli elementi dei quali le appellanti lamentano la successiva modifica è tale da snaturare l’offerta iniziale: non le diverse tabelle di costo del lavoro, non il numero di ore relative al personale in servizio, non la dichiarazione di voler usufruire delle agevolazioni previste dalla legge n. 407 del 1990, non la riduzione delle ore non lavorate, non l’azzeramento delle ore di formazione del personale o quelle per il diritto allo studio, non l’eliminazione dei costi per la polizza definitiva e per la registrazione del contratto, modificazioni e giustificazioni ritenute attendibili dalla commissione di gara e, con considerazioni avverso le quali l’appello non rivolge specifiche censure (limitandosi a riproporre i motivi del ricorso di primo grado), dalla sentenza impugnata. Tutte queste modifiche hanno condotto, nel procedimento davanti alla commissione aggiudicatrice, ad una complessiva offerta finale, il cui risultato è stato legittimamente apprezzato all’esito del procedimento di verifica: l’articolo 4-quater del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito dalla legge 3 agosto 2009, n.102, ha infatti abrogato l’art. 86, comma 5 del codice, a norma del quale l’offerta originaria doveva già contenere le giustificazioni relative alle voci di prezzo che concorrono a formare l'importo complessivo posto a base di gara. Perciò, la circostanza che le giustificazioni siano state, per così dire, messe a punto nelle successive fasi interlocutorie, e che la stima di alcune componenti dell’offerta abbia subito variazioni non rifluisce sulla legittimità del giudizio finale, dato che l’offerta economica è rimasta invariata e che l’Amministrazione ne ha ritenuto la convenienza, all’esito della verifica che ha preso in esame, come non è in contestazione, tutte le voci di possibile anomalia.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2015

 
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domenica 7 giugno 2015 18:12

Sanatoria edilizia: ai fini della prova della data dell'ultimazione dei lavori non basta la dichiarazione sostitutiva di atto notorietà e, senza altri elementi probatori, è inammissibile la prova testimoniale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2014

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"In materia di abusivismo edilizio l’onere della prova circa l’ultimazione dei lavori entro la data utile per ottenere la sanatoria grava in capo al richiedente. Ciò perché, solo colui che richiede la sanatoria può fornire qualche documentazione da cui si desuma che l’abuso sia stato effettivamente realizzato entro la data predetta, non potendosi ritenere sufficiente, la sola allegazione della dichiarazione sostitutiva di atto notorietà”. È questo il principio ribadito dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 5.6.2015 nella quale si evidenzia altresì che il contenuto della prova testimoniale deve poter essere valutato alla luce di altri elementi probatori che nel caso di specie non sono stati forniti. Per completezza di esposizione il Collegio non può non rilevare che la sentenza impugnata ha indicato lo strumento probatorio (rilievi aerofotogrammetrici) che avrebbe potuto usare il ricorrente, che, al contrario, nulla ha dedotto sul punto.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2014

 
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domenica 7 giugno 2015 18:07

Processo: il difetto di giurisdizione non può essere eccepito in appello dal ricorrente che in primo grado ha esso stesso adìto il giudice amministrativo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2015

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Nel giudizio in esame dove l’odierno appellante eccepisce il difetto di giurisdizione nonostante con il ricorso di primo grado ha esso stesso adìto il giudice amministrativo, il Consiglio di Stato ha ritenuto privo di interesse ad impugnare la statuizione affermativa della giurisdizione del giudice amministrativo poiché difetta il requisito della soccombenza sulla questione pregiudiziale di giurisdizione che, a sua volta, è l’indefettibile presupposto per radicare l’interesse all’impugnazione Ad ogni modo, aggiunge il Collegio, secondo il più recente, ormai prevalente, orientamento di questo Consiglio di Stato, l’originario ricorrente non può eccepire, in secondo grado, il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo dallo stesso adìto in prima istanza, pena la trasgressione del divieto di venire contra factum proprium – paralizzabile con l’exceptio doli generalis seu presentis, nella specie sollevata dall’Amministrazione appellata – e del principio generale che vieta ogni condotta integrante abuso del diritto e del processo, lesiva dei principi di correttezza e buona fede (v., ex plurimis, Cons. St., Sez. III, 7 aprile 2014, n. 1630; Cons. St., Sez. VI, 8 febbraio 2013, n. 703; Cons. St., Sez. V, 7 febbraio 2012, n. 656). Né, nel caso di specie, ricorrono i presupposti, alla cui presenza la Corte regolatrice ha ritenuto ammissibile la proposizione, in appello, dell’eccezione di carenza di giurisdizione anche da parte dell’originario ricorrente che abbia adìto il giudice amministrativo, ossia, che una delle parti resistenti avesse sollevato e coltivato l’eccezione in esame nel giudizio di primo grado, e che la materia del contendere fosse connotata da una particolare complessità incidente sull’individuazione del giudice munito di giurisdizione (ad es., dalla proposizione di domande tra di loro connesse astrattamente riconducibili all’ambito di cognizione di plessi giurisdizionali tra di loro diversi): presupposti, che soltanto sarebbero idonei a giustificare il ripensamento della linea difensiva dell’originario ricorrente e la necessità di un chiarimento della questione di giurisdizione, e, quindi, ad escludere un’ipotesi di abuso del processo (v. Cass. Civ., Sez. Un., 19 giugno 2014, n. 13940).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2015

 
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domenica 7 giugno 2015 18:02

Controversie per il conferimento incarichi di dirigente di struttura complessa: l'individuazione del giudice competente

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 5.6.2015

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Forma oggetto dell’appello in esame, la sentenza del TAR per l’Emilia Romagna, sede di Bologna con cui è stato dichiarato inammissibile per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo il ricorso avverso gli atti di affidamento dell’incarico quinquennale di direttore dell’Unità operativa di Neurochirurgia dell’ASL di Cesena, proposto da un partecipante alla relativa procedura selettiva. Il Consiglio di Stato Sez. III nella sentenza del 5.6.2015 ha ritenuto fondato l’appello deve ritenersi fondato alla luce del precedente della Sezione di cui alla sentenza 24 marzo 2014 n. 1402. In particolare, con tale pronuncia è stato dato atto preliminarmente che in tema di conferimento di incarichi di dirigente medico di secondo livello, ora dirigente di struttura complessa, per pacifica giurisprudenza anche delle Sezioni unite della Corte di cassazione la controversia appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario ogniqualvolta si possa escludere che la procedura per il conferimento di detto incarico abbia natura di procedura concorsuale, mentre quando siano presenti elementi idonei a ricondurla appunto ad una procedura concorsuale, ancorché atipica, spetta alla residuale giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo in materia di procedure concorsuali per l’assunzione di dipendenti della pubbliche amministrazione ai sensi dell’art. 63 del d.lgs. n. 165 del 2001. Esaminata poi la fattispecie ivi in trattazione, gli elementi in parola sono stati ravvisati nell’intervenuta valutazione delle istanze in base a prefissati criteri valutativi e di una griglia di punteggio, che hanno dato luogo al computo numerico di ogni singolo titolo ed alla compilazione di schede riepilogative della valutazione dei curricula con attribuzione di punteggi per ciascun candidato, suddivisi per “totale anzianità”, “totale curriculum” e “totale generale”, nonché alla formazione di un elenco di nominativi ciascuno con il relativo punteggio, il quale, pur non tradottosi in una graduatoria, è stato utilizzato dal direttore generale per l’individuazione del dirigente medico da preporre alla struttura complessa sulla base della “graduatoria” stessa e non di una scelta di carattere essenzialmente fiduciario demandata alla sua responsabilità manageriale. Di qui la ritenuta sussistenza di giurisdizione del giudice amministrazione in applicazione del premesso principio di riparto.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 5.6.2015

 
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Forma oggetto dell’appello in esame, la sentenza del TAR per l’Emilia Romagna, sede di Bologna con cui è stato dichiarato inammissibile per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo il ricorso avverso gli atti di affidamento dell’incarico quinquennale di direttore dell’Unità operativa di ... Continua a leggere

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domenica 7 giugno 2015 17:55

Procedimento disciplinare a carico del dipendente pubblico: gli effetti della sentenza penale irrevocabile e la motivazione per relationem del provvedimento disciplinare

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 5.6.2015

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Ai sensi dell’art. 653, co. 1 bis, cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di condanna esplica efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale ed all'affermazione che l'imputato lo ha commesso, con conseguente preclusione di ogni correlativo potere di differente valutazione della rilevanza penale del fatto in questione in sede disciplinare, ma fermo restando che il medesimo fatto va apprezzato nel diverso contesto disciplinare. Al riguardo si osserva che, secondo consolidato orientamento di questo Consiglio di Stato, l'Amministrazione è titolare di un'ampia discrezionalità in ordine alla valutazione dei fatti addebitati al dipendente, circa il convincimento sulla gravità delle infrazioni addebitate e sulla conseguente sanzione da infliggere, in considerazione degli interessi pubblici che devono essere tutelati attraverso tale procedimento. In tale quadro, il provvedimento disciplinare sfugge ad un pieno sindacato giurisdizionale del giudice amministrativo, non potendo in nessun caso quest'ultimo sostituire le proprie valutazioni a quelle operate dall'Amministrazione, salvo che le valutazioni siano inficiate da travisamento dei fatti ovvero il convincimento non risulti formato sulla base di un processo logico e coerente (cfr. Cons. St., sez. III, 2 luglio 2014 n. 3324 nonché, ex multis, sez. IV, 9 maggio 2014 n. 2381)....D’altronde, sotto un aspetto più generale, è ben noto che la motivazione del provvedimento disciplinare non deve contenere una contestazione analitica della tesi difensiva, essendo sufficiente che l'Amministrazione abbia esplicitato, ancorché sinteticamente, l'autonomo percorso valutativo seguito nel corso dell'iter disciplinare svoltosi in contraddittorio con il soggetto interessato, per il resto dovendo ritenersi che il provvedimento sia legittimamente motivato per relationem agli atti ed alla documentazione sottostante (cfr., ad es., Cons. St., sez. V, 21 gennaio 2011 n. 425).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 5.6.2015

 
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Ai sensi dell’art. 653, co. 1 bis, cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di condanna esplica efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale ed all'affermazione che l'imputato lo ha commesso, con conseguent ... Continua a leggere

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sabato 6 giugno 2015 17:58

Finanza pubblica: in Gazzetta Ufficiale il decreto che pone a carico di Città metropolitane e province un contributo pari a 60 milioni di euro

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero dell'Interno in G.U. n. 128 del 5.6.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5.6.2015 il decreto del Ministero dell'Interno recante "contributo pari a 60 milioni di euro, per l'anno 2015, a carico delle citta' metropolitane e delle province, ai fini del coordinamento della finanza pubblica e per la riduzione dei costi della politica". Per scaricare il decreto cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero dell'Interno in G.U. n. 128 del 5.6.2015

 
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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5.6.2015 il decreto del Ministero dell'Interno recante "contributo pari a 60 milioni di euro, per l'anno 2015, a carico delle citta' metropolitane e delle province, ai fini del coordinamento della finanza pubblica e per la riduzione dei costi d ... Continua a leggere

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sabato 6 giugno 2015 17:51

Misurazione della qualità dell'aria: in Gazzetta Ufficiale il decreto sui metodi di valutazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero dell'Ambiente in G.U. n. 128 del 5.6.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5.6.2015 il decreto 5.5.2015 del Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare recante "Metodi di valutazione delle stazioni di misurazione della qualita' dell'aria di cui all'articolo 6 del decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155". Per scaricare il decreto cliccare su "Accedi al Provvedimento"

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero dell'Ambiente in G.U. n. 128 del 5.6.2015

 
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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5.6.2015 il decreto 5.5.2015 del Ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare recante "Metodi di valutazione delle stazioni di misurazione della qualita' dell'aria di cui all'articolo 6 del decreto legislativo 13 agosto 2010 ... Continua a leggere

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giovedì 4 giugno 2015 18:29

IMU e TASI: i chiarimenti del MEF sugli obblighi dichiarativi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della circolare n. 17785 del 3.6.2015

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Il Dipartimento delle Finanze ha pubblicato la circolare n. 17785 del 3.6.2015 recante "Imposta municipale propria (IMU) e Tributo per i servizi indivisibili (TASI) - Problematiche concernenti gli obblighi dichiarativi". Nella circolare, in particolare, si precisa che "A seguito dell'emanazione della Risoluzione n. 3/DF del 25 marzo 2015, è stato chiesto quando sarà disponibile il modello ministeriale unico a livello nazionale per la dichiarazione relativa al tributo per i servizi indivisibili (TASI), dato l'approssimarsi del termine del 30 giugno 2015 previsto per l'adempimento dell'obbligo dichiarativo concernente i tributi indicati in oggetto. In merito, nel ribadire quanto già affermato nella citata risoluzione n. 3/DF, si fa presente che non è necessaria l'approvazione di un apposito modello di dichiarazione TASI, essendo a tale scopo valido quello previsto per la dichiarazione dell'imposta municipale propria (IMU), approvato con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze 30 ottobre 2012. Tale determinazione risulta fondata sulla circostanza che le informazioni necessarie al comune per il controllo e l'accertamento dell'obbligazione tributaria, sia per quanto riguarda l'IMU sia per ciò che concerne la TASI, sono sostanzialmente identiche; per cui, in un'ottica di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti e anche in vista della preannunciata riforma della tassazione immobiliare locale, non sussiste la necessità di emanare un nuovo modello di dichiarazione. Tanto è vero che la dichiarazione prevista per gli enti non commerciali di cui all'art. 7, comma 1, lett. i), del D. Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, recentemente approvata con D. M. 26 giugno 2014, prevede un unico modello con il quale viene assolto sia l'obbligo dichiarativo IMU sia quello TASI, confermando, quindi, la sostanziale identità dei dati occorrenti ai comuni ai fini della verifica dell'esatto adempimento tributario. Al rispetto delle medesime esigenze deve ispirarsi anche l'esame dell'ulteriore problematica derivante dal disposto di cui all'art. 1, comma 681, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 in base al quale “nel caso in cui l'unità immobiliare è occupata da un soggetto diverso dal titolare del diritto reale sull'unità immobiliare, quest'ultimo e l'occupante sono titolari di un'autonoma obbligazione tributaria”. Un'applicazione rigorosa della norma comporterebbe che gli “occupanti” diversi dai titolari del diritto reale sull'immobile - che non hanno, quindi, finora assolto gli adempimenti dichiarativi in materia di IMU - dovrebbero essere tutti tenuti a presentare la dichiarazione TASI. Tuttavia, si deve precisare che, in linea con quanto affermato nelle istruzioni alla dichiarazione IMU, approvata con D. M. 30 ottobre 2012, nella parte relativa ai casi in cui si deve presentare la dichiarazione e, precisamente, nell'illustrazione della fattispecie concernente gli immobili locati per i quali il comune ha deliberato la riduzione dell'aliquota di cui all'art. 13, comma 9, del D. L. n. 201 del 2011, è stato espressamente affermato che la dichiarazione “non deve essere presentata nel caso di contratti di locazione e di affitto registrati a partire dal 1° luglio 2010, poiché da tale data, ai sensi dell'art. 19, commi 15 e 16, del D. L. 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, al momento della registrazione devono essere comunicati al competente ufficio dell'Agenzia delle Entrate anche i relativi dati catastali. Per i contratti di locazione e di affitto registrati precedentemente alla data del 1° luglio 2010, permane, invece, l'obbligo dichiarativo, a meno che i relativi dati catastali non siano stati comunicati al momento della cessione, della risoluzione o della proroga del contratto, ai sensi dello stesso art. 19 del D. L. n. 78 del 2010. […] Sempre nell'ambito dell'illustrazione della stessa fattispecie è stato chiarito altresì che “la dichiarazione non deve essere presentata anche nel caso in cui il comune, nell'ambito della propria potestà regolamentare di cui all'art. 52 del D. Lgs. n.15 dicembre 1997, n. 446, ha previsto, ai fini dell'applicazione dell'aliquota ridotta, specifiche modalità per il riconoscimento dell'agevolazione, consistenti nell'assolvimento da parte del contribuente di particolari adempimenti formali e, comunque, non onerosi, quali, ad esempio, la consegna del contratto di locazione o la presentazione di un'autocertificazione”. Tali accorgimenti fanno sì che l'ambito applicativo dell'obbligo dichiarativo TASI si riduce a casi residuali, dal momento che il comune è già a conoscenza delle informazioni relative agli immobili locati. A ciò si deve aggiungere che il comune può adottare tutti gli strumenti di integrazione delle informazioni anche con riferimento ad altri tributi (in particolare il prelievo sui rifiuti) e può trarre ulteriori strumenti di integrazione dai dati risultanti dai versamenti TASI effettuati dai possessori degli immobili, atteso che in virtù del combinato disposto dei commi 681 e 688 dell'art. 1 della legge n. 147 del 2013, detti soggetti sono tenuti a versare l'imposta nella misura del 90 per cento, se il comune non ha stabilito la misura del versamento TASI a carico dell'occupante oppure fino al limite del 70 per cento dell'imposta, nel caso in cui il comune abbia deliberato una diversa misura della percentuale a carico dell'occupante. Si ritiene, pertanto, per le medesime esigenze di semplificazione innanzi citate, che nei casi in cui il contribuente sia un soggetto diverso dal titolare del diritto reale sull'immobile, come nelle fattispecie prima illustrate, detto soggetto possa utilizzare la parte del modello di dichiarazione dedicata alle “Annotazioni” per precisare il titolo (ad esempio “locatario”) in base al quale l'immobile è occupato ed è sorta la propria obbligazione tributaria, ai sensi del citato comma 681 dell'art. 1 della legge n. 147 del 2013. ".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della circolare n. 17785 del 3.6.2015

 
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giovedì 4 giugno 2015 17:56

Costruzioni in zone protette: per l'annullamento del nulla osta paesaggistico non serve la comunicazione di avvio del procedimento

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 4.6.2015

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Il Consiglio di Stato Sez. VI nella sentenza del 4.6.2015 ha affermato che per giurisprudenza condivisa, il provvedimento ministeriale che annulla il nulla osta paesaggistico per una costruzione in zona protetta non deve essere preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento. In particolare, l'annullamento dell'autorizzazione paesistica - pur se disposto ai sensi dell'art. 159 del d.lgs. n. 42 del 2004 - non è soggetto all'obbligo di comunicazione preventiva, in quanto costituisce esercizio, entro un termine decadenziale, di un potere che intercorre tra autorità pubbliche e integra piuttosto una fase ulteriore, di secondo grado, di un unitario e complesso procedimento avviato ad istanza di parte (Cons. Stato, VI, 9 luglio 2013, n. 3616; 3 luglio 2014, n. 3368; 4 luglio 2011, n. 3962)

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 4.6.2015

 
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Il Consiglio di Stato Sez. VI nella sentenza del 4.6.2015 ha affermato che per giurisprudenza condivisa, il provvedimento ministeriale che annulla il nulla osta paesaggistico per una costruzione in zona protetta non deve essere preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento. In particola ... Continua a leggere

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giovedì 4 giugno 2015 17:44

L’università italiana non può opporre all’istanza di trasferimento degli studenti provenienti da università straniere per gli anni di corso successivi al primo il solo fatto del mancato superamento dei test di accesso

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 4.6.2015

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Oggetto del giudizio è il provvedimento con il quale l’Università degli Studi dell'Aquila aveva respinto la richiesta di trasferimento avanzata da studente italiano iscritto presso un’università straniera per non avere superato in Italia l’esame di ammissione al corso di laurea in Medicina e Chirurgia. Il primo giudice, accogliendo il ricorso, annullava il suddetto provvedimento. L’Università degli Studi dell’Aquila proponeva appello sostenendo la necessità del previo superamento del test di accesso previsto dalla normativa nazionale. Il Consiglio di Stato Sez. VI nella sentenza del 4.6.2015 ha rigettato l'appello rilevando che la questione posta dall’appello è stata oramai risolta dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 1 del 28 gennaio 2015, che ha stabilito che è illegittima la delibera con la quale il Consiglio di Corso di laurea in medicina e chirurgia di una università italiana respinge l’istanza avanzata da alcuni studenti iscritti al primo anno di studi di Facoltà di medicina di una università straniera, volta ad ottenere il trasferimento presso l’università italiana con iscrizione ad anno successivo al primo del corso di laurea in medicina e chirurgia con la motivazione che gli studenti, provenendo da università straniere, non avrebbero superato in Italia l’esame di ammissione al corso di laurea in medicina e chirurgia, requisito essenziale previsto dal manifesto degli studi. Infatti, la possibilità di transitare al secondo anno o ad anni successivi della facoltà di medicina e chirurgia di una università italiana non può, sulla base della vigente normativa nazionale ed europea, essere condizionata all’obbligo del test di ingresso previsto per il primo anno, che non può essere assunto come parametro di riferimento per l’attuazione del “trasferimento” in corso di studi, salvo il potere/dovere dell’università di concreta valutazione, sulla base di appositi parametri, del “periodo” di formazione svolto all’estero e salvo altresì il rispetto ineludibile del numero dei posti disponibili per il trasferimento, così come fissato dall’università stessa per ogni anno accademico in sede di programmazione, in relazione a ciascun anno di corso. E’ stato superato pertanto l’orientamento giurisprudenziale anche della Sezione secondo il quale, la disciplina recante la programmazione a livello nazionale degli accessi non farebbe distinzioni tra il primo anno di corso e gli anni successivi (artt. 1, comma 1, e 4 l. 2 agosto 1999, n.264, in rapporto alle previsioni del d.m. 22 ottobre 2004, n.270 recante il regolamento dell’autonomia didattica degli atenei), per il quale il rilascio del nulla osta al trasferimento da atenei stranieri e l’iscrizione agli anni di corso successivi al primo richiederebbero comunque il previo superamento della prova nazionale di ammissione prevista dall’art. 4 citato (ai fini appunto dell’ammissione), sia per l’immatricolazione al primo anno accademico, sia, come dedotto dall’università odierna appellante, per l’iscrizione ad anni successivi in conseguenza del trasferimento. Secondo il precedente dell’Adunanza Plenaria, sul piano sistematico: 1) a livello di formazione primaria e secondaria, le uniche disposizioni in materia di trasferimenti si rinvengono ai commi 8 e 9 dell’art. 3 del d.m. 16 marzo 2007 in materia di “Determinazione delle classi di laurea magistrale”, che, senza alcun riferimento a requisiti di ammissione, disciplinano il riconoscimento dei crediti già maturati dallo studente; 2) l’art. 4 l. 2 agosto 1999, n.264 subordina l’ammissione ai corsi i cui accessi sono programmati a livello nazionale (art. 1) o dalle singole università (art. 2), al “previo superamento di apposite prove di cultura generale, sulla base dei programmi della scuola secondaria superiore, e di accertamento della predisposizione per le discipline oggetto dei corsi medesimi”; 3) la locuzione “ammissione” contenuta nella norma sopra citata fa riferimento al solo “primo accoglimento dell’aspirante nel sistema universitario”; 4) nel definire “modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea ad accesso programmato a livello nazionale a.a.2012-2013”, il d.m. 28 giugno 2012 usa indifferentemente i termini di “ammissione” ed “immatricolazione”, facendo riferimento quest’ultimo allo studente che si iscriva al primo anno di corso. Mentre sul piano giuridico, ha rilevato l’Adunanza Plenaria, i test di accesso mirano a valutare la preparazione di colui che, terminata la scuola superiore, deve ancora entrare nell’università per quelli già inseriti nel sistema (e cioè iscritti ad università italiane o straniere) non si tratta più di accertare, ad un livello di per sé presuntivo, l’esistenza di una “predisposizione” di tal fatta, quanto, semmai, di valutarne l’impegno complessivo di apprendimento dimostrato dallo studente con l’acquisizione dei crediti corrispondenti alle attività formative compiute. Una limitazione, da parte degli Stati membri, all’accesso degli studenti provenienti da università straniere per gli anni di corso successivi al primo della facoltà di medicina e chirurgia, si porrebbe in contrasto con il principio comunitario di libertà di circolazione. Pertanto, l’università italiana non può opporre all’istanza di trasferimento il solo fatto del mero mancato superamento dei test di accesso, ma deve in concreto valutare il periodo formativo svolto all’estero e tenere conto dei posti disponibili per i trasferimenti.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 4.6.2015

 
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giovedì 4 giugno 2015 17:25

Autorizzazione paesaggistica: il rapporto tra la competenza dell’ente locale sub delegato (il Comune) e quella della Soprintendenza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 4.6.2015

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“L’atto di mera conferma ricorre nei casi in cui l’Amministrazione si sia limitata, sul piano strettamente ricognitivo, al riscontro di avere provveduto in ordine a un determinato affare o oggetto. Quando invece…sia stato rinnovato l’esame dei presupposti del provvedere, si versa a fronte di un nuovo esercizio del potere, cui segue l’adozione di un atto che, anche se emesso a conferma del provvedimento oggetto di riesame, ha natura provvedimentale e non si identifica con l’atto confermato.” (Cons. Stato, Sez. III, 23 febbraio 2015, n. 908). Ė questo il principio ribadito dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato che nella sentenza del 4.6.2015 ha riconosciuto la natura di atto di conferma all'atto del Comune con cui è stata affermata la validità ed efficacia della autorizzazione paesaggistica in quanto non meramente confermativo dell’autorizzazione paesaggistica. Nel caso di specie, precisa il Collegio, la natura di atto di conferma del provvedimento de quo si chiarisce in relazione al rapporto tra la competenza dell’ente locale sub delegato (il Comune) e quella della Soprintendenza, quale definito dall’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio; in seguito Codice), ai fini del rilascio dell’autorizzazione paesaggistica. Alla luce di questa normativa, che attribuisce in particolare al previo parere della Soprintendenza natura vincolante (art. 146, comma 5), questo Consiglio ha precisato che “…con l’entrata in vigore, a regime (dal 1° gennaio 2010), dell’art. 146 sulla disciplina autorizzatoria prevista dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 22 gennaio 2004 n.42), la Soprintendenza si è ritrovata ad esercitare, non più un sindacato di mera legittimità (come previsto dall’art. 159 d.lgs. n. 42/04 nel regime transitorio vigente fino al 31 dicembre 2009) sull’atto autorizzatorio di base adottato dalla Regione o dall’ente subdelegato, con il correlativo potere di annullamento ad estrema difesa del vincolo (su cui Cons. Stato, Ad. plen., 14 dicembre 2001, n. 9), ma una valutazione di “merito amministrativo”, espressione dei nuovi poteri di cogestione del vincolo paesaggistico (art. 146 d.lgs. 42/04). Non par dubbio che tale mutato quadro normativo abbia giustificato sul piano normativo una diversa e più penetrante valutazione, da parte della Soprintendenza, della compatibilità dell’intervento edilizio progettato con i valori paesaggistici compendiati nella richiamata disciplina vincolistica.” (Cons. Stato, Sez. VI, 25 febbraio 2013, n. 1129). La funzione esercitata dalla Soprintendenza è perciò consultiva ma non di meno il relativo parere assume valenza, in sostanza, di tipo codecisionale rispetto alla determinazione di autorizzazione paesaggistica emanata dal Comune, come riconosciuto da questo nel caso di specie quando, con la nota PG/2012/190581 del 5 marzo 2012, seguita all’annullamento da parte della Soprintendenza del parere favorevole del 1° febbraio 2011, ha affermato che “conseguentemente va annullata l’autorizzazione n. 25 del 15 febbraio 2011, salvo diverso avviso di codesta Soprintendenza”. Da tanto consegue che, se la Soprintendenza rinnova l’esame dei presupposti del proprio previo parere favorevole, il successivo atto di conferma dell’autorizzazione paesaggistica resa sulla base di quel parere non può dirsi meramente confermativo scaturendo da una rinnovata valutazione determinante ai fini della decisione.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 4.6.2015

 
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“L’atto di mera conferma ricorre nei casi in cui l’Amministrazione si sia limitata, sul piano strettamente ricognitivo, al riscontro di avere provveduto in ordine a un determinato affare o oggetto. Quando invece…sia stato rinnovato l’esame dei presupposti del provvedere, si versa a fronte di un nuo ... Continua a leggere

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giovedì 28 maggio 2015 21:10

La riforma delle misure cautelari personali: le novità introdotte dalla legge n. 47/2015

Nota a cura dell'Avv. Luca Petrucci e dell'Avv. Giulio Vasaturo

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La legge 16 aprile 2015, n. 47, in vigore dall’8 maggio 2015, ha introdotto una serie di modifiche di enorme rilievo in materia di misure cautelari personali. Già ad una prima lettura, l’impatto della riforma appare estremamente significativo, in quanto destinato ad abbattere - almeno nelle intenzioni del legislatore - ogni persistente costrutto inquisitorio che, nonostante gli interventi demolitori succedutisi nel tempo ad opera della normativa e della giurisprudenza, era ancora riconoscibile nella disciplina e soprattutto nella prassi applicativa della misura cautelare della custodia in carcere. Ad onor del vero, va detto da subito che alla base della novella legislativa, più della volontà di affermare l’etica costituzionale del garantismo penale, si è imposta l’esigenza quanto mai pragmatica di far fronte al problema del sovraffollamento carcerario, alla stregua dei moniti incalzanti ribaditi dalle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (8 gennaio 2013, Torreggiani c. Italia) e della Corte costituzionale (9 ottobre 2013, n. 279). Questa ineludibile realtà di fatto non svilisce, però, la portata di una legge che ridefinisce integralmente, nella sostanza, i parametri essenziali della carcerazione ante iudicium: l’istituto giuridico che più di ogni altro tormenta la coscienza dei giuristi e dei cittadini più sensibili al tema delle garanzie processuali e della tutela dell’indagato-presunto innocente (si v. al riguardo, fra tutti, L. Ferrajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale, Laterza, Roma-Bari, 2000, p. 566 ss.). L’“attualità” del pericolo di fuga o di reiterazione del reato: un nuovo presupposto per l’applicazione della misura cautelare personale. Gli artt. 1 e 2 della legge n. 47/2015 hanno modificato incisivamente l’art. 274, lett. b) e c), c.p.p., imponendo all’Autorità giudiziaria la verifica, ai fini dell’eventuale applicazione di una misura cautelare personale, della «attuale» sussistenza del «concreto» pericolo di fuga e/o del pericolo di reiterazione del reato o di altri gravi delitti. Tutti i parametri normativi di cui all’art. 274 c.p.p. sono stati così conformati al requisito della “attualità” dell’esigenza cautelare già fissato con riferimento al “pericolo di inquinamento delle prove” (art. 274, lett. a), c.p.p.). La relazione parlamentare che ha accompagnato l’approvazione della legge in esame non dà adito ad alcun dubbio circa la finalità del “ritocco” normativo in forza del quale l’ipotizzato “pericolo di fuga”, per legittimare l’adozione di una misura cautelare, dovrà risultare d’ora in poi «non solo concreto, ma anche attuale, nel senso che il rischio che la persona possa fuggire deve essere imminente», così come la valutazione del “pericolo di reiterazione del reato” dovrà dar conto «di una valutazione più stringente dell’effettiva pericolosità del prevenuto» (Servizio Studi Camera dei Deputati, AC n. 631). Divieto di affermare la sussistenza del pericolo di fuga o di reiterazione del delitto esclusivamente in ragione della gravità del titolo di reato per cui si procede. La novella legislativa impedisce inoltre il ricorso ad uno dei più ricorrenti argomenti giustificativi delle misure cautelari personali, stabilendo che le situazioni di concreto ed attuale pericolo di fuga o di commissione di nuovi reati non possono essere più desunte esclusivamente dalla gravità del titolo di reato contestato. Troppo spesso, in effetti, l’esigenza cautelare è stata accreditata sic et simpliciter, al di là di specifiche evidenze di fatto, sulla base della “massima di comune esperienza” che induce a postulare una maggiore propensione alla fuga o una più spiccata pericolosità sociale nei soggetti su cui pendono contestazioni per le quali sono previste le sanzioni penali più pesanti. D’ora in avanti, la verifica dei presupposti cautelari dovrà essere sempre fondata su dati e riscontri diretti e pregnanti, riconducibili alla posizione propria del singolo indagato, e non solo su inferenze deduttive di cui pure non si disconosce il rilievo. Il carcere come extrema ratio. L’art. 3 della legge n. 47/2015 ribadisce come la scelta di applicare la più afflittiva delle misure cautelari (la custodia in carcere) sia una soluzione estrema da adottarsi solo in caso di inadeguatezza di ogni altro mezzo di contenimento e controllo dell’indagato. Il novellato comma 3 dell’art. 275 c.p.p. prevede che la misura inframuraria «può essere disposta soltanto quando le altre misure coercitive o interdittive, anche se applicate cumulativamente, risultano inadeguate». L’Autorità giudiziaria viene dunque sollecitata a combinare al meglio le diverse opzioni cautelari, evitando il più possibile il ricorso alla restrizione carceraria e preferendo, laddove parimenti efficace, ogni soluzione alternativa. L’intendimento del legislatore viene reso addirittura esplicito con l’art. 275, comma 3 bis, c.p.p. (come introdotto dall’art. 4, comma 3, legge n. 47/2015) che impone al giudice, nel disporre la custodia cautelare in carcere, di «indicare le specifiche ragioni per cui ritiene inidonea, nel caso concreto» la misura degli arresti domiciliari monitorati attraverso l’uso del braccialetto elettronico. Nuovi limiti alla presunzione assoluta di adeguatezza della custodia in carcere. La normativa de qua recepisce espressamente i princìpi di diritto enunciati in più occasioni dalla Consulta (si v., da ultimo, Corte costituzionale 25 febbraio 2015, n. 48) e limita ulteriormente l’alveo delle situazioni in cui trova applicazione la presunzione iuris et de iure di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere. Nella disciplina previgente, la restrizione carceraria era una scelta cautelare obbligata con riguardo ad una pluralità di reati (contemplati dall’art. 51 c.p.p. come richiamato dall’art. 275 c.p.p.) fra cui diverse fattispecie associative (associazione a delinquere “semplice”, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti ecc.). La novella legislativa, con la modifica del terzo comma dell’art. 275 c.p.p., mantiene la presunzione assoluta di adeguatezza della custodia cautelare - fatta salva ovviamente l’accertata insussistenza di esigenze cautelari - soltanto con riferimento al delitto di associazione mafiosa (art. 416 bis c.p.), associazione sovversiva (art. 270 c.p.) ed associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico (art. 270 bis c.p.). Vengono pertanto escluse dal novero delle contestazioni penali per cui non sono poste alternative alla custodia cautelare in carcere, non poche fattispecie di reato fra cui si segnalano, fra gli altri, i reati aggravati dalla modalità mafiosa e finanche il concorso esterno in associazione mafiosa, nonché le diverse forme di violenza sessuale e pedopornografia. In presenza di gravi indizi di colpevolezza relativi a queste particolari ipotesi delittuose, «è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari o che, in relazione al caso concreto, le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure» (art. 275, comma 3, c.p.p. come modificato dall’art. 4, comma 1, della legge n. 47/2015). Quest’ultimo lemma esclude quindi ogni automatismo ed amplia lo spazio per l’applicazione, anche in relazione ad alcuni fra i più deplorevoli reati previsti dal nostro ordinamento, di misure cautelari personali alternative al carcere. Nuovi provvedimenti in caso di trasgressione di “lieve entità” alle prescrizioni degli arresti domiciliari. Gli artt. 5 e 6 della legge n. 47/2015 sollecitano, di fatto, una maggiore tolleranza da parte dell’Autorità giudiziaria rispetto alle violazioni più frequenti e banali degli obblighi restrittivi connessi agli arresti domiciliari (si pensi, ad esempio, alla persona agli arresti domiciliari che viene sorpresa, per esigenze momentanee e per mera superficialità, in una pertinenza immediatamente esterna all’abitazione). Prevede infatti il nuovo art. 276, comma 1 ter, c.p.p. che «in caso di trasgressione alle prescrizioni degli arresti domiciliari concernenti il divieto di allontanarsi dalla propria abitazione o da altro luogo di privata dimora, il giudice dispone la revoca della misura e la sostituzione con la custodia cautelare in carcere, salvo che il fatto sia di lieve entità». Persino con riferimento «a chi sia stato condannato per il reato di evasione nei cinque anni precedenti al fatto per il quale si procede», la novella legislativa si mostra assai più indulgente, escludendo comunque la custodia cautelare in carcere allorché giudice ritenga, sulla base di specifici elementi, che il fatto sia di lieve entità e che le esigenze cautelari possano essere egualmente soddisfatte con la misura degli arresti domiciliari (nuovo art. 284, comma 5 bis, c.p.p.). Le modifiche in tema di motivazione dell’ordinanza applicativa delle misure cautelari. La riforma in esame nega definitivamente la possibilità, da parte del giudice delle indagini preliminari, di motivare per relationem il provvedimento custodiale attraverso una ricezione de plano delle argomentazioni del pubblico ministero. Il nuovo art. 292, comma 2, lett. c) e lett. c bis), c.p.p. impone al giudice non solo la mera «esposizione» ma anche «l’autonoma valutazione» delle specifiche esigenze cautelari, degli indizi che giustificano in concreto la misura personale nonché delle argomentazioni difensive. È importante intendere la portata di questa modifica normativa alla stregua di quanto parallelamente disposto dall’art. 11 della legge n. 47/2015 che, intervenendo sul comma 9 dell’art. 309 c.p.p., dispone in maniera perentoria che «il tribunale annulla il provvedimento impugnato se la motivazione manca o non contiene l’autonoma valutazione, a norma dell’art. 292, delle esigenze cautelari, degli indizi e degli elementi forniti dalla difesa». Viene dunque stigmatizzata a garanzia dell’indagato la prassi, talora rinvenibile in alcune pronunce del gip, di pedissequo “appiattimento” del giudice rispetto alle richieste ed alle ricostruzioni del pubblico ministero. La fondamentale modifica dell’art. 309, comma 9, c.p.p. preclude inoltre ogni “potere integrativo” da parte del Tribunale del Riesame in caso di provvedimento annullabile per carenza oggettiva di motivazione, o per motivazione meramente apparente perché suffragata da generiche “clausole di stile” o, per l’appunto, per assenza di una «autonoma valutazione» delle esigenze cautelari richiamate nella richiesta della Procura della Repubblica. Il nuovo diritto a comparire innanzi al Tribunale del Riesame da parte dell’indagato ristretto anche fuori distretto. Davvero notevoli sono le novità introdotte dalla legge n. 47/2015 al procedimento innanzi al Tribunale del Riesame. Nella nuova formulazione, il comma 8 bis dell’art. 309 c.p.p. prevede che l’imputato che ne fa esplicita richiesta ha diritto di comparire personalmente all’udienza camerale in cui si discuterà della misura cautelare a suo carico. Sino ad oggi, l’indagato detenuto fuori distretto non aveva alcun diritto ad essere sentito in udienza, ma solo quello ad essere interrogato dal magistrato di sorveglianza. La possibilità di chiedere il differimento dell’udienza del riesame da parte dell’imputato. Col nuovo comma 9 bis dell’art. 309 c.p.p., il legislatore attribuisce all’imputato la possibilità, sinora inedita, di chiedere entro due giorni dalla notificazione dell’avviso, un differimento della data dell’udienza del riesame, «da un minimo di cinque ad un massimo di dieci giorni se vi siano giustificati motivi». In tal caso, il termine per la decisione e quello per il deposito dell’ordinanza sono prorogati nella stessa misura. La ratio di tale disposizione va rinvenuta nella voluntas legis di consentire alla difesa di prepararsi al meglio al delicato confronto giudiziale circa i presupposti della misura cautelare personale. Tempi stringenti per il deposito della motivazione da parte del Tribunale del Riesame e divieto di rinnovazione dell’ordinanza cautelare, in caso di violazione dei termini di deposito. La riforma pone dei vincoli perentori per contenere, entro tempi certi e prestabiliti, l’iter del riesame della misura cautelare personale. Stabilisce in tal senso il nuovo comma 10 dell’art. 309 c.p.p. che se la trasmissione degli atti da parte dell’autorità giudiziaria procedente non avviene entro cinque giorni dalla richiesta di riesame della misura cautelare (art. 309, comma 5, c.p.p.) o se la decisione in merito da parte del «tribunale del luogo nel quale ha sede la corte di appello o la sezione distaccata della corte di appello nella cui circoscrizione è compreso l’ufficio del giudice che ha emesso l’ordinanza» (art. 309, comma 7, c.p.p.) non perviene entro il termine inderogabile di dieci giorni dalla ricezione di tali atti (art. 309, comma 9, c.p.p.), l’ordinanza che dispone la misura coercitiva perde efficacia e, «salve eccezionali esigenze cautelari specificamente motivate», non può essere rinnovata. Allo stesso modo, la misura cautelare decade inesorabilmente e non può essere rinnovata (diversamente da quanto è sin qui avvenuto nella prassi giurisprudenziale) se il deposito delle motivazioni del Tribunale del Riesame non ha luogo nel termine perentorio di trenta giorni dalla decisione, fatti salvi «i casi in cui la stesura della motivazione sia particolarmente complessa per il numero degli arrestati o la gravità delle imputazioni» allorché «il giudice può disporre per il deposito un termine più lungo, comunque non eccedente il quarantacinquesimo giorno da quello della decisione» (nuovo art. 309, comma 10, c.p.p.). Tempi analoghi vengono imposti dal legislatore (art. 12 legge n. 47/2015) anche per quanto concerne il procedimento di appello, di cui all’art. 310 c.p.p., avverso le ordinanze in materia di misure cautelari personali (in questo ambito si intendono, com’è noto, i provvedimenti non strettamente concernenti la fase applicativa della misura cautelare coercitiva che esulano dal contesto applicativo di cui al citato art. 309 c.p.p.). Radicalmente diverse appaiono, però, in sede di appello ex art. 310 c.p.p., le conseguenze derivanti dalla violazione dei termini di legge, posto che in questo giudizio impugnatorio l’indicazione stringente dei tempi procedimentali sembra avere carattere meramente ordinatorio poiché la novella legislativa non ha riprodotto, nell’art. 310 c.p.p., le severissime disposizioni concernenti la perdita di efficacia della misura cautelare. L’ingiustificata inosservanza dei termini di decisione e deposito dell’ordinanza da parte del giudice a quo, a seguito dell’annullamento con rinvio della misura cautelare coercitiva ad opera della Corte di Cassazione, determina invece senza ombra di dubbio, ai sensi del nuovo art. 311, comma 5 bis, c.p.p., le rigide conseguenze di immediata decadenza del provvedimento cautelare. Le altre novità legislative. La legge 16 aprile 2015, n. 47 ha profondamente innovato il regime delle misure cautelari anche sotto altri profili, tutt’altro che marginali. Non si può fare a meno di accennare, a tal proposito, alle modifiche introdotte al sistema delle misure cautelari interdittive per le quali è oggi previsto un termine di durata massima di dodici mesi, fatta salva la possibilità di rinnovo per eventuali esigenze probatorie (nuovo art. 308, comma 2, c.p.p.). L’art. 7 della legge de qua ha inteso inoltre salvaguardare l’“effetto sorpresa” connesso all’adozione della misura della “sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio” (per la quale era previsto, dal previgente art. 289, comma 2, c.p.p., un obbligo propedeutico di interrogatorio dell’indagato), stabilendo che l’eventuale audizione del prevenuto deve avvenire, così come previsto per ogni altra misura coercitiva extracarceraria o interdittiva (art. 294, comma 1 bis, c.p.p.), solo successivamente all’esecuzione o notifica del provvedimento, entro il termine di dieci giorni. L’art. 11, comma 6 della riforma estende invece al procedimento di riesame dei provvedimenti di sequestro, le prescrizioni imposte dall’art. 309, comma 9 e 9 bis (come novellati dalla legge n. 47/2015) circa l’onere di autonoma valutazione delle richieste del pubblico ministero e circa la facoltà dell’indagato di chiedere il differimento dell’udienza per giustificati motivi. Viene, da ultimo, ampliato il quadro delle situazioni per le quali è possibile autorizzare i genitori detenuti o internati, ai sensi dell’art. 21 ter dell’ordinamento penitenziario (legge 26 luglio 1975, n. 354), a visitare o ad assistere un proprio figlio. Sino ad oggi una simile opportunità era limitata solo ai casi di figli minori in gravi condizioni di salute o in imminente pericolo di vita oppure necessitanti di visite specialistiche per patologie particolarmente preoccupanti. Con la riforma in esame, questo beneficio viene esteso anche ai detenuti o internati con figli anche maggiorenni affetti da handicap grave (non necessariamente in pericolo di vita) ed ai detenuti o internati con coniuge o convivente affetto da disabilità permanente. Testo completo Dottrina

Nota a cura dell'Avv. Luca Petrucci e dell'Avv. Giulio Vasaturo

 
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La legge 16 aprile 2015, n. 47, in vigore dall’8 maggio 2015, ha introdotto una serie di modifiche di enorme rilievo in materia di misure cautelari personali. Già ad una prima lettura, l’impatto della riforma appare estremamente significativo, in quanto destinato ad abbattere - almeno nelle intenzi ... Continua a leggere

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giovedì 28 maggio 2015 20:57

Delitti contro l'ambiente: in Gazzetta Ufficiale la legge n. 68/2015

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della legge n. 68/2015 pubblicata in G.U. n. 122 del 28.5.2015

È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 122 del 28.5.2015 la legge 22 maggio 2015, n. 68 recante "Disposizioni in materia di delitti contro l'ambiente". La legge si compone di tre articoli ed entra in vigore il 29.5.2015. Per scaricare la legge cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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lunedì 25 maggio 2015 22:52

Inquilini morosi incolpevoli: in Gazzetta Ufficiale il riparto della disponibilità 2015

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in G.U. n. 118 del 23.5.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 118 del 23.5.2015 il decreto 19.3.2015 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti recante "Riparto della disponibilita' 2015 relativo al Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli." Per maggiori informazioni scarica il decreto cliccando su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in G.U. n. 118 del 23.5.2015

 
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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 118 del 23.5.2015 il decreto 19.3.2015 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti recante "Riparto della disponibilita' 2015 relativo al Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli." Per maggiori informazioni scarica il decreto cliccando ... Continua a leggere

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lunedì 25 maggio 2015 22:49

Enti Locali e Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati: in G.U. le modalità di presentazione delle domande di contributo per l'accoglienza di minori stranieri non accompagnati

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero dell'Interno pubblicato sulla G.U. n. 118 del 23.5.2015

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Sulla Gazzetta Ufficiale n. 118 del 23.5.2015 è stato pubblicato il decreto 27 aprile 2015 del Ministero dell'Interno recante "Modalità di presentazione delle domande di contributo, da parte degli enti locali, per i servizi finalizzati all'accoglienza nella rete SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) di minori stranieri non accompagnati". Per maggiori informazioni scarica il decreto cliccando su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero dell'Interno pubblicato sulla G.U. n. 118 del 23.5.2015

 
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Sulla Gazzetta Ufficiale n. 118 del 23.5.2015 è stato pubblicato il decreto 27 aprile 2015 del Ministero dell'Interno recante "Modalità di presentazione delle domande di contributo, da parte degli enti locali, per i servizi finalizzati all'accoglienza nella rete SPRAR (Sistema di Protezione per Ric ... Continua a leggere

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giovedì 21 maggio 2015 10:21

Artigianato digitale e manifattura sostenibile: in G.U. il comunicato sui termini e modalità per la presentazione delle domande per l'accesso alle agevolazioni

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato del Ministero dello Sviluppo economico pubblicato sulla G.U. n. 115 del 20.5.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il comunicato del Ministero dello Sviluppo Economico concernente "Termini e modalita' per la presentazione delle domande ai fini dell'accesso alle agevolazioni per lo sviluppo dell'artigianato digitale e della manifattura sostenibile". Nel comunicato viene precisato che "Con decreto del Direttore generale per gli incentivi alle imprese 11 maggio 2015 sono stati fissati i termini per la presentazione delle domande di agevolazione per lo sviluppo dell'artigianato digitale e della manifattura sostenibile, ai sensi del decreto ministeriale 17 febbraio 2015. Il decreto stabilisce, altresi', le condizioni, i punteggi e le soglie minime per la valutazione delle domande, le modalita' e le condizioni per la concessione dell'agevolazione, le modalita' di presentazione e gestione delle rimodulazioni dei programmi e delle richieste di erogazione. Ai sensi dell'art. 32 della legge n. 69/2009, il testo integrale del decreto e' consultabile nel sito del Ministero dello sviluppo economico www.mise.gov.it."

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato del Ministero dello Sviluppo economico pubblicato sulla G.U. n. 115 del 20.5.2015

 
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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il comunicato del Ministero dello Sviluppo Economico concernente "Termini e modalita' per la presentazione delle domande ai fini dell'accesso alle agevolazioni per lo sviluppo dell'artigianato digitale e della manifattura sostenibile". Nel comunicato vie ... Continua a leggere

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giovedì 21 maggio 2015 10:09

Patrimonio di edilizia residenziale pubblica: in Gazzetta Ufficiale le procedure di alienazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in G.U. n. 115 del 20.5.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 115 del 20.5.2015 il decreto del 24.2.2015 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti recante "Procedure di alienazione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica". In particolare, il decreto che si compone di due articoli stabilisce che i comuni, gli enti pubblici anche territoriali, gli istitut autonomi per le case popolari comunque denominati, in coerenza con i programmi regionali finalizzati a soddisfare il fabbisogno abitativo, procedono all'alienazione di unita' immobiliari per esigenze connesse ad una piu' razionale ed economica gestione del patrimonio. A tal fine gli enti proprietari predispongono, entro quattro mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto sulla Gazzetta Ufficiale specifici programmi di alienazione. I programmi, adottati secondo le procedure ed i criteri di cui al presente decreto, sono approvati dal competente organo dell'ente proprietario, previo formale assenso della regione. Decorso inutilmente il termine di quarantacinque giorni, l'assenso della regione si intende reso. I programmi sono trasmessi al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e alla regione competente. Sono fatti comunque salvi i programmi di alienazione degli alloggi avviati, alla data di pubblicazione del presente decreto sulla Gazzetta Ufficiale, in virtu' di provvedimenti regionali. Il Comma 2 dell'articolo 1 del decreto precisa che i programmi di alienazione devono favorire prioritariamente la dismissione degli alloggi situati nei condomini misti nei quali la proprieta' pubblica e' inferiore al 50% e di quelli inseriti in situazioni estranee all'edilizia residenziale pubblica quali aree prive di servizi, immobili fatiscenti. Possono essere inclusi nei programmi anche immobili classificabili nell'ambito della revisione catastale in atto come A/1, A/7, A/8, A/9, A/10, nonche' locali destinati ad uso diverso da quello abitativo quali usi commerciali, artigianali, ecc., se l'alienazione di tali immobili e' funzionale alle finalita' complessive del programma. Per gli immobili classificabili nell'ambito della revisione catastale in atto come A/1, A/7, A/8, A/9, A/10, devono comunque ricorrere anche le condizioni di cui al successivo comma 3 e vengono applicate le modalita' di cui all'art. 2, comma 2. Inoltre in virtù del comma 3, dovra' essere favorita, altresi', la dismissione di quegli alloggi i cui oneri di manutenzione e/o ristrutturazione siano dichiarati insostenibili dall'ente proprietario sulla base di una stima documentata dei relativi costi da trasmettere alla regione competente. Il Comma 4 del citato articolo 1 stabilisce infine che "Le risorse derivanti dalle alienazioni previste dai programmi, approvati a far tempo dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del presente decreto, restano nella disponibilita' degli enti proprietari e sono destinate, ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera a) del decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47, convertito con modificazioni dalla legge 23 maggio 2014, n. 80, all'attuazione: di un programma straordinario di recupero e razionalizzazione del patrimonio esistente, predisposto sulla base dei criteri stabiliti ai sensi dell'art. 4 del decreto-legge n. 47/2014, convertito con modificazioni dalla legge 23 maggio 2014, n. 80; di acquisto e, solo in mancanza di adeguata offerta di mercato, di realizzazione di nuovi alloggi. I programmi di reinvestimento sono approvati dal competente organo dell'ente proprietario, previo formale assenso della regione. Decorso inutilmente il termine di quarantacinque giorni, l'assenso della regione si intende reso. 5. L'attuazione dei programmi di alienazione e' tempestivamente comunicata alle competenti regioni anche ai fini dell'aggiornamento dell'anagrafe del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e dell'anagrafe dei relativi assegnatari, di cui all'art. 4, comma 1, lettera f), della legge 5 agosto 1978, n. 457, nonche' della mutua cooperazione finalizzata alla verifica del possesso dei requisiti e degli accertamenti conseguenti". A sua volta l'articolo 2 del decreto disciplina i criteri di alienazione. Per continuare la lettura del decreto cliccare su "Accedi al Provvedimeto".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in G.U. n. 115 del 20.5.2015

 
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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 115 del 20.5.2015 il decreto del 24.2.2015 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti recante "Procedure di alienazione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica". In particolare, il decreto che si compone di due articoli stabilisce che ... Continua a leggere

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