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ORGANI
GAZZETTA AMMINISTRATIVA
2016

Direttore:
Enrico Michetti
 
Presidente Onorario:
Pasquale de Lise
PRESIDENTE EMERITO DEL CONSIGLIO DI STATO
 
Pres. Consiglio Scientifico:
Alberto Romano
 
Vice Pres. Vicario del Consiglio Scientifico:
Amedeo Speranza
 
Comitato dei Saggi:
Ignazio Francesco Caramazza
AVVOCATO GENERALE EMERITO DELLO STATO
 
Antonio Fazio
GOVERNATORE EMERITO DELLA BANCA D'ITALIA
 
Luigi Giampaolino
PRESIDENTE EMERITO DELLA CORTE DEI CONTI
 
Andrea Monorchio
RAGIONIERE GENERALE DELLO STATO EMERITO
 
Antonio Naddeo
CAPO DIPARTIMENTO AFFARI REGIONALI
 
Filippo Patroni Griffi
PRESIDENTE DI SEZIONE DEL CONSIGLIO DI STATO
 
Sergio Santoro
PRESIDENTE DI SEZIONE DEL CONSIGLIO DI STATO
 
Alberto Stancanelli
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
 
Direttore Generale:
Valentina Romani
 
Vice Direttore Generale:
Angelo Domini
 
Responsabile Coordinamento Attività:
Emanuele Riccardi
 
Responsabile Media e Social Media:
Paolo Romani
 
Responsabile Organizzazione:
Filippo Gai
 
Responsabile Relazioni Esterne:
Angelo Miele
 
Responsabile Osservatorio Enti Locali:
Franco Bianchi
 
Responsabile Osservatorio Anticorruzione:
Giovanni Tartaglia Polcini
 
Responsabile Osservatorio Penale:
Luca Petrucci
 
Resp. Osservatorio di Diritto Pubblico dell'Economia:
Roberto Miccu
 
Resp. Osservatorio Società Pubbliche:
Roberto Diacetti
 
Vice Direttori Rivista:
Paolo Pittori, Rodolfo Murra, Domenico Tomassetti, Federico Mazzella, Stefano Olivieri Pennesi, Salvatore Napolitano, Anna Cinzia Bartoccioni, Antonio Cordasco
 
Segretari Consiglio Scientifico:
Fulvio Pastore, Massimo Mari, Elisa Scotti
 
Consiglio Scientifico:
PROFESSORI ORDINARI DI DIRITTO AMMINISTRATIVO E PUBBLICO
Vicente Alvarez Garcìa
Enzo Baldini
Rodolfo Carlos Barra
Antonio Bartolini
Salvatore Bellomia
Raffaele Bifulco
Andrea Biondi
Roberto Caranta
Agatino Cariola
Paola Chirulli
Alfredo Contieri
Guido Corso
Francesco De Leonardis
Enrico Follieri
Fabio Francario
Carlo Emanuele Gallo
Alejo Hernandez Lavado
Vincenzo Caputi Iambrenghi
Giovanni Leone
Fiorenzo Liguori
Emanuele Lobina
Stelio Mangiameli
Bernardo Giorgio Mattarella
Fabio Merusi
Roberto Miccù
Nino Paolantonio
Roberto Cavallo Perin
Paola Piras
Aristide Police
Emilio Paolo Salvia
Salvatore Raimondi
Filippo Satta
Antonio Romano Tassone
Dimitris Xenos
 
 
Senato della Repubblica - Area Riservata
Monopoli di Stato - Area Riservata
Autorità Portuali - Area Riservata
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LA RASSEGNA DEL DIRETTORE

 
martedì 26 luglio 2016 07:58

Giudicato amministrativo: il principio dell'efficacia inter partes non trova applicazione per le pronunce di annullamento di particolari categorie di atti amministrativi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 22.7.2016 n. 3307

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"Il principio dell'efficacia inter partes del giudicato amministrativo non trova applicazione nei confronti delle pronunce di annullamento di particolari categorie di atti amministrativi, ossia in concreto, di quelli che hanno una pluralità di destinatari, un contenuto inscindibile e sono invalidi per un vizio che ne inficia il contenuto in modo indivisibile per i destinatari (Cons. Stato Sez. IV, 13-03-2014, n. 1222; Cons. Stato Sez. IV, 18-11-2013, n. 5459; Cons. Stato Sez. III, 20-04-2012, n. 2350) Il provvedimento impugnato in primo grado, deliberazione della G.R. n. 1773 del 2012 di approvazione dello schema - tipo accordo contrattuale allegato per l'erogazione e l'acquisto di prestazioni sanitarie in regime di ricovero che costituisce atto generale ad effetti inscindibili, come correttamente rilevato dalla difesa delle appellanti, sicchè la decisione di annullamento non si estrinseca nei confronti delle sole parti in causa, ma esplica i suoi effetti anche nei confronti di coloro che - pur essendo estranei al giudizio conclusosi con le decisioni che hanno acclarato l’illegittimità dell’atto - si trovano nelle medesime condizioni: detto atto, infatti, essendo unitario ed indivisibile non può produrre effetti nei confronti di taluni soggetti e non di altri. Pertanto, come ha correttamente rilevato la difesa delle appellanti, la Regione Puglia dovrà prendere atto dell’avvenuto annullamento con efficacia erga omnes della propria delibera, avente natura di atto generale ad effetto inscindibile."

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 22.7.2016 n. 3307

 
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martedì 26 luglio 2016 07:52

Processo amministrativo: il principio di segretezza della deliberazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 21.7.2016 n. 3303

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Nella sentenza n. 3303 del 21 luglio 2016 la Sesta Sezione del Consiglio di Stato ha affermato che il principio di segretezza della deliberazione sancito dall’art. 276 C.p.c. (“La decisione è deliberata in segreto nella camera di consiglio”), che esclude ogni forma di pubblicità della fase decisoria che si svolge in camera di consiglio. La segretezza evidentemente vale non solo nei confronti del pubblico, ma soprattutto nei confronti delle parti, al fine di assicurare la libertà della decisione. Il principio di segretezza esclude che le parti abbiano il diritto di essere informate non solo del contenuto, ma anche delle modalità di svolgimento della decisione, sotto il profilo temporale o del numero delle camere di consiglio che si rendono necessarie per completare la deliberazione. Per quanto riguarda, inoltre, il tempo della deliberazione, va ricordato che, salvo le ipotesi espressamente disciplinate dalla legge, in cui vige il principio della decisione immediata (cfr., ad esempio, l’art. 129, comma 6, c.p.a., per i giudizi aventi a oggetto gli atti di esclusione dal procedimento elettorale), nessun termine è previsto in via generale per lo svolgimento della camera di consiglio; sicché, nel giudizio ordinario di cognizione, la sentenza può essere deliberata in data diversa da quella in cui si è celebrata l’udienza di discussione (cfr. Cass. Civ., sez. III, 4 novembre 2014, n. 23423). A maggior ragione, è consentito che alla decisione si arrivi attraverso una pluralità di camere di consiglio (che può rendersi necessaria per la particolare complessità delle questioni esaminate e per le esigenze di ulteriore approfondimento che esse sollevano). È ben possibile, quindi, che la fase decisoria, si apra, come accaduto nel caso di specie, immediatamente dopo la discussione del ricorso, ma che poi prosegua in una o più camere di consiglio fissate in date successive. Tale conclusione trova conforto, oltre che in un principio pacificamente accolto dalla giurisprudenza civile, nell’espressa previsione normativa contenuta nell’art. 75 C.p.a. che, dopo aver previsto, al comma 1, che “il collegio, dopo la discussione, decide la causa”, dispone espressamente, al comma 2, che “la decisione può essere differita a una delle successive camere di consiglio”. Il ricordato principio di segretezza della deliberazione esclude, come si è già evidenziato, che l’articolazione della decisione in una o più camere di consiglio sia oggetto di contradditorio con le parti o che queste abbiano diritto di essere informate di eventuali riconvocazioni o possano, in vista di esse, depositare ulteriori memorie o documenti. Al contrario, l’esigenza che le parti non debbano e non possano conoscere tali ulteriori fasi del processo decisionale (nel caso che esso si atteggi come complesso, ossia strutturato in più momenti diversi) è funzionale a garantire la serenità e l’indipendenza del giudizio del giudice.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 21.7.2016 n. 3303

 
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Nella sentenza n. 3303 del 21 luglio 2016 la Sesta Sezione del Consiglio di Stato ha affermato che il principio di segretezza della deliberazione sancito dall’art. 276 C.p.c. (“La decisione è deliberata in segreto nella camera di consiglio”), che esclude ogni forma di pubblicità della fase decisori ... Continua a leggere

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martedì 26 luglio 2016 07:42

Il preavviso di rigetto: l’Amministrazione non ha un onere particolarmente stringente di dare minuzioso riscontro alle osservazioni del privato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3293

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La Quinta Sezione del Consiglio di Statl nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3293 ha affermato che "non è dato ravvisare a carico dell’Amministrazione un onere particolarmente stringente di dare minuzioso riscontro alle osservazioni rese ai sensi dell’art. 10 bis,atteggiandosi le medesime pur sempre a un contributo al procedimento da parte del privato di tipo squisitamente collaborativo. In ogni caso, ai sensi dell’art. 21 octies, della medesima l. n. 241 del 1990, la mancata o insufficiente motivazione dell’apporto collaborativo proposto con le osservazioni non può refluire sulla validità dell’atto di diniego che nel caso in esame esprime un potere privo di margini di discrezionalità in ragione della presupposta e vincolante regolamentazione comunale richiamata nell’adottata determinazione ( Cons. Stato sez. IV 9/12/2015 n. 5577; Cons Stato Sez. V 25/1/2016 n. 233)".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3293

 
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La Quinta Sezione del Consiglio di Statl nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3293 ha affermato che "non è dato ravvisare a carico dell’Amministrazione un onere particolarmente stringente di dare minuzioso riscontro alle osservazioni rese ai sensi dell’art. 10 bis,atteggiandosi le medesime pur semp ... Continua a leggere

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martedì 26 luglio 2016 07:26

Appalti: le "spie" non tipizzate dal legislative dell'infiltrazione mafiosa

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 20.7.2016 n. 3299

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La vicenda giunta all'attenzione della Terza Sezione del Consiglio di Stato riguarda una società (appellata) che svolge la propria attività nel settore della raccolta e del trattamento dei rifiuti solidi urbani e, in tale qualità, ha ottenuto diversi affidamenti, anche in forma diretta, da parte di Comuni del territorio calabrese, aventi ad oggetto lo svolgimento di tali attività. La società è stata destinataria di un’informazione antimafia interdittiva, emanata dalla Prefettura di Crotone ai sensi degli artt. 84 e 91 del d. lgs. n. 159 del 2011, essendo stata riscontrata a suo carico la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata, tendenti a condizionarne le scelte e gli indirizzi. A tale provvedimento prefettizio si sono succedute le conseguenti determinazioni, pure impugnate nel primo grado di giudizio, adottate dei Comuni committenti, dirette a interrompere i rapporti contrattuali. Il T.A.R., con la sentenza n. 2227 del 20 dicembre 2014, ha annullato l’interdittiva antimafia e gli atti applicativi posti in essere dalle diverse stazioni appaltanti, ritenendo che il provvedimento interdittivo – pure supportato da elementi indiziari a carico di quindici dipendenti della società ricorrente – sia illegittimo, non avendo l’Amministrazione sufficientemente motivato circa la possibile incidenza di tali elementi sulla gestione aziendale e, quindi, sulla effettiva capacità di condizionamento sulle scelte imprenditoriali. Il Consiglio di Stato Sez. III con sentenza del 20 luglio 2016 n. 3299 ha accolto l'appello proposto dal Ministero dell’Interno e dall’Ufficio Territoriale del Governo – Prefettura di Crotone e per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, ha respinto il ricorso proposto dalla società. Si legge nella parte motiva della sentenza che "Come emerge dalla vasta giurisprudenza formatasi sul punto nel corso di oltre venti anni, vi sono numerose situazioni, non tipizzate dal legislatore, che costituiscono altrettante ‘spie’ dell’infiltrazione (nella duplice forma del condizionamento o del favoreggiamento dell’impresa), anche se non ricomprese nel ‘catalogo’ dell’art. 84 del d. lgs. n. 159 del 2011. 5.1. Gli elementi di inquinamento mafioso, ben lungi dal costituire un numerus clausus, assumono infatti forme e caratteristiche diverse secondo i tempi, i luoghi e le persone e sfuggono ad un preciso inquadramento, per l’insidiosa pervasività e mutevolezza, anzitutto sul piano sociale, del fenomeno mafioso (Cons. St., sez. III, 3 maggio 2016, n. 1743). 5.2. Quello voluto dal legislatore, ben consapevole di questo, è dunque un ‘catalogo aperto’ di situazioni sintomatiche del condizionamento mafioso, come si desume chiaramente dall’art. 91, comma 6, del d. lgs. n. 159 del 2011. 5.3. Tra queste situazioni sintomatiche non tipizzate dal legislatore, come la Sezione ha già chiarito nella citata sentenza n. 1743 del 2016, figura anche «l’assunzione esclusiva o prevalente, da parte di imprese medio-piccole, di personale avente precedenti penali gravi o comunque contiguo ad associazioni criminali». 5.4. Con riferimento al caso di specie, occorre qui precisare ulteriormente che la presenza di un ‘numero rilevante’ di dipendenti – come lo è il numero di 15 su 90 – legati alle cosche mafiose e gravati da specifici precedenti penali in una piccolo-media impresa può assurgere ad elemento di inquinamento mafioso, anche indipendentemente dal loro ruolo di ‘amministratori di fatto’, se tale anomala presenza non è giustificata né preceduta da un efficace attività di vigilanza e di selezione da parte degli organi decisionali o gestionali dell’impresa. 5.4.1. Consentire, infatti, che la propria attività esecutiva sia affidata a soggetti contigui o affiliati alle cosche non può far ragionevolmente escludere che anche le decisioni e la vita stessa dell’impresa siano affidati ad una ‘direzione esterna’, per il tramite di uomini di fiducia posti dalle cosche all’interno dell’impresa. 5.5. La mafia non si serve necessariamente, infatti, dei soli amministratori o dei soci di una società per condizionare l’impresa e strumentalizzarla ai propri scopi, ben potendo avvalersi di soggetti che nell’impresa svolgono una qualsivoglia mansione, poiché il suo scopo non è solo – o non sempre – la scalata delle gerarchie societarie, ma il controllo delle attività economiche più lucrose con ogni mezzo e con ogni uomo idoneo allo scopo, con una flessibilità di forme interne che sfugge e intende sfuggire, per non attirare controlli esterni, alle ‘armonie prestabilite’ del diritto societario. 5.6. Ne deriva quindi che, sul piano qualitativo, il condizionamento mafioso (ovvero il ‘controllo del territorio’ con la creazione di un clima di paura o di omertà) può derivare anche dalla presenza di soggetti che non svolgano ruoli apicali all’interno della società, ma siano o figurino come meri dipendenti, entrati a far parte dell’impresa senza alcun criterio selettivo e filtri preventivi. 5.7. Sul piano quantitativo, poi, è evidente che non si tratta qui, come ha ritenuto il primo giudice, nemmeno di una questione meramente numerica, apprezzabile cioè soltanto in base alla misura percentuale dei dipendenti ‘controindicati’ assunti dall’impresa rispetto all’organico totale dei dipendenti, sicché l’assunzione di 15 dipendenti contigui ad associazioni mafiose o con gravi precedenti penali, rispetto ad un numero complessivo di 90, si dovrebbe considerare un valore trascurabile. 6. Accade che i ‘protocolli di legalità’ prevedano e precisino, sempre più di frequente, quali attività di vigilanza e di controllo debbano necessariamente porre in essere gli imprenditori, ma anche laddove tali protocolli di legalità non siano stati stipulati l’assenza di tale vigilanza e di controllo ben può formare oggetto di valutazione da parte del Prefetto. 6.1. L’obbligo di vigilanza non ha solo un fondamento pattizio, ex contractu, nei protocolli di legalità, ma trova nelle previsioni del d. lgs. n. 159 del 2011 un sicuro fondamento normativo, ex lege, secondo una lettura sistematica e anche costituzionalmente orientata di tali disposizioni. 6.2. Al di là delle previsioni dei ‘protocolli di legalità’ e degli obblighi da esse previsti, infatti, il condizionamento mafioso, ai sensi dell’art. 91, comma 6, del d. lgs. n. 159 del 2011, si può desumere anche dalla presenza di un solo dipendente ‘infiltrato’, del quale la mafia si serva per controllare o guidare dall’esterno l’impresa, ciò che può risultare da atti investigativi (intercettazioni), frequentazioni, ed altri elementi sintomatici. 6.3. Il condizionamento si può altresì desumere anche dalla assunzione o dalla presenza di dipendenti aventi precedenti legati alla criminalità organizzata, pur quando non emergano specifici riscontri oggettivi sull’influenza delle scelte dell’impresa. 6.4. In presenza di tali situazioni, infatti, la Prefettura ben può trarre elementi per ritenere sussistente un fattore di inquinamento mafioso all’interno dell’impresa, in considerazione dell’atteggiamento dell’impresa, già sul piano della scelta dei suoi dipendenti. 7. Le imprese possono effettuare liberamente le assunzioni che meglio credano, qualora non abbiano o non intendano avere i rapporti economici con la pubblica amministrazione, disciplinati dal d. lgs. n. 159 del 2011. 7.1. Ove però intendano avere tali rapporti, le imprese devono garantire la massima affidabilità, non solo nelle selezione di amministratori e soci, ma anche dei dipendenti, e devono vigilare affinché nella loro organizzazione non vi siano dipendenti risultati contigui al mondo della criminalità organizzata, 7.2. Contrariamente a quanto ha rilevato il T.A.R., tuttavia, l’impresa che intenda intrattenere rapporti con la pubblica amministrazione – fondati sulla affidabilità necessaria ex lege – deve essere vigile e responsabile nella selezione dei dipendenti di cui si avvale. 7.3. Sia in sede di assunzione che nel corso dei rapporti di lavoro, infatti, essa si deve organizzare in modo tale da avere una struttura su cui non possa interferire la criminalità organizzata, ben potendo l’impresa far valere anche la giusta causa del recesso da rapporti di lavoro già instaurati, rappresentando che la loro prosecuzione, con chi ne sia risultato contiguo, può indurre la Prefettura a disporre misure interdittive. 8. La Prefettura del tutto ragionevolmente rileva la sussistenza del rischio di infiltrazioni, quando l’impresa – per disattenzione o per ‘quieto vivere’ – non abbia disposto controlli o abbia esercitato filtri selettivi sulle assunzioni (in un contesto per di più ad alta densità criminale). 9. Sotto tale profilo, dunque, le disposizioni del codice antimafia (d. lgs. n. 159 del 2011) – nella misura in cui costituiscano, come detto, la fonte ex lege di obblighi di vigilanza dell’impresa in ordine alla gestione delle proprie strutture e dei propri dipendenti – rinvengono una propria giustificazione nell’art. 41, terzo comma, Cost., per il quale «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali» 9.1. Ciò risponde ad una interpretazione di tale disposizione costituzionale che, superata la originaria matrice dirigistica, evolva invece verso una più matura e democratica visione del rapporto tra autonomia imprenditoriale e pubblico potere, intesa a responsabilizzare massimamente e a rendere consapevoli le imprese, che intendano svolgere la loro attività economica con lo Stato e per lo Stato, circa il fondamentale presupposto e, insieme, il «fine sociale» di tale rapporto, riguardato sul versante della legislazione antimafia, ossia la loro alta affidabilità e la loro impermeabilità al fenomeno mafioso."

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 20.7.2016 n. 3299

 
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martedì 26 luglio 2016 07:18

Dichiarazione di pubblica utilità: la comunicazione di avvio del procedimento di proroga dei termini

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3248

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Come già ricordato dalla giurisprudenza (Cons. Stato, sez. IV, 9 novembre 2012 n. 5822), se è pur vero che la proroga dei termini fissati dalla dichiarazione di p.u. richiede la previa comunicazione di avvio del procedimento, è altrettanto vero che occorre verificare, in concreto, quali avrebbero potuto essere gli apporti partecipativi dei privati e, dunque, un eventuale, diverso contenuto del provvedimento, con ciò evitando di validare una rilevanza meramente formale dell’omissione di comunicazione. È questo il principio ribadito dalla Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3248 nella quale il Collegio ha altresì osservato che, una volta emesso il provvedimento che dispone la proroga dei termini, il privato ben può proporre al giudice propri specifici motivi di ricorso con i quali censura, nel merito, il provvedimento di proroga impugnato, motivi che rappresenterebbero le doglianze che egli avrebbe esposto all’amministrazione ove fosse stato messo in condizione di partecipare al procedimento.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3248

 
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Come già ricordato dalla giurisprudenza (Cons. Stato, sez. IV, 9 novembre 2012 n. 5822), se è pur vero che la proroga dei termini fissati dalla dichiarazione di p.u. richiede la previa comunicazione di avvio del procedimento, è altrettanto vero che occorre verificare, in concreto, quali avrebbero p ... Continua a leggere

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martedì 26 luglio 2016 07:06

Dirigenza: la quantificazione del danno per omessa o ritardata assunzione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3252

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È jus receptum (cfr., per tutti, Cons. St., VI, 26 gennaio 2000 n. 653; id., III, 2 marzo 2015 n. 1029) che, nelle controversie sul lavoro subordinato pubblico e, in particolare, le assunzioni, la restitutio in integrum agli effetti economici (oltre che a quelli giuridici) spetta al pubblico dipendente solo nel caso di sentenza che riconosca l'illegittima interruzione di un rapporto già in corso e non anche nel caso di giudicato che riconosca illegittimo il diniego di costituzione del rapporto stesso. E, nel caso dell’accesso alla dirigenza —ove il superamento implica l’acquisizione d’un nuovo e diverso status di lavoro (vera e propria novazione oggettiva: cfr. Cass., sez. lav., 28 ottobre 2014 n. 22835)—, non v’è un parametro facilmente definibile per la liquidazione del risarcimento e, certo, non quello della retribuzione tabellare della dirigenza. Soccorre così il principio da tempo enunciato dalla Sezione (Cons. St., IV, 11 novembre 2010 n. 8020), in virtù del quale, la quantificazione per equivalente del danno a causa dell’omessa o della ritardata assunzione in posto di pubblico impiego, questo non s’identifica nella mancata erogazione della retribuzione e della contribuzione, elementi, questi, che al più possono rilevare soltanto sotto il profilo della responsabilità contrattuale. Bisogna dunque riferirsi ad una liquidazione equitativa da valutare caso per caso e giammai all’importo meramente differenziale tra la retribuzione in atto e quella, futura, da dirigente (arg. ex Cons. St., V, 10 maggio 2010 n. 2750). Ciò vale a più forte ragione per la dirigenza nel rapporto di pubblico impiego privatizzato, per la quale, in caso di ritardata assunzione, spetta al vincitore del concorso di tipo dirigenziale non una restitutio in integrum (di cui ha titolo il lavoratore subordinato pubblico in tutti i casi d’indebita sospensione o risoluzione d’un rapporto in atto: cfr., p. es., Cass., sez. lav., 25 novembre 2013 n. 26287), bensì il risarcimento del danno, salvo che la P.A. non dimostri (ma non è questo il caso) che il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione, derivante da causa ad esso non imputabile (cfr. Cass., sez. lav., 20 gennaio 2009 n. 1399; id., VI, 14 giugno 2012 n. 9807).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3252

 
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È jus receptum (cfr., per tutti, Cons. St., VI, 26 gennaio 2000 n. 653; id., III, 2 marzo 2015 n. 1029) che, nelle controversie sul lavoro subordinato pubblico e, in particolare, le assunzioni, la restitutio in integrum agli effetti economici (oltre che a quelli giuridici) spetta al pubblico dipend ... Continua a leggere

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martedì 26 luglio 2016 06:55

Esproprio: la mancata previsione di un indennizzo non è ex se circostanza viziante il decreto di esproprio

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3291

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Secondo il costante insegnamento giurisprudenziale la mancata previsione di un indennizzo non è ex se circostanza viziante il decreto di esproprio (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 24 novembre 2014, nr. 5814, id., sez. VI, 30 luglio 2013, nr. 4006). In applicazione di tale principio, la Quarta Sezione del Consiglio di Stato, nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3291, ha affermato che "la doglianza afferente alla mancanza dell’indennizzo, ove non la si voglia intendere sic et simpliciter come infondata, si risolve nel far valere il diritto soggettivo alla determinazione e corresponsione dell’indennizzo medesimo, e quindi nell’instaurare una controversia sottratta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ex art. 133, comma 1, lettera g), cod. proc. amm."

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3291

 
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Secondo il costante insegnamento giurisprudenziale la mancata previsione di un indennizzo non è ex se circostanza viziante il decreto di esproprio (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 24 novembre 2014, nr. 5814, id., sez. VI, 30 luglio 2013, nr. 4006). In applicazione di tale principio, la Quarta Sezione d ... Continua a leggere

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martedì 26 luglio 2016 06:49

Pianificazione urbanistica: la nozione di lotto intercluso

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3293

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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 20 luglio 2016 n, 3293 ha, tra l'altro, evidenziato che dal punto di vista urbanistico, un lotto non può qualificarsi come “lotto intercluso" se è confinante con un’altra area più vasta anch’essa inedificata per cui non può dirsi che il terreno edificabile sia l’unico a non essere stato ancora edificato (Cons. Stato Sez. IV 7/11/2014 n. 5488). Peraltro la nozione di lotto intercluso in tema di pianificazione urbanistica - aggiunge il Collegio - ha una sua valenza quando non si rinviene spazio giuridico per un’ulteriore pianificazione (Cons. Stato Sez. IV 17/7/2013 n. 3880; idem 21712/2012 n. 6656), stante la presenza di sufficienti opere di urbanizzazione primaria e secondaria, ma non è questo il caso che ci occupa, posto che in loco non è possibile ravvisare la sussistenza di un’adeguata dotazione degli standard urbanistici prescritti dal d.m. n.1444/1968. Invero, anche a voler ammettere, come in sostanza rivendica il ricorrente, che la zona sia parzialmente urbanizzata, questo non equivale a consentire di prescindere dalla previa approvazione di uno strumento attuativo proprio perché l’ulteriore edificazione espone la zona in cui è inserita l’area de quaal rischio di compromissione definitiva dei valori urbanistici, mentre la pianificazione attuativa può ancora conseguire l’effetto di correggere e compensare il disordine edificativo in atto nonché di assicurare un armonico raccordo con il preesistente aggregato abitativo.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3293

 
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La Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 20 luglio 2016 n, 3293 ha, tra l'altro, evidenziato che dal punto di vista urbanistico, un lotto non può qualificarsi come “lotto intercluso" se è confinante con un’altra area più vasta anch’essa inedificata per cui non può dirsi che il te ... Continua a leggere

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lunedì 25 luglio 2016 12:53

Pianificazione generale del territorio: l'ampia discrezionalità del Comune

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3250

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È jus receptum (cfr., per tutti, da ultimo, Cons. St., IV, 12 maggio 2016 n. 1907) che, in sede di pianificazione generale del territorio, la discrezionalità, di cui il Comune dispone in ordine alle scelte sulla destinazione dei suoli, è ben ampia e, quindi, in genere non abbisogna di una particolare motivazione al di là di quella ricavabile dai criteri e principi generali cui s’ispira il PRG. È questo il principio ribadito dalla Quarta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3250 con la quale rileva altresi che, già il concreto esercizio di tal amplissima discrezionalità del Comune comunque può esser censurato quando appaia manifestamente illogico, irragionevole, contraddittorio, errato nei presupposti o viziato nel procedimento (arg. ex Cons. St., IV, 29 maggio 2015 n. 2685).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 20.7.2016 n. 3250

 
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È jus receptum (cfr., per tutti, da ultimo, Cons. St., IV, 12 maggio 2016 n. 1907) che, in sede di pianificazione generale del territorio, la discrezionalità, di cui il Comune dispone in ordine alle scelte sulla destinazione dei suoli, è ben ampia e, quindi, in genere non abbisogna di una particola ... Continua a leggere

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lunedì 25 luglio 2016 12:44

Gara da aggiudicarsi secondo il criterio del prezzo più basso: l'Amministrazione non può sottoporre le offerte a verifiche e prove non previste e non predeterminate ed esprimere valutazioni tecniche sulla minore o maggiore qualità dei prodotti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 19.7.2016 n. 3206

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È giunta all'attenzione della Terza Sezione del Consiglio di Stato una gara che doveva aggiudicarsi secondo il criterio del prezzo più basso relativamente alla quale il Collegio ha evidenziato che, per costante giurisprudenza, essa impone una valutazione stringente sulla conformità o meno del prodotto alla specifiche già predeterminate dalla lex specialis(Cons. St., sez. V, 11 dicembre 2015, n. 5655) e non consente alla stazione appaltante di formulare apprezzamenti sul grado di maggiore o minore qualità tecnica dell’offerta, sottoponendo i prodotti a prove o verifiche non previste dalla lex specialis, come è avvenuto nel caso di specie.....Se è ben vero che nelle gare bandite secondo il criterio del prezzo più basso l’Amministrazione può e deve verificare la conformità del prodotto alle specifiche tecniche predeterminate dalla lex specialis, essa non può sottoporre le offerte a verifiche e prove non previste e non predeterminate ed esprimere valutazioni tecniche sulla minore o maggiore qualità dei prodotti, basate su una comparazione qualitativa tra i prodotti offerti (consentita invece nelle gare bandite con il metodo dell’offerta economicamente vantaggiosa), con il risultato illegittimo, peraltro, di escludere in toto l’offerta ritenuta solo qualitativamente meno vantaggiosa, come è accaduto nel caso di specie

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 19.7.2016 n. 3206

 
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lunedì 25 luglio 2016 12:37

Annullamento in autotutela: il decorso del tempo e l'affidamento ingenerato nel privato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.7.2016 n. 3174

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Nel giudizio in esame l’appellante ha dedotto l’erroneità della sentenza nella parte in cui non ha ritenuto illegittimo l’atto di auto-annullamento per mancanza del presupposto rappresentato dalla sussistenza di un interesse concreto e attuale, nonché per mancata valutazione dell’affidamento ingenerato nel privato dal comportamento tenuto dall’amministrazione. In particolare l’annullamento è stato disposto dopo cinquantadue mesi dal rilascio del titolo abilitativo n. 66 del 1998, dopo quarantaquattro mesi dall’ultimazione dei lavori e dopo trentanove mesi dalla deliberazione consiliare, che ha stabilito la capienza della superficie coperta ammissibile. Il Consiglio di Stato Sez. VI nella sentenza del 18.7.2016 n. 3174 ha ritenuto ilmotivo infondato affermando che "L’art. 21-nonies della legge n. 241 del 1990, nella versione vigente all’epoca dei fatti, prevedeva che il «provvedimento amministrativo illegittimo ai sensi dell'articolo 21-octies può essere annullato d'ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati, dall'organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge». Nella fattispecie in esame sussistono tutti i presupposti contemplati dalla suddetta normativa per l’esercizio del potere di autotutela. Il requisito dell’illegittimità discende dalle statuizioni contenute nella deliberazione consiliare 16 dicembre 1999 n. 55, recante la revoca parziale della propria precedente deliberazione n. 31/98, che contemplava una possibilità edificatoria eccedente rispetto a quella consentita nel comparto. Il requisito dell’interesse pubblico concreto e attuale, in ragione della evidente violazione dei limiti dimensionali consentiti, è insisto nell’oggetto stesso delle statuizioni adottate (Cons. Stato, sez. IV, 23 febbraio 2012, n. 1041). Il requisito dell’affidamento non può venire in rilievo, in quanto il tempo trascorso è imputabile alle richieste di rilascio di concessioni in sanatoria avanzate da Finagen tra il 6 settembre 2001 (data della prima istanza) e l’1 aprile 2003 (data di abbandono della richiesta del 25 novembre 2002). Il tempo anteriore a quella data può ritenersi un tempo ragionevole di attesa prima dell’esercizio del potere di autotutela. Sotto altro aspetto, deve rilevarsi che dagli atti del processo risulta che l’appellante, anche in ragione della presentazione delle suddette richieste, fosse comunque a conoscenza dell’illegittimità dell’atto e dunque consapevole della possibilità che lo stesso potesse essere oggetto di annullamento da parte dell’amministrazione. Non può, pertanto, ritenersi che si sia formato un affidamento meritevole di protezione giuridica che l’amministrazione avrebbe dovuto valutare ai fini dell’adozione del provvedimento di secondo grado oggetto di impugnazione".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.7.2016 n. 3174

 
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domenica 24 luglio 2016 08:44

Appalti pubblici: l'andamento della domanda nel primo semestre 2016

segnalazione del comunicato Anac pubblicato il 21.7.2016

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L’Autorità, al fine di verificare l’andamento relativo alla domanda di appalti pubblici, ha elaborato i dati contenuti nella BDNCP relativamente a lavori, servizi e forniture, tenendo conto dell’entrata in vigore del nuovo codice dei contratti (d.lgs. 50/2016), avvenuta il 19 aprile 2016. Nella Tabella 1 sono riportati i dati relativi ai lavori nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2016 ed il 18 aprile 2016 e tali dati sono stati posti a confronto con gli stessi dati relativi al medesimo periodo degli anni 2015 e 2014. Nella Tabella 2 invece sono riportati i dati relativi ai lavori nel periodo compreso tra il 19 aprile 2016 ed il 30 giugno 2016 e tali dati sono stati posti a confronto con gli stessi dati relativi al medesimo periodo degli anni 2015 e 2014. Dette tabelle mostrano una forte riduzione della domanda dei lavori pubblici nel 1° semestre 2016. Prima dell’entrata in vigore del Codice la percentuale media ha evidenziato, rispetto all’analogo periodo del 2015, una riduzione pari al 16% relativamente al numero degli appalti ed al 33% relativamente all’importo, con oscillazioni più o meno ampie a seconda della classe di importo e del mese di riferimento. Dopo l’entrata in vigore del nuovo Codice, invece, nel periodo compreso tra il 19 aprile ed il 30 giugno 2016 tale riduzione rispetto all’analogo periodo del 2015 è risultata più accentuata con valori medi nell’ordine del 52% in termini di numerosità e del 62% in termini di importo. Per quanto riguarda servizi e forniture, invece, la Tabella 3 riporta la domanda di appalti nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2016 ed il 18 aprile 2016. Gli stessi dati sono stati confrontati con quelli dell’analogo periodo del 2015 e del 2014 e sono state riscontrate oscillazioni positive e negative, pur rimanendo mediamente il dato complessivo pressoché invariato rispetto all’anno 2015. Tuttavia, tali oscillazioni non sono omogenee per servizi e forniture in quanto le forniture hanno una contrazione del 23% in termini di numerosità e del 13% in termini di importo rispetto al 2015, mentre per i servizi nell’analogo periodo si è registrato un incremento del 30% in termini di numerosità e del 4% in termini di importo. Per entrambe le tipologie di appalti all’interno delle classi di importo e dei singoli mesi considerati si sono registrate oscillazioni molto variabili. Nella Tabella 4, infine, sono riportati i dati relativi a servizi e forniture relativi al periodo compreso tra il 19 aprile ed il 30 giugno 2016. In tale periodo, come per i lavori, si sono verificati dei decrementi significativi nell’ordine medio del 30% in termini di numerosità e del 29% in termini di importo per quanto riguarda le forniture mentre per i servizi tali percentuali sono rispettivamente del 43% e del 48%. All’interno di questo periodo sia per i servizi che per le forniture la tendenza di tale riduzione si evidenzia sia con riferimento alla classe di importo sia con riferimento al mese considerato. Analizzando congiuntamente servizi e forniture il dato medio della riduzione rispetto al 2015 è pari al 37% in termini di numerosità ed al 42% in termini di importo. Al fine di comprendere le dinamiche della domanda di appalti pubblici nel periodo considerato, è necessario tenere conto dell’entrata in vigore delle disposizioni normative che si sono succedute nel corso dell’ultimo anno. Per quanto riguarda i lavori pubblici, significativa risulta la modifica del Codice con riferimento alla progettazione in quanto lo stesso decreto legislativo prevede che il progetto da porre a base di gara debba essere quello esecutivo, non consentendo più l’aggiudicazione dei lavori mediante appalto integrato, facoltà invece ancora consentita per il Partenariato Pubblico Privato (PPP) e per la realizzazione di opere mediante Contraente Generale. Un’ulteriore novità del Codice dei contratti riguarda la qualificazione delle stazioni appaltanti che dovrà avvenire sulla base di un D.P.C.M. predisposto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sentita l’ANAC. Su questo punto si osserva che dal 2011 si è cercato di razionalizzare il numero delle stazioni appaltanti mediante la loro aggregazione attraverso la modifica dell’art. 33 del previgente Codice dei contratti pubblici (d.lgs. 163/2006). Tale articolo, infatti, al comma 3-bis, nel testo modificato dapprima dal DL 66/2014, convertito con modificazioni dalla L. 89/2014, e da ultimo dall’art. 23 bis della legge 114/2014, a sua volta modificato dall’art. 8 comma 3 ter legge 11/2015 e dall’art. 1 comma 169 della L. 107/2015, prevedeva che i Comuni non capoluogo di provincia avrebbero dovuto procedere all’acquisizione di lavori, beni e servizi nell’ambito delle unioni dei comuni di cui all'articolo 32 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, ove esistenti, ovvero costituendo un apposito accordo consortile tra i comuni medesimi e avvalendosi dei competenti uffici anche delle province, ovvero ricorrendo ad un soggetto aggregatore o alle province, ai sensi della legge 7 aprile 2014, n. 56. In alternativa, gli stessi Comuni avrebbero potuto acquisire beni e servizi attraverso gli strumenti elettronici di acquisto gestiti da Consip S.p.A. o da altro soggetto aggregatore di riferimento. Al fine di garantire l’attuazione del disposto normativo, il medesimo comma 3 bis prevedeva, inoltre, che l’Autorità non rilasciasse il codice identificativo gara (CIG) ai Comuni non capoluogo di provincia che procedevano all’acquisizione di lavori, beni e servizi in difformità ai previsti obblighi di aggregazione. Il mancato rilascio del codice identificativo di gara comportava, infine, quale sanzione accessoria espressamente prevista dalla legge 136/2010 in tema di lotta alla criminalità organizzata, la nullità assoluta dei contratti stipulati per violazione della disposizioni sulla tracciabilità dei flussi finanziari. A seguito di successivi interventi normativi, precedentemente richiamati, il termine inizialmente previsto per l’entrata in vigore delle disposizioni in questione, e originariamente fissato con riferimento alle gare bandite dal 1° gennaio 2015 per i servizi e le forniture ed alle gare bandite dal 1° luglio 2015 per i lavori, è stato prorogato al 1° novembre 2015, prevedendosi, altresì, la possibilità per i soli Comuni con popolazione superiore a 10.000 abitanti di procedere autonomamente per gli acquisti di beni, servizi e lavori di valore inferiore a 40.000 euro. Il testo della legge di stabilità 2016 prevede, da ultimo, all’art. 28 comma 7 lett. b) che “All’articolo 23-ter, comma 3, del decreto legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, con legge 11 agosto 2014, n. 114, sono apportate le seguenti modificazioni: …b) le parole “con popolazione superiore a 10.000 abitanti” sono soppresse”. L’intento del legislatore è stato, pertanto, quello di estendere anche ai Comuni con popolazione inferiore ai 10.000 abitanti la possibilità di procedere ad acquisti autonomi per importi inferiori a 40.000 euro, in un quadro generale di coerenza, ragionevolezza e parità di trattamento. In relazione alle suddette normative, è interessante verificare l’andamento degli appalti nel periodo compreso tra il 1° novembre ed il 31 dicembre 2015; infatti dalla Tabella 5, che riporta i dati relativi ai lavori per tale periodo e li pone a confronto con quelli relativi al medesimo periodo dell’anno 2014, si rileva in termini di importo una contrazione media degli appalti di lavori nell’ordine del 20%. Nello stesso periodo, invece, per servizi e forniture (Tabella 6) si riscontra un aumento dell’ordine del 26% (6% per quanto riguarda forniture e 33% per i servizi). Tale incremento, in esito all’analisi delle informazioni contenute nella banca dati, è dovuto principalmente all’acquisto centralizzato effettuato da Consip e da altri soggetti aggregatori che nel mese di dicembre hanno esperito alcune gare di elevato importo. L’analisi dei dati va necessariamente messa in relazione con la complessa disciplina normativa sopra citata poiché la stessa presentava profili attuativi distinti per affidamenti di servizi e forniture da un lato e di lavori dall’altro, in forza di numerosi recenti interventi normativi in materia di spending review, che hanno determinato di fatto un regime “speciale” per gli acquisti di servizi e forniture. La suddetta specialità si sostanziava nella circostanza che secondo quanto previsto dall’art. 1 comma 7 del DL 95 del 2012 convertito con legge 135 del 2012, era fatta salva la possibilità di procedere ad affidamenti, per le amministrazioni pubbliche e le società inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione (tra cui rientrano anche i Comuni), in determinate categorie merceologiche, anche al di fuori delle modalità di acquisto centralizzato/aggregato “a condizione che gli stessi conseguano ad approvvigionamenti da altre centrali di committenza o a procedure di evidenza pubblica, e prevedano corrispettivi inferiori a quelli indicati nelle convenzioni e accordi quadro messi a disposizione da Consip S.p.A. e dalle centrali di committenza regionali”. Non si rinveniva, invece, per i contratti di lavori alcuna disposizione analoga e pertanto non sussistevano, con riferimento ai Comuni, esenzioni dall’obbligo di centralizzazione. Il nuovo Codice dei Contratti ha superato tutte queste criticità introducendo la qualificazione delle stazioni appaltanti sia per i lavori sia per servizi e forniture. Tra l’altro, l’art. 28 della già richiamata legge di stabilità 2016 ribadiva la possibilità di procedere ad affidamenti nelle suddette categorie merceologiche di servizi e forniture, anche al di fuori delle modalità previste dall’art 1 comma 7 del DL 95 del 2012 convertito con legge 135 del 2012, a condizione che gli stessi conseguano ad approvvigionamenti da altre centrali di committenza o a procedure di evidenza pubblica e prevedano corrispettivi inferiori almeno del 10% rispetto ai migliori corrispettivi indicati nelle convenzioni e accordi quadro messi a disposizione da Consip S.p.A. e dalle centrali di committenza regionali. Quanto sopra si rileva anche nei dati della domanda di appalti pubblici considerati fino al 18 aprile 2016. Dall’entrata in vigore del nuovo Codice dei contratti, il settore di servizi e forniture ha subìto l’impatto delle nuove norme, scaturito per lo più dalla necessità per le stazioni appaltanti di adeguare la documentazione di gara alle nuove disposizioni del Codice, oltre che alle nuove procedure di gara ed ai criteri di aggiudicazione, in cui tra l’altro per gli appalti sopra soglia non è più consentita l’aggiudicazione con il criterio del prezzo più basso. Per quanto riguarda i lavori, invece, la forte riduzione registrata dopo il Codice dei contratti è dovuta alle disposizioni normative precedenti, già sopra evidenziate, nonché alla necessità delle stazioni appaltanti di dover bandire ponendo a base di gara il progetto esecutivo e di dover utilizzare obbligatoriamente, per gli appalti di importo superiore ad un milione di euro, il criterio di aggiudicazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa. L’effetto del Codice, per quanto riguarda i lavori, sembra comunque mostrare segni di attenuazione, infatti per ciascuna fascia di importo la riduzione sembra affievolirsi tra i primi 40 giorni dopo l’entrata in vigore del Codice ed i successivi 30 giorni. Infatti, se si considera la fascia di importo superiore ad un milione di euro, tra il 19 aprile ed il 31 maggio 2016 si è registrata una contrazione dell’84% rispetto al medesimo periodo del 2015, mentre nel mese di giugno tale contrazione, rispetto al giugno 2015, è passata al 45%. Per saperne di più scarica il comunicato con le Tabelle.

segnalazione del comunicato Anac pubblicato il 21.7.2016

 
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L’Autorità, al fine di verificare l’andamento relativo alla domanda di appalti pubblici, ha elaborato i dati contenuti nella BDNCP relativamente a lavori, servizi e forniture, tenendo conto dell’entrata in vigore del nuovo codice dei contratti (d.lgs. 50/2016), avvenuta il 19 aprile 2016. Nella Ta ... Continua a leggere

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mercoledì 20 luglio 2016 14:15

Conferimento incarichi dirigenziali e giurisdizione: termini dimezzati per l'appello al Consiglio di Stato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3262

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Avevano proposto ricorso dinanzi al TAR per la Campania invocando l'annullamento della delibera della Giunta della Regione Campania n. 731/2012 avente ad oggetto “Avvocatura regionale-adempimenti” e con ricorso per motivi aggiunti l’annullamento della deliberazione della Giunta della regione Campania n. 308/2014 avente ad oggetto l’interpello per il conferimento di incarichi dirigenziali. L’adito tribunale, con la sentenza poi impugnata, ha declinato la giurisdizione a favore del giudice ordinario, rilevando che la res iudicandaverte su un selezione interna per titoli tra pubblici dipendenti finalizzata non alla nomina a un posto o alla progressione verticale, bensì all’attribuzione di mansioni di pertinenza di coloro che sono in possesso della medesima qualifica (c.d. passaggio orizzontale); sicché tale selezione non consiste in un concorso pubblico, né in un concorso interno per la progressione verticale, non incidendo sulla posizione di ruolo dei controinteressati, che rimane immutata. Inoltre, si tratta del conferimento di incarichi dirigenziali attribuite dall’art. 63, comma 1, d.lgs. 165/2001 alla giurisdizione del giudice ordinario. Impugnata la sentenza, la Quinta Sezione del Consiglio di Stato con pronuncia del 20 luglio 2016 n. 3262 ha dichiarato l'appello irricevibile per tardività affermando che: "Occorre rilevare che, una volta emessa la sentenza da parte del primo giudice, la disciplina in sede d’appello segue un autonomo procedimento segnato anche dal tenore della sentenza adottata in primo grado. Pertanto, nel caso di sentenza declinatoria della giurisdizione il procedimento è quello della camera di consiglio ai sensi dell’art. 87 c.p.a. Altrimenti dovrebbe ritenersi che la disciplina del procedimento seguita in primo grado vincoli anche quella del grado d’appello, ma questa conclusione è smentita non solo dai richiami letterali presenti negli artt. 87 e 105 c.p.a., ma anche dalla presenza di discipline differenziate tra il primo e secondo grado ad esempio nel giudizio elettorale o in quello in materia di contratti pubblici. Deve, pertanto, confermarsi l’orientamento granitico di questo Consiglio secondo il quale nel giudizio d'appello proposto contro la sentenza di primo grado declinatoria della giurisdizione, si applica, ai sensi dell'art. 105, comma 2, D. Lgs. n. 104/2010 (CPA), il procedimento in camera di consiglio previsto dall'art. 87, comma 3, CPA, a norma del quale, tra l'altro, tutti i termini (tranne, nei giudizi di primo grado, quelli per la notificazione del ricorso introduttivo, del ricorso incidentale e dei motivi aggiunti) e dunque incluso quello per proporre appello, sono dimezzati (cfr. ex plurimis, Cons. St. Sez. III, 7 luglio 2015, n. 3389).

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Avevano proposto ricorso dinanzi al TAR per la Campania invocando l'annullamento della delibera della Giunta della Regione Campania n. 731/2012 avente ad oggetto “Avvocatura regionale-adempimenti” e con ricorso per motivi aggiunti l’annullamento della deliberazione della Giunta della regione Campa ... Continua a leggere

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mercoledì 20 luglio 2016 13:59

Gare pubbliche: la richiesta di rinnovo di un’attestazione SOA, che comprenda una categoria già in precedenza posseduta, produce gli stessi effetti della verifica di quest’ultima e consente di partecipare alle gare senza soluzione di continuità

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3270

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La Quinda Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3270 ha affermato che la richiesta di rinnovo di un’attestazione SOA, la quale comprenda una categoria già in precedenza posseduta, produce gli stessi effetti della verifica di quest’ultima e consente di partecipare alle pubbliche gare senza soluzione di continuità. “Ciò in base alla considerazione logica per cui la procedura di rilascio di una nuova attestazione che copra sia le categorie precedentemente possedute, sia categorie nuove, comprende gli stessi contenuti della procedura di verifica delle sole categorie già possedute, e quindi non può avere su queste ultime effetti deteriori” (così l’impugnata sentenza). A quanto sopra può aggiungersi che il procedimento di rinnovo si sostanzia in un’istruttoria a più ampio raggio, che coinvolge oltre agli elementi rilevanti in sede di verifica triennale (si veda art. 77, comma 5), anche elementi ulteriori rispetto a quelli da valutare ai fini di quest’ultima. Sarebbe, quindi, illogico attribuire al procedimento di rinnovo effetti minori o addirittura deteriori rispetto a quelli ricollegabili al procedimento di verifica. In definitiva ritiene il Collegio che, ove l'impresa richieda tempestivamente la verifica quinquennale, non vi sia soluzione di continuità nella propria qualificazione, per cui essa può, nelle more, partecipare alle pubbliche gare. Invero, la valenza costitutiva della certificazione rilasciata da una SOA va correlata con lo scopo che la funzione di certificazione persegue, cioè l'attestazione che l'impresa possiede determinati requisiti soggettivi per eseguire opere pubbliche di un certo importo e che li mantiene nel corso di validità del periodo di vigenza della relativa certificazione. Pertanto, il rinnovo, così come la verifica, di una SOA hanno effetti solutori della validità della stessa solo nel caso in cui venga accertata la perdita dei requisiti di qualificazione posseduti dall'impresa al momento del rilascio della prima attestazione; ciò vale anche per il periodo intertemporale tra due certificazioni SOA: il rilascio di un nuovo attestato SOA, in fatto, certifica non solo la sussistenza dei requisiti di capacità da un data ad un'altra, ma anche che l'impresa non solo non ha mai perso quei requisiti in passato già valutati e certificati positivamente ma che, indubitabilmente, li ha mantenuti anche nel periodo di rilascio della nuova certificazione (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 21/6/2013, 3397). Alla luce di quanto sopra non ha alcuna rilevanza che il procedimento per la verifica e quello per il rinnovo si differenzino tra loro.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3270

 
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La Quinda Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3270 ha affermato che la richiesta di rinnovo di un’attestazione SOA, la quale comprenda una categoria già in precedenza posseduta, produce gli stessi effetti della verifica di quest’ultima e consente di partecipare alle ... Continua a leggere

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mercoledì 20 luglio 2016 13:51

Anomalia dell'offerta: la discrezionalità delle stazioni appaltanti di procedere a verifica facoltativa della congruità

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3271

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Nel giudizio in esame le imprese facenti parte del raggruppamento censurano la decisione assunta dal seggio di gara alla prima seduta di sottoporre a verifica di anomalia la loro offerta. Le appellanti principali sostengono che la decisione sarebbe immotivata e che sarebbe pertanto violato l’art. 86, comma 3, d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163, a tenore del quale la facoltà in esso prevista di sottoporre a verifica di anomalia l’offerta può essere esercitata «in base ad elementi specifici», nel caso di specie non risultanti dal verbale. La Quinta Sezione del Consiglio di Stato con sentenza del 20 luglio 2016 n. 3271 ha richiamato l'orientamento ormai ampiamente consolidato a tenore del quale l’ampia discrezionalità che la citata disposizione del codice dei contratti pubblici attribuisce alle stazioni appaltanti di procedere a verifica facoltativa della congruità dell’offerta non deve essere particolarmente motivata (Sez. VI, 10 novembre 2015, n. 5102) e può essere sindacata solo in caso di macroscopica irragionevolezza (Sez. III, 9 dicembre 2015, n. 5597; Sez. IV, 4 giugno 2013, n. 3059; Sez. V, 6 maggio 2015, n. 2274). La Sezione ritiene quindi di dovere dare continuità a questo orientamento, il quale si fonda sul rilievo che la verifica in questione costituisce un momento fondamentale delle procedure di affidamento di contratti pubblici, poiché attraverso il contraddittorio con l’impresa interessata l’amministrazione è in grado di acquisire tutti gli elementi in grado di ritenere se l’offerta presentata in sede di gara sia effettivamente sostenibile e, quindi, se la medesima offerta consenta di realizzare l’interesse pubblico inerente al contratto da aggiudicare. Le valutazioni che sottostanno alla scelta di procedere a verifica costituiscono quindi una tipica manifestazione del merito amministrativo, suscettibile di essere sindacato in sede di giurisdizione di legittimità quando siano evidentemente arbitrarie e non rispondenti alla causa tipica del potere

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3271

 
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mercoledì 20 luglio 2016 13:40

Aggiudicazione: l'annullamento in autotutela per mancanza della dichiarazione di precedenti penali

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3275

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Oggetto dell’appello giunto all'attenzione della Quinta Sezione del Consiglio di Stato è la sentenza con la quale il T.a.r. della Toscana ha respinto il ricorso di una Banca avverso l’annullamento in via di autotutela da parte di un Comune del provvedimento di aggiudicazione del servizio di tesoreria comunale, annullamento dovuto alla mancata dichiarazione da parte del vice Presidente dell’istituto bancario appellante di un precedente penale a suo carico, consistente in un decreto penale di condanna non opposto al pagamento di un’ammenda di €. 103,00 per il reato di cui all’art. 650 del codice penale. Secondo l’appellante il provvedimento impugnato avrebbe violato il principio di tassatività delle cause di esclusione di cui al comma 1 degli artt. 38 e 46 1 bis del d. lgs n. 163 del 2006, potendosi pronunciare l’esclusione da una gara solo per i reati di cui al comma 1 lett. C) del suaccennato art. 38, i quali soli andavano dichiarati; inoltre, ad avviso dell’appellante, si era verificata una causa di oggettiva impossibilità di dichiarare il precedente penale in questione, dal momento che, anche a prescindere dalla sua assoluta irrilevanza, il decreto penale non era stato regolarmente notificato ed era quindi del tutto ignoto al dichiarante, così come non era risultato anche da un’ordinaria misura al casellario giudiziale. Il Consiglio di Stato con sentenza del 20 luglio 2016 n. 3275 ha ritenuto infondato l’appello. "L’art. 38, comma 1, lett. c), del D. Lgs. n. 163 del 2006 stabilisce l’esclusione dalle pubbliche procedure di gara degli amministratori muniti del potere di rappresentanza nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di condanna passate in giudicato, o emesso decreto penale di condanna divenuta irrevocabile, oppure sentenza di applicazione della pena su richiesta, ai sensi dell’art. 444 del codice di procedura penale, per reati gravi in danno dello Stato o della Comunità che incidono sulla moralità professionale. Detta previsione esprime una sorta di automatismo connesso ad un riconoscimento normativo di un insussistenza di requisiti morali e giuridici che colpiscono direttamente la figura degli amministratori - o del singolo amministratore - in quanto tali. Altro genere di previsione si rinviene nel comma 2 dello stesso art, 38, ove si stabilisce nella prima parte che “il candidato il concorrente attesta possesso dei requisiti mediante dichiarazione sostitutiva in conformità alle previsioni del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, di cui al decreto del presidente della Repubblica 28 dicembre 2000 n. 445, in cui indica delle condanne penali riportate, ivi comprese quelle per le quali abbia beneficiato della non menzione”. Mentre l’esclusione predetta di cui alla lett. c) del comma 1 costituisce una regola automatica che prescinde da valutazioni discrezionali della stazione appaltante, la dichiarazione di cui al comma 2 è un obbligo per i soggetti chiamati a tale dichiarazione indipendentemente dalla gravità delle condanne, poiché in questo caso spetta alla P.A. procedente la valutazione sull’affidabilità dei soggetti partecipanti, con la possibilità di effettuare un vaglio ulteriore a quello tassativo già operato dal legislatore allo scopo di una conoscenza effettiva e generale della moralità e della professionalità dei soggetti concorrenti e per verificarne a fondo la reale affidabilità: naturalmente, mentre le esclusioni di cui al comma lett. c) sono vincolanti, un’esclusione fondata su condanne di altro genere potrà sempre essere sindacata dal giudice amministrativo per quanto concerne la sua ragionevolezza e la sua attinenza con i requisiti per contrattare con le pubbliche amministrazioni. Ciò dimostra che la dichiarazione di cui al comma 2 non è un inutile orpello o un passaggio burocratico ininfluente, ma costituisce lo strumento adeguato per svolgere un controllo generale sui rappresentanti delle ditte concorrenti. Né può essere chiamato in causa l’art. 46 comma 1 bis del codice dei contratti pubblici concernente la tassatività delle cause di esclusione: stabilisce infatti tale comma 1 bis l’esclusione dei candidati o dei concorrenti in caso di mancato adempimento alle prescrizioni previste dal codice, dal regolamento ed altre disposizioni di legge vigenti; quindi non si tratta tanto di una previsione di esclusione autonomamente inserita dalla legge di gara - come nel caso di specie - ma della violazione di una rilevante prescrizione dello stesso codice dei contratti pubblici, un’omissione di un importante passaggio previsto da questo stesso e come correttamente osservato dal T.a.r. della Toscana, l’art. 46 comma 1 bis in questione, nel circoscrivere l’ipotesi di esclusione dalle gare, non collega quest’ipotesi alla presenza di una specifica previsione di estromissione, ma anche all’omissione di adempimenti doverosi, la cui pregnanza deve essere desunta dal loro ruolo (Cons. Stato, VI, 13 ottobre 2015 n. 4703; id., 2 febbraio 2015 n. 462; V, 3 dicembre 2014 n. 5972). Destituita di fondamento è poi l’asserzione che il decreto penale non potesse essere menzionato perché assente nel certificato del casellario giudiziale: è infatti stato prodotto in atti il certificato del vice presidente dell’istituto bancario aggiudicatario, a carico del quale risulta essere stato emesso il decreto penale in parola da parte del g.i.p. del Tribunale di Arezzo in data 7 gennaio 2010, esecutivo l’anno successivo. Si tratta di provvedimento antecedente la procedura di gara in controversia e l’elemento della “non menzione” riguarda i rapporti con i privati e non con le pubbliche amministrazioni. Si deve poi aggiungere per completezza che la consultazione del casellario rappresenta un onere per gli amministratori tenuti alle dichiarazioni di cui all’art. 38 del codice dei contratti pubblici e che le vicende specifiche rappresentate in causa, disconoscimento della notifica, successiva remissione in termini per l’opposizione e revoca del decreto, costituiscono fatti successivi al provvedimento impugnato e non possono comunque inficiarne la legittimità.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3275

 
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mercoledì 20 luglio 2016 13:32

La sdemanializzazione tacita di una strada richiede comportamenti inequivoci dell'ente proprietario

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3273

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La sdemanializzazione tacita di una strada richiede comportamenti inequivoci dell’ente proprietario, incompatibili con la volontà di conservare il bene all’uso pubblico, tali da non potere essere desunti dalla sola circostanza che un bene non sia più adibito anche da lungo tempo ad uso pubblico, (orientamento pacifico della giurisprudenza di legittimità, da ultimo espresso da Cass., Sez. un., 29 maggio 2014, n. 12062, 26 luglio 2002, n. 11101; Sez. II, 11 marzo 2016, n. 4827, 19 febbraio 2007, n. 3742).

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mercoledì 20 luglio 2016 12:30

Contratto di avvalimento: la mancanza di corrispettivo in favore dell’ausiliario non è indice di per sé d’inefficacia

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3277

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Il contratto d’avvalimento, lungi dall’essere indeterminato, individua i requisiti soggettivi posseduti dall’impresa avvalsa che, in ragione dei principi di adeguatezza e proporzionalità, sono calibrati alla natura del servizio, di scarso contenuto tecnico ove assume peculiare e decisivo rilievo l’esperienza professionale maturata nel settore e la diligenza nell’esecuzione delle prestazioni più che la capacità finanziaria ed economica dell’impresa (cfr., in termini, Cons. Stato, sez. V, 14 febbraio 2013 n. 911). È questo il principio ribadito dalla Quita Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3277 nella quale si rileva altresi che la mancanza di corrispettivo in favore dell’ausiliario non è indice di per sé d’inefficacia del contratto d’avvalimento, una volta individuato, come nel caso in esame, l’interesse patrimoniale che ha indotto l’ausiliario ad assumere senza corrispettivo le obbligazioni derivanti dal contratto d’avvalimento e le relative responsabilità (cfr., C.G.A., 21 gennaio 2015 n. 35).

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Il contratto d’avvalimento, lungi dall’essere indeterminato, individua i requisiti soggettivi posseduti dall’impresa avvalsa che, in ragione dei principi di adeguatezza e proporzionalità, sono calibrati alla natura del servizio, di scarso contenuto tecnico ove assume peculiare e decisivo rilievo l’ ... Continua a leggere

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mercoledì 20 luglio 2016 12:20

Progetto esecutivo: le relazioni specialistiche costituiscono una parte coessenziale tale da qualificare come progettisti in senso proprio i professionisti chiamati a predisporle

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3285

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 20 luglio 2016 n. 3285 ha richiamato la recente giurisprudenza con la quale si chiarisce che, ai sensi del comma 1 dell’articolo 35 del d.P.R. 207 del 2010, le relazioni specialistiche costituiscono una parte coessenziale del progetto esecutivo, sì da qualificare come progettisti in senso proprio i professionisti chiamati a predisporle (in tal senso: Cons. Stato, V, sent. 1595/2016). A conclusioni non dissimili si giunge laddove si tenga conto (come suggerito da una parte della giurisprudenza – Cons. Stato, V, 630/2016 -) del disposto testuale del comma 1 dell’articolo 35, cit. (secondo cui “il progetto esecutivo prevede almeno le medesime relazioni specialistiche contenute nel progetto definitivo, che illustrino puntualmente le eventuali indagini integrative, le soluzioni adottate e le modifiche rispetto al progetto definitivo”).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3285

 
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mercoledì 20 luglio 2016 12:09

Procedure di gara: il principio della segretezza dell'offerta economica

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3287

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Il Consiglio di Stato, Sez. V, nella sentenza del del 20.7.2016 n. 3287 ha affermato che "In base ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, laddove la procedura di gara sia caratterizzata (come nell'ipotesi di aggiudicazione con il sistema dell'offerta economicamente più vantaggiosa) da una netta separazione tra la fase di valutazione dell'offerta tecnica e quella dell'offerta economica, il principio di segretezza comporta che, fino a quando non si sia conclusa la valutazione degli elementi tecnici, è interdetta al seggio di gara la conoscenza di quelli economici, per evitare ogni possibile influenza sull’apprezzamento dei primi. Il principio della segretezza dell'offerta economica è, infatti, presidio dell'attuazione dei principi di imparzialità e buon andamento dell'azione amministrativa, predicati dall'articolo 97 della Costituzione, sub specie della trasparenza e della par condicio dei concorrenti, intendendosi così garantire il corretto, libero ed indipendente svolgimento del processo intellettivo - volitivo che si conclude con il giudizio sull'offerta tecnica ed in particolare con l'attribuzione dei punteggi ai singoli criteri attraverso cui quest'ultima viene valutata. La delineata peculiarità del bene giuridico protetto dal principio di segretezza dell'offerta economica, impone che la tutela si estenda a coprire, non solo l’effettiva lesione del bene, ma anche il semplice rischio di pregiudizio al medesimo, perché anche la sola possibilità di conoscenza dell'entità dell'offerta economica, prima di quella tecnica, è idonea a compromettere la garanzia di imparzialità dell'operato dell'organo valutativo (fra le tante, Cons. Stato, Sez. IV, 29/2/2016, n. 825; Sez. V, 19/4/2013 n. 2214; 11/5/2012, n. 2734 e 21/3/2011, n. 1734). Conseguentemente nelle gare da aggiudicarsi col sistema i questione devono trovare applicazione i seguenti principi: a) la valutazione delle offerte tecniche deve precedere quella delle offerte economiche; b) le offerte economiche devono essere contenute in buste separate dagli altri elementi (documentazione e offerte tecniche) e debitamente sigillate; c) la Commissione non può aprire le buste delle offerte economiche prima di aver completato la valutazione delle offerte tecniche; d) nell'offerta tecnica non deve essere inclusa né l'intera offerta economica, né elementi consistenti dell'offerta economica o elementi che, comunque, consentano di ricostruirla; e) nell'offerta tecnica possono essere inclusi singoli elementi economici che siano resi necessari dagli elementi qualitativi da fornire, purché siano elementi economici che non fanno parte dell'offerta economica, quali i prezzi a base di gara, i prezzi di listini ufficiali, i costi o prezzi di mercato, ovvero siano elementi isolati e del tutto marginali dell'offerta economica che non consentano in alcun modo di ricostruire la complessiva offerta economica (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 12/11/2015, n. 5181)". Per approfondire scarica la sentenza.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 20.7.2016 n. 3287

 
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Il Consiglio di Stato, Sez. V, nella sentenza del del 20.7.2016 n. 3287 ha affermato che "In base ad un consolidato orientamento giurisprudenziale, laddove la procedura di gara sia caratterizzata (come nell'ipotesi di aggiudicazione con il sistema dell'offerta economicamente più vantaggiosa) da u ... Continua a leggere

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martedì 19 luglio 2016 12:23

Edilizia: i presupposti per ottenere il permesso in sanatoria ex art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001 e l'inapplicabilità della sanatoria giurisprudenziale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.7.2016 n. 3194

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Il Consiglio di Stato, Sezione Sesta, nella sentenza n. 3194 del 18 luglio 2016 ha ritenuto di condividere e di poter fare rinvio, anche ai sensi degli articoli 74 e 88, comma 2, lett. d) del cod. proc. amm. , alle argomentazioni e alle conclusioni delle sentenze di questo Consiglio di Stato nn. 2755 del 2014 e 2784 e 4552 del 2015 (si vedano anche i numerosi richiami giurisprudenziali operati da Cons. Stato n. 2755 del 2014), in base alle quali il permesso in sanatoria ex art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001 è ottenibile solo a condizione che l'intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente al momento sia della realizzazione del manufatto e sia della presentazione della domanda, venendo viceversa in questione, con la “sanatoria giurisprudenziale”, un atto atipico con effetti provvedimentali che si colloca al di fuori di qualsiasi previsione normativa e che pertanto non può ritenersi ammesso nel nostro ordinamento, contrassegnato dal principio di legalità dell’azione amministrativa e dal carattere tipico dei poteri esercitati dall’Amministrazione, alla stregua del principio di nominatività, poteri che non possono essere surrogati dal giudice, pena la violazione del principio di separazione dei poteri e l’invasione di sfere di attribuzioni riservate all’Amministrazione. A questo riguardo - aggiunge il Collegio - pare poi il caso di rammentare che a favore della incompatibilità della c. d. sanatoria giurisprudenziale con il dettato normativo di cui all’art. 36 del t. u. n. 380 del 2001 militano argomenti interpretativi letterali e logico –sistematici, oltre che attinenti ai lavori preparatori. Pertanto il motivo d’appello con il quale si deduce l’erroneità della sentenza per avere considerato inapplicabile la sanatoria giurisprudenziale e considerato invece necessario, ai fini del rilascio del permesso in sanatoria ex art. 36 cit. , l’accertamento della doppia conformità dell’intervento, non può essere accolto.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.7.2016 n. 3194

 
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martedì 19 luglio 2016 12:14

Permesso di costruire: l'impugnazione da parte del vicino

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.7.2016 n. 3191

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Nella sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.7.2016 n. 3191 si afferma che: - secondo consolidato orientamento giurisprudenziale condiviso da questo Collegio, in caso di impugnazione da parte del vicino di un permesso di costruire rilasciato a terzi, il termine di impugnazione inizia bensì a decorrere in linea di principio dal completamento dei lavori o, comunque, dal momento in cui la costruzione realizzata è tale che non si possono avere dubbi in ordine alla portata dell’intervento, ma, al contempo, il principio di certezza delle situazioni giuridiche e di tutela di tutti gli interessati comporta che non si possa lasciare il soggetto titolare di un permesso di costruire edilizio nell’incertezza circa la sorte del proprio titolo oltre una ragionevole misura, poiché, nelle more, il ritardo dell’impugnazione si risolverebbe in un danno aggiuntivo connesso all’ulteriore avanzamento dei lavori che, ex post, potrebbero essere dichiarati illegittimi (v., ex plurimis, Cons. Stato, IV Sez., 28 ottobre 2015, n. 4909; Cons. Stato, IV, Sez. 10 giugno 2014, n. 2959): infatti, se da un lato deve essere assicurata al vicino la tutela in sede giurisdizionale dei propri interessi nei confronti di un intervento edilizio ritenuto illegittimo, dall’altro lato deve parimenti essere salvaguardato l’interesse del titolare del permesso di costruire a che l’esercizio di detta tutela venga attivato senza indugio e non irragionevolmente o colposamente differito nel tempo, determinando una situazione di incertezza delle situazioni giuridiche in contrasto con gli evidenziati principi ordinamentali; - in questo senso la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha individuato una serie di fattispecie in cui, in ragione della natura delle doglianze mosse nei confronti dell’intervento edilizio, dei rilievi addotti con riguardo alla conformazione fisica o giuridica delle aree oggetto dello stesso, delle censure dedotte avverso il titolo in sé e per sé considerato, nonché delle conoscenze acquisite e delle attività poste in essere in sede procedimentale o comunque extraprocessuale, non sussistono oggettivamente ragionevoli motivi che possano legittimare l’interessato ad una impugnazione differita dei titoli edilizi alla fine dei relativi lavori.

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