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LA RASSEGNA DEL DIRETTORE

 
mercoledì 23 luglio 2014 08:16

Limiti alle retribuzioni e ai trattamenti pensionistici: in G.U la circolare MIPA sui limiti introdotti dalla legge di stabilità 2014

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della circolare del Dipartimento della Funzione Pubblica n. 3/2014 in Gazzetta Ufficiale n. 168 del 22.7.2014

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E' stata pubblicata sulla G.U. n. 168 del 22.7.2014 la circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento della Funzione Pubblica recante "Nuove disposizioni in materia di limiti alle retribuzioni e ai trattamenti pensionistici - Articolo 1, commi 471 ss., della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilita' per il 2014)." La circolare fornisce indicazioni e chiarimenti relativi all'applicazione delle disposizioni in materia di limiti alle retribuzioni e ai trattamenti pensionistici introdotte dalla legge di stabilita' per il 2014, ad integrazione di quanto gia' precisato, con riferimento alle precedenti disposizioni in materia, nella circolare n. 8 del 2012 del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione. In particolare in materia di trattamenti economici, con riferimento al limite al trattamento economico annuo onnicomprensivo dichiunque riceva a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni nell'ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con le pubbliche amministrazioni, si stabilisce come parametro massimo di riferimento il trattamento economico del primo presidente della Corte di cassazione. Per l'anno 2014, questo trattamento e' pari a € 311.658,53, come indicato dalla nota del Ministero della giustizia n. 6651 del 23 gennaio 2014. In attuazione di quanto previsto dal citato art. 23-ter, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 marzo 2012 ha definito il livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo degli emolumenti, prevedendo che, ai fini del raggiungimento del limite, rilevano gli emolumenti percepiti nell'ambito di rapporti di lavoro subordinato o autonomo e, quindi, gli stipendi e le altre voci di trattamento fondamentale, le indennita' e le voci accessorie, nonche' le eventuali remunerazioni per consulenze, collaborazioni o incarichi aggiuntivi conferiti da amministrazioni pubbliche, anche diverse da quelle di appartenenza. Se il trattamento retributivo onnicomprensivo percepito annualmente e' superiore al compenso spettante per la carica di primo presidente della Corte di cassazione, la retribuzione complessiva si riduce al limite indicato, secondo le modalita' applicative individuate dal paragrafo 1.3 della circolare n. 8 del 2012. L'art. 1, comma 471, della legge di stabilita' per il 2014 interviene sull'ambito di applicazione dell'art. 23-ter del decreto-legge n. 201 del 2011, precisandolo. La disposizione chiarisce che il limite retributivo ivi previsto si applica, a decorrere dal 1° gennaio 2014, a chiunque riceva, a carico delle finanze pubbliche, retribuzioni o emolumenti «comunque denominati», in ragione di rapporti di lavoro subordinato o autonomo intercorrenti con le autorita' indipendenti e con le pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165. Rispetto alla formulazione del citato art. 23-ter, dunque, viene chiarito che il limite riguarda anche il personale delle autorita' amministrative indipendenti, nonche' delle amministrazioni diverse da quelle statali. Il successivo comma 472 dello stesso art. 1 della legge di stabilita' per il 2014 chiarisce che sono soggetti al suddetto limite anche gli emolumenti dei componenti degli organi di amministrazione, direzione e controllo delle amministrazioni pubbliche di cui al citato art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001. Per quanto riguarda le amministrazioni regionali, l'art. 1, comma 475, della legge di stabilita' per il 2014 prevede che le regioni, nell'ambito della propria autonomia statutaria e legislativa, adeguino i propri ordinamenti alle nuove norme entro sei mesi dalla loro entrata in vigore, quindi entro il 1° luglio 2014. Nelle more del suddetto adeguamento, alle amministrazioni regionali continua ad applicarsi la disciplina generale dei limiti retributivi in virtu' della loro inclusione nell'elenco di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001, al quale fa riferimento il suddetto art. 23-ter del decreto-legge n. 201 del 2011. L'estensione dell'ambito di applicazione riguarda l'intero art. 23-ter del citato decreto-legge e, quindi, anche la normativa limitativa dei trattamenti nel caso di incarichi per l'esercizio di funzioni direttive, dirigenziali o equiparate presso ministeri, enti pubblici nazionali e autorita' amministrative indipendenti, contenuta nel comma 2 dell'articolo in questione. Rimane fermo quanto specificamente previsto all'art. 7 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 marzo 2012 per i presidenti e i componenti delle autorita' amministrative indipendenti ivi menzionate, salva l'applicazione anche nei confronti di questi soggetti del tetto e del vincolo posto dal comma 2 del citato art. 23-ter. Alle amministrazioni incluse nell'elenco ISTAT, per le societa' controllate dalle pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001 si applicano le disposizioni di cui all'art. 23-bis del medesimo decreto-legge n. 201 del 2011. Per tutte le altre societa' partecipate dalle pubbliche amministrazioni centrali e locali, si segnala alle pubbliche amministrazioni l'opportunita' di esercitare i propri poteri di azionista in modo da estendere alle suddette societa' gli stessi principi. Per quanto attiene alle prestazioni occasionali l'art. 1, comma 473, della legge di stabilita' per il 2014 stabilisce che, ai fini dell'applicazione della disciplina di cui ai commi 471 e 472, sono computate in modo cumulativo le somme comunque erogate all'interessato a carico di uno o piu' organismi o amministrazioni «fatti salvi i compensi percepiti per prestazioni occasionali». E' bene ricordare, al riguardo, che, ai sensi dell'art. 61, comma 2, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, per prestazioni occasionali si intendono i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell'anno solare con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a 5.000 euro. Di conseguenza, ove lo stesso organismo o amministrazione eroghi allo stesso soggetto, nello stesso anno solare, compensi per rapporti di durata complessivamente superiore a trenta giorni, ovvero compensi superiori a 5.000 euro, i relativi importi sono computati ai fini dell'applicazione della suddetta disciplina. Quanto ai redditi pensionistici, per i soggetti gia' titolari di trattamenti pensionistici erogati da gestioni previdenziali pubbliche, l'art. 1, comma 489, della legge di stabilita' per il 2014 prevede, ai fini del raggiungimento del limite di cui al citato art. 23-ter del decreto-legge n. 201 del 2011, la concorrenza di tali trattamenti con i trattamenti economici onnicomprensivi erogati dalle amministrazioni comprese nell'elenco ISTAT di cui all'art. 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196. Poiche' questo elenco e' piu' ampio di quello di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001, l'ambito soggettivo di applicazione della disposizione e' piu' esteso di quello del primo comma del citato art. 23-ter del decreto-legge n. 201 del 2011 e dei commi 471 e 472 precedentemente esaminati. Si segnala, in particolare, che vi rientrano anche soggetti ai quali, ad altri fini, l'ordinamento giuridico attribuisce natura privata, come alcuni di quelli che, nel suddetto elenco ISTAT, sono inclusi tra gli enti produttori di servizi economici, tra gli enti a struttura associativa e tra le altre amministrazioni locali. Per gli organi costituzionali, la legge prevede che essi applichino i principi di cui al citato comma 489 nel rispetto dei propri ordinamenti. Ai fini dell'applicazione della disposizione in esame, per trattamenti pensionistici erogati da gestioni previdenziali pubbliche devono intendersi tutte le pensioni erogate nell'ambito di gestioni previdenziali obbligatorie, rimanendo pertanto escluse solo le forme di previdenza complementare e integrativa; nella definizione di trattamento pensionistico sono compresi anche i vitalizi, quali quelli derivanti da funzioni pubbliche elettive. Per trattamento economico onnicomprensivo, che si cumula con il trattamento pensionistico, devono intendersi gli stipendi e le altre voci di trattamento fondamentale, le indennita' e le voci accessorie, nonche' le eventuali remunerazioni per consulenze, incarichi o collaborazioni a qualsiasi titolo conferiti a carico di uno o piu' organismi o amministrazioni comprese nel suddetto elenco ISTAT. Ai fini della verifica del raggiungimento del limite, le amministrazioni devono operare secondo il criterio di competenza per i trattamenti economici, verificando quanto dovuto al dipendente complessivamente in ragione d'anno, sia a titolo di trattamento per rapporto di lavoro subordinato, sia a titolo di corrispettivo per collaborazioni autonome e per incarichi (secondo quanto indicato nella circolare n. 8 del 2012), e secondo il criterio della cassa per i trattamenti pensionistici. Come gia' precisato nella circolare n. 8 del 2012, la retribuzione di risultato per il personale dirigenziale ed altri analoghi emolumenti, la cui corresponsione e' subordinata alla verifica successiva del raggiungimento degli obiettivi assegnati nell'anno precedente, seguono il criterio della cassa. Per esempio, sono assoggettati al regime limitativo dell'anno 2014 i trattamenti retributivi di risultato erogati nell'anno stesso pur se riferiti all' attività svolta nell'anno 2013. Per l'anno in corso, quindi, tali trattamenti si cumulano con i trattamenti di competenza del medesimo anno ai fini del raggiungimento del tetto. Qualora concorrano trattamenti pensionistici e altri trattamenti economici, nel caso di superamento del limite, la riduzione dovra' essere operata dall'amministrazione che eroga il trattamento economico e non da quella che gestisce il trattamento previdenziale. In presenza di una pluralita' di incarichi e connessi trattamenti economici, che si cumulano al trattamento pensionistico, l'amministrazione che assume o che conferisce l'incarico prevalente in termini economici dovra' agire come soggetto di coordinamento nei confronti delle altre amministrazioni coinvolte, operare la riduzione e curare le necessarie comunicazioni alle altre amministrazioni coinvolte, anche ai fini delle eventuali ulteriori riduzioni. A tal fine, all'atto dell'assunzione o del conferimento dell'incarico, ciascuna amministrazione avra' cura di far sottoscrivere all'interessato una dichiarazione che indichil'eventuale trattamento pensionistico in godimento, al netto dell'eventuale decurtazione per il contributo di solidarieta' di cui all'art. 1, comma 486, della legge di stabilita' per il 2014, specificandone l'importo annuo e il tipo, nonche' gli altri trattamenti economici in godimento, rientranti nell'ambito di applicazione della disciplina in esame. Sulla base della suddetta dichiarazione, ove riscontri il superamento del limite, l'amministrazione procedera' come sopra indicato o segnalera' il superamento all'amministrazione che assume o che conferisce l'incarico prevalente in termini economici. In assenza di tale dichiarazione, l'incarico non potra' essere perfezionato. Per gli incarichi eventualmente gia' conferiti o rinnovati a partire dal 1° gennaio 2014 (data di entrata in vigore della legge di stabilita'), la suddetta dichiarazione sara' raccolta dall'amministrazione con immediatezza. Se il trattamento pensionistico interviene in costanza di rapporto al quale si riferisce il trattamento economico, l'interessato dovra' comunicarlo tempestivamente all'amministrazione. A tale scopo, la suddetta dichiarazione, sottoscritta all'atto dell'assunzione o del conferimento dell'incarico, dovra' contenere un impegno in tal senso. Allo scopo di garantire il rispetto del limite previsto dalla normativa, l'amministrazione avra' cura di operare verifiche con gli enti previdenziali sulle dichiarazioni ricevute dagli interessati, in percentuale congrua rispetto al numero di soggetti ai quali eroga trattamenti economici. Le verifiche riguarderanno sia i soggetti che hanno dichiarato di avere trattamenti pensionistici, sia i soggetti che non lo hanno dichiarato. Allo stesso scopo, l'amministrazione potra' verificare la corrispondenza dei dati relativi agli eventuali ulteriori incarichi del soggetto beneficiario con quelli pubblicati sui siti istituzionali delle amministrazioni che li hanno conferiti, ai sensi dell'art. 15 del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, e prendere contatto con il Dipartimento della funzione pubblica per eventuali riscontri con le informazioni contenute nella banca dati PERlaPA mediante i dati identificativi dei soggetti interessati. 3.4. Il versamento delle somme non corrisposte. Pare opportuno ricordare che, in base a quanto previsto dall'art. 1, comma 474, della legge di stabilita' per il 2014, le amministrazioni di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001 dovranno versare annualmente le somme rivenienti dall'applicazione dell'art. 1, commi 472 e 473, al Fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato. Le altre amministrazioni, non tenute al versamento obbligatorio al Fondo, potranno acquisire le somme per migliorare i saldi dei propri bilanci, secondo quanto stabilito dalla stessa legge di stabilita'. Ulteriori disposizioni rilevanti in materia di trattamenti economici: L'intervento normativo contenuto nella legge di stabilita' per il 2014 si pone in linea di continuita' con precedenti disposizioni in materia di contenimento dei trattamenti economici nel settore pubblico. Tra queste rientrano, in particolare, quelle prevista dalla legge 24 dicembre 2007, n. 244 (art. 3, commi 44 e seguenti), dal decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 (art. 1) e dal gia' citato decreto-legge n. 201 del 2011 (articoli 23-bis e 23-ter). A tali interventi si aggiunge il decreto del Presidente della Repubblica 4 settembre 2013, n. 122, con il quale e' stata prorogata sino al 31 dicembre 2014 l'efficacia delle misure limitative di cui al decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 (art. 9). Tali norme riguardano, in particolare, la c.d. cristallizzazione dei trattamenti economici (art. 9, commi 1 e 2, nella parte vigente a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 2012), nonche' i fondi per il trattamento accessorio (art. 9, comma 2-bis), il blocco dei rinnovi contrattuali per gli aspetti economici, il blocco degli automatismi retributivi e della progressione automatica degli stipendi, la valenza a fini esclusivamente giuridici delle progressioni di carriera (art. 9, comma 21). Con il medesimo decreto del Presidente della Repubblica, infine, sono state introdotte limitazioni, a valere anche per il 2014, agli incrementi dell'indennità di vacanza contrattuale (art. 1, comma 1, lettera d). Sulla disciplina dell'indennita' e' altresi' intervenuta la legge di stabilita' per il 2014 (art. 1, comma 452), ponendo ulteriori vincoli per il triennio 2015-2017. Per quanto riguarda i soggetti titolari di trattamento pensionistico, interessati dall'art. 1, comma 489, della legge di stabilita', e' utile ricordare le preclusioni al conferimento di incarichi nei confronti di soggetti collocati in quiescenza o dimissionari, derivanti dall'art. 25 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, dall'art. 5, comma 9, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, e dall'art. 53, comma 16-ter, del decreto legislativo n. 165 del 2001. Infine, come ricordato nel paragrafo 3.1, alle societa' controllate dalle pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001 si applicano le disposizioni di cui al citato art. 23-bis del citato decreto-legge n. 201 del 2011.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della circolare del Dipartimento della Funzione Pubblica n. 3/2014 in Gazzetta Ufficiale n. 168 del 22.7.2014

 
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E' stata pubblicata sulla G.U. n. 168 del 22.7.2014 la circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento della Funzione Pubblica recante "Nuove disposizioni in materia di limiti alle retribuzioni e ai trattamenti pensionistici - Articolo 1, commi 471 ss., della legge 27 dicembre 20 ... Continua a leggere

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martedì 22 luglio 2014 22:31

Concorrenza: una pratica commerciale è scorretta se induce il consumatore medio ad una decisione di carattere commerciale che avrebbe potuto altrimenti non prendere

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 22.7.2014

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La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame evidenzia come "In linea di principio, una pratica commerciale è scorretta se induce il consumatore medio, cioè quello normalmente informato e ragionevolmente avveduto, ad una decisione di carattere commerciale che avrebbe potuto altrimenti non prendere, tenuto conto delle caratteristiche del mercato in cui opera le proprie scelte (così Cons. Stato, VI, 4 marzo 2013, n.1259)."

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lunedì 21 luglio 2014 22:32

Edilizia: le disposizioni generali di piano non sono soggette ad immediata impugnazione, ma devono essere impugnate dal momento in cui producano effetti lesivi incidenti sulla posizione dell’interessato attraverso gli atti applicativi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 7.7.2014

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Legittimati all'impugnazione di un atto pianificatorio, ed in particolare delle disposizioni attuative dello strumento urbanistico, sono solo coloro che possono vantare un pregiudizio individuale, concreto ed attuale e cioè i soggetti titolari del diritto di proprietà dell'immobile coinvolto dall’applicazione del piano (Cons. St. Sez. IV, 19.2.2014, n. 760; 15.2.2013, n. 917; 12-04-2011, n. 2275), va pure considerato, sotto il medesimo profilo della carenza di interesse, come l’art. 14 del piano del settore del commercio non sia neanche in grado di arrecare potenzialmente un pregiudizio, non contenendo disposizioni che comprimano la possibilità di esercizio, sotto il profilo contingentale, dell’attività commerciale.Va, comunque, ribadito il principio per cui le disposizioni generali di piano non sono soggette ad immediata impugnazione, ma devono essere impugnate dal momento in cui producano effetti lesivi incidenti sulla posizione dell’interessato attraverso gli atti applicativi (Cons. Stato Sez. III, 16-04-2014, n. 1955; Sez. IV, 17-05-2012, n. 2839; 2-12-2011, n. 6373), quale, nella specie, non è la nota del Settore Attività Produttive del Comune di Gorizia, sicchè, anche sotto questo profilo, va confermata la pronuncia di inammissibilità.Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 7.7.2014

 
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Legittimati all'impugnazione di un atto pianificatorio, ed in particolare delle disposizioni attuative dello strumento urbanistico, sono solo coloro che possono vantare un pregiudizio individuale, concreto ed attuale e cioè i soggetti titolari del diritto di proprietà dell'immobile coinvolto dall’a ... Continua a leggere

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lunedì 21 luglio 2014 22:22

Oneri di urbanizzazione: la determinazione del contributo di concessione in sanatoria deve effettuarsi con riferimento alle tariffe vigenti al momento della domanda, risultando irrilevante la verifica della regolare formazione del silenzio – assenso sulla relativa domanda

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 7.7.2014

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Nel giudizio in esame il Comune appellante lamenta violazione o falsa applicazione dell’art. 37 della legge n. 47 del 1985 e del principio di corrispondenza tra oneri di urbanizzazione e carico urbanistico indotto dall’edificazione. Premesso che la giurisprudenza amministrativa ha avuto modo di evidenziare che sulla questione della definizione del momento cui ancorare la determinazione degli oneri di concessione non è ravvisabile un orientamento interpretativo consolidato da cui possa ricavarsi un principio fondamentale della legislazione statale secondo cui gli oneri stessi debbano essere determinati con riferimento alle tariffe vigenti alla data di entrata in vigore della legge di sanatoria, il Comune evidenzia come rispetto alla pluralità di soluzioni possibili non può non tenersi in considerazione l'interesse pubblico all'adeguatezza della contribuzione ai costi reali da sostenere rispetto a quello, a esso antitetico, del cittadino alla sua piena previsione dei costi al momento della formazione del consenso alla realizzazione dell’opera, facendo quindi prevalere la disciplina esistente in tale momento. La censura non può essere accolta. La posizione teorica espressa dal Comune ha sicuramente un suo fondamento, anche in relazione alla valutazione operata dal giudice delle leggi sulla situazione in esame. Infatti, la Corte costituzionale ha affermato (sentenza 17 marzo 2010 n. 105) “che, invero, gli oneri di concessione potrebbero, in teoria, essere ancorati alle tariffe vigenti, alternativamente, al momento in cui l'abuso è iniziato, al momento in cui l'immobile abusivo è completato, al momento dell'entrata in vigore della normativa statale sul condono, al momento dell'entrata in vigore della normativa regionale sul condono, al momento in cui è stata effettuata la richiesta di condono o, infine, al momento del perfezionamento del procedimento di sanatoria” e “che, in tale contesto di pluralità di soluzioni, la scelta del legislatore regionale di privilegiare l'interesse pubblico all'adeguatezza della contribuzione ai costi reali da sostenere rispetto a quello, ad esso antitetico, del cittadino alla sua piena previsione dei costi al momento della formazione del consenso - ugualmente meritevole di protezione - sembra essere il frutto di una scelta discrezionale implicante un bilanciamento di interessi che può solo essere effettuato dal legislatore”. Sulla scorta di tali parametri, è quindi del tutto coerente il richiamo a una giurisprudenza amministrativa che afferma (Consiglio di Stato, Sez. IV, 24 maggio 2011, n. 3116) che l’obbligazione di pagamento degli oneri concessori sorge con il rilascio della concessione edilizia e la giurisprudenza è concorde nel ritenere che la determinazione del contributo dovuto per gli oneri in questione debba essere riferita al momento in cui sorge l’obbligazione, dove si prosegue affermando che “in tale contesto, il considerevole lasso di tempo decorso tra la presentazione della domanda di sanatoria ed il rilascio della concessione non può essere utilmente valorizzato nell’ottica della individuazione di decorrenze del termine per la formazione del silenzio-assenso (e, così, del decorso della prescrizione) diverse da quelle normativamente indicate né per sollecitare una non meglio specificata ‘giusta mediazione’ che tenga conto delle tariffe eventualmente più favorevoli esistenti all’epoca della presentazione della domanda di sanatoria (quanto a quelle vigenti al momento di realizzazione dell’opera abusiva, lo stesso ricorrente riconosce che sarebbe ingiusto agevolare il responsabile)”. Occorre peraltro evidenziare come appaia ardua l’omologazione tra l’obbligazione nascente dal rilascio del titolo abilitativo in via ordinaria e quella derivante dalla sua adozione in sanatoria, come espressamente notato dalla giurisprudenza. Si è così affermato (da ultimo, CGARS, 27 maggio 2008 n. 466) che “I contributi di cui all’articolo 11 della L. 10/1977, ed all’art. 1 della L.R. 71/78, a differenza di altre fattispecie normative, non vengono determinati in via dichiaratamente provvisoria al momento della domanda dell’interessato e quindi non sono necessariamente richiesti salvo conguaglio, come ad esempio nella fattispecie della domanda di concessione in sanatoria (art. 35 L. 47/1995). “La determinazione dei contributi de quibus è stato infatti collocato temporalmente dal legislatore al termine di un lungo e complesso procedimento che ha alla base una espressa dettagliata e circostanziale domanda del privato, cui fa seguito una complessa istruttoria da parte dell’Amministrazione nel corso della quale l’Amministrazione stessa può chiedere all’interessato tutti i chiarimenti e gli ulteriori elementi di cui abbia bisogno. “Il momento del rilascio della concessione non è quindi equiparabile sotto nessun profilo al momento della domanda di concessione in sanatoria. “In quest’ultimo caso l’Amministrazione si trova di fronte ad una attività già posta in essere dal richiedente e ad una richiesta di legittimazione a posteriori di tale attività e non può quindi che riservarsi ad un momento futuro il controllo sulla corrispondenza tra il fatto compiuto e la domanda. “Del tutto diversa è la situazione della concessione in via ordinaria in cui si tratta di legittimare una attività allo stato ancora inesistente ed in cui l’Amministrazione, prima di rimuovere l’ostacolo a tale attività, ha il potere ed il dovere di verifica e di accertamento sotto ogni profilo della legittimità della richiesta del privato.” Sulla scorta di tale ontologica differenza, la posizione più recente della Sezione è andata nel senso di escludere un automatismo nell’adeguamento temporale alle tariffe successive. Si è allora detto (Consiglio di Stato, sez. IV, 3 ottobre 2012 n. 5201) che la determinazione del contributo di concessione in sanatoria, in adesione al consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui “ai sensi dell'art. 37 l. 28 febbraio 1985 n. 47 e dell'art. 3 l. 28 gennaio 1977 n. 10, la determinazione del contributo di concessione in sanatoria deve effettuarsi con riferimento alle tariffe vigenti al momento della domanda, risultando irrilevante la verifica della regolare formazione del silenzio – assenso sulla relativa domanda.” A tale impostazione si è attenuto il primo giudice, espressamente evidenziando come “nel caso di condono edilizio, gli oneri di concessione vanno rapportati al momento di ultimazione dell’opera e della presentazione della domanda di sanatoria, e non al momento del rilascio del titolo concessorio”. Le ragioni così espresse vanno anche in questa sede valorizzate, in quanto coerenti con le differenti funzioni delle obbligazioni collegate al rilascio, in via ordinaria o di sanatoria, del titolo abilitativo e legate alla posizione rispettiva delle parti, anche per valorizzare la prevedibilità degli oneri connessi all’edificazione.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 7.7.2014

 
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Nel giudizio in esame il Comune appellante lamenta violazione o falsa applicazione dell’art. 37 della legge n. 47 del 1985 e del principio di corrispondenza tra oneri di urbanizzazione e carico urbanistico indotto dall’edificazione. Premesso che la giurisprudenza amministrativa ha avuto modo di ev ... Continua a leggere

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lunedì 21 luglio 2014 22:07

Processo amministrativo: le perizie di parte – quando sono poste a supporto dei motivi di primo grado - costituiscono mezzi di prova sottoposte alla valutazione del giudice

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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Come già affermato dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato (sentenza 5 marzo 2014, n. 1058), le perizie di parte – quando sono poste a supporto dei motivi di primo grado - costituiscono mezzi di prova sottoposte alla valutazione del giudice: in loro assenza, il giudice deve decidere in base alle acquisite risultanze probatorie, con statuizioni che sono sindacabili in sede di appello in ordine alla loro logicità e condii visibilità: per il complessivo quadro degli elementi probatori, in sede d’appello si applica il divieto di cui alla citata disposizione, che può essere superato in caso di indispensabilità della nuova prova, come prevede il medesimo comma 2 dell’art. 104, sempreché questa non venga offerta allo scopo di integrare le acquisizioni probatorie per le quali vi era il relativo onere nel giudizio di primo grado (cfr., tra le altre, Sez. III, 13 settembre 2013, n. 4546, 12 aprile 2013, n. 1987; Sez. IV, 13 dicembre 2013, n. 5995, 5 novembre 2012, n. 5622; Sez. V, 31 ottobre 2013, n. 5251, 26 settembre 2013, n. 4793, 21 giugno 2013, n. 3427; 14 giugno 2013, n. 3319, 14 maggio 2013 n. 2607).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

 
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Come già affermato dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato (sentenza 5 marzo 2014, n. 1058), le perizie di parte – quando sono poste a supporto dei motivi di primo grado - costituiscono mezzi di prova sottoposte alla valutazione del giudice: in loro assenza, il giudice deve decidere in base all ... Continua a leggere

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domenica 20 luglio 2014 21:43

Test per l’ammissione ai corsi di laurea in medicina e Chirurgia e Odontoiatria e Protesi Dentaria: un codice a barre, accompagnato dal codice di lettura alfanumerico prestampato su tutti gli atti della prova non assicura l’anonimato degli elaborati e dei candidati

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TAR Lazio Roma Sez. III del 18.7.2014

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La vicenda giunta innanzi al giudice amministrativo investe i test per l’ammissione ai corsi di laurea in medicina e Chirurgia e Odontoiatria e Protesi Dentaria, a.a. 2012/2013, presso l’aggregazione degli Atenei di Catania, Palermo, Messina e Catanzaro. Non raggiunto nel test un punteggio sufficiente per l’accesso ai corsi, gli interessati impugnavano il diniego di ammissione ai suddetti corsi e, in via subordinata, gli atti presupposti, connessi e conseguenti. Il TAR ha ritenuto fondata la censura d’illegittimità delle norme che regolano lo svolgimento della prova: D.M. 196/2012 e D.R. 3002/2012 nonché della stessa prova e della modalità di correzione degli elaborati perché in contrasto con i criteri di trasparenza e imparzialità previsti dall’art. 97 Cost. e dalla L. 241/1990. In particolare, si può ritenere che la presenza di un codice a barre, accompagnato dal codice di lettura alfanumerico pure prestampato su tutti gli atti della prova (scheda anagrafica, modulo risposte, questionario, foglio delle “chiavi personali” per l’accesso al sito del MIUR), renda in astratto possibile l’identificabilità dell’autore della prova, anche dopo la conclusione della prova medesima, persino nel momento successivo delle operazioni di esame e valutazione dei questionari. Sotto il codice a barre della scheda anagrafica è presente e visibile il codice di lettura alfanumerico, che corrisponde con i codice a barre della prova. In tal modo il codice a barre di ciascuna prova è immediatamente conosciuto dal candidato e da chiunque altro mediante la lettura del codice alfanumerico pure presente sul foglio dei test.. Il codice corrisponde anche alla username indicata nel foglio che viene anch’esso consegnato all’inizio della prova a ciascun candidato e che, come previsto nell’allegato al D.M. 196/2012 e nel bando di concorso lo studente deve conservare per accedere al sito del MIUR al fine di verificare l’esito della propria prova. La presenza del codice a barre insieme al codice di lettura alfanumerico rende sostanzialmente la prova attribuibile al nominativo del candidato già prima della fine della correzione con grave vulnus del principio dell’anonimato quale effetto della conoscenza del codice identificativo della prova abbinato a ciascun candidato prima della compilazione dei questionari con la conseguenza, per lo meno potenziale, della alterazione dei risultati. Aggiunge il Collegio che la regola dell’anonimato dei concorrenti e' espressione di un più generale principio di garanzia dell’imparzialità amministrativa (cfr.: Cons. Stato II, 6.10.2011 n. 3672; T.a.r. Sardegna Cagliari I, 14.3.2012 n. 229; T.a.r. Sicilia I, 28.2.2012 n. 457; T.a.r. Toscana I, 27.6.2011 n. 1105). Pertanto, si può ritenere che le particolari modalità con le quali si è svolta, nel caso di specie, la selezione per l’accesso al Corso di Laurea in Medicina 2012-2013, non abbiano fornito sufficienti garanzie per l’anonimato degli elaborati e dei candidati. Ciò costituisce, senza dubbio, vizio del procedimento e del provvedimento, che ne inficia la legittimità. E’ appena il caso di aggiungere che la regola dell’anonimato dei concorrenti sia espressione di un più generale principio di garanzia dell’imparzialità amministrativa (cfr.: Cons. Stato II, 6.10.2011 n. 3672; T.a.r. Sardegna Cagliari I, 14.3.2012 n. 229; T.a.r. Sicilia I, 28.2.2012 n. 457; T.a.r. Toscana I, 27.6.2011 n. 1105). Pertanto, si può ritenere che le particolari modalità con le quali si è svolta, nel caso di specie, la selezione per l’accesso ai Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia e Odontoiatria 2012-2013, non abbiano fornito sufficienti garanzie per l’anonimato degli elaborati e dei candidati. Ciò costituisce, senza dubbio, vizio del procedimento e del provvedimento, che ne inficia la legittimità. Sono da riconoscere come presenti nel caso in esame i presupposti del danno risarcibile, precisamente il provvedimento illegittimo (l’atto di esclusione dal Corso universitario), l’evento dannoso (la perdita della possibilità di frequentare il Corso), nonché l’elemento soggettivo della colpa, consistente nella palese violazione dei principi di buon andamento, correttezza e imparzialità, conseguente al mancato rispetto della regola di anonimato, nonché dei principi generali in materia di verbalizzazione delle operazioni amministrative (cfr.: Cons. Stato V, 31.7.2012 n. 4338; T.A.R. Lazio Roma II, 18.2.2013 n. 1749). Qualche dubbio residua per il nesso di causalità tra condotta ed evento, poiché l’esclusione dal Corso universitario non è la conseguenza diretta dell’illegittimità del procedimento, ma di una prestazione dei ricorrenti nella prova selettiva, ritenuta inadeguata dalla commissione. Tale dubbio può essere positivamente risolto, nella considerazione che un’organizzazione della prova culturale di accesso programmato al Corso di Medicina e Odontoiatria, se fosse stata più congrua, imparziale e rispettosa delle regole del buon andamento amministrativo, avrebbe favorito un clima di maggior garanzia e di serenità dei concorrenti, tale da rendere possibili – dal punto di vista soggettivo - prestazioni migliori di tutti, quindi anche dei ricorrenti (T.A.R. Molise, sentenza 11 aprile 2013 n. 396). In termini di valutazione probabilistica oggettiva, conformemente a un giudizio di comune esperienza, l’applicazione di un parametro di garanzia d’imparzialità più elevato all’attività amministrativa, in una procedura di tipo concorsuale, favorisce le possibilità di tutti i concorrenti e di ciascuno di migliorare le proprie prestazioni e conseguire risultati più apprezzabili. Ciò depone a favore della sussistenza di un nesso di causa tra atto illegittimo ed evento dannoso. Il nesso causale, invero, sussiste quando tra condotta ed evento vi sia un rapporto di consequenzialità anche eventuale, di guisa che si devono comprendere nel risarcimento da fatto illecito quei danni mediati e indiretti che siano effetto possibile del fatto stesso, rientrando nella serie delle conseguenze cui esso dà origine, in base al criterio della cosiddetta regolarità causale (cfr.: Cons. Stato V, 10.2.2004 n. 493; T.A.R. Calabria Catanzaro II, 19.7.2012 n. 771; T.A.R. Friuli Trieste I, 30.8.2006 n. 572, T.A.R. Molise, 11 aprile 2013 n. 396). In materia di responsabilità civile dell’Amministrazione, il risarcimento del danno conseguente a una lesione di un interesse legittimo pretensivo è subordinato, pur in presenza di tutti i presupposti dell'illecito aquiliano (condotta, colpa, nesso di causalità, evento dannoso), all'effettiva dimostrazione che l'aspirazione al provvedimento fosse in concreto destinata ad avere esito favorevole, quindi all'avvenuta e concludente dimostrazione della spettanza ragionevolmente certa, mediante il corretto sviluppo dell'azione amministrativa, del bene sostanziale della vita collegato a tale interesse, fermo restando l'ambito proprio della discrezionalità amministrativa (cfr.: Cons. Stato VI, 30.6.2011 n. 3887). Ma è altresì indubbio che – mediante una valutazione probabilistica della perdita di “chance” – si possa parimenti giudicare della lesione riguardante la concreta possibilità di ottenere un risultato favorevole, nell’evenienza che non si fosse verificato l’evento perturbativo che lo indirettamente ha impedito, quale fattore concorrente di regolarità causale (cfr.: Cons. Stato V, 24.3.2011 n. 1796; T.A.R. Lazio Roma III, 5.1.2011 n. 41). Considerato che i ricorrenti si sono collocati in posizioni non utili, ma tra loro diverse nella graduatoria della prova selettiva, si tratta di fissare un criterio plausibile per valutare, rispetto a ciascuno di essi, la “chance” di successo all’esito della prova, nell’ipotesi che si fosse svolta in modo più regolare. Tale valutazione – utile ai fini della determinazione del risarcimento - è demandata a un accordo delle parti, da stipularsi ai sensi dell’art. 34, comma quarto, del C.p.a., per cui devono essere stabilite, sin d’ora, da questa Sezione le linee direttrici in base alle quali l’Amministrazione debitrice dovrà proporre a favore dei ricorrenti creditori, la reintegrazione o il ristoro economico. Se le parti non giungeranno a un accordo, ovvero non adempiranno agli obblighi derivanti dall’accordo concluso, la determinazione in questione potrà avvenire in un successivo giudizio di ottemperanza. I criteri per la riparazione del danno ingiusto che il Collegio ritiene, nella specie, di dover fissare, sono sostanzialmente tre, come di seguito indicati. A) Il Collegio, in applicazione dell’art. 34 comma primo lett. c) del C.p.a., considera la possibilità di “misure idonee a tutelare la situazione giuridica soggettiva dedotta in giudizio”, anche mediante “misure di risarcimento in forma specifica, ai sensi dell’art. 2058 del codice civile”. L’Amministrazione dovrà riesaminare le posizioni dei ricorrenti, per valutare autonomamente la possibilità di una reintegrazione in forma specifica, mediante l’ammissione in soprannumero ai Corsi, in alternativa al risarcimento per equivalente, comminabile in caso di impossibilità giuridica o fattuale della reintegrazione in forma specifica. Si tratta, allora, di verificare – e questo potrà farlo soltanto l’Amministrazione, caso per caso, in via discrezionale, ancorché in esecuzione della pronuncia giurisdizionale, valutando la sufficienza degli elaborati, l’idoneità dei candidati ai fini dell’ammissione e la plausibilità giuridica e didattico-organizzativa di ampliare il numero dei frequentatori del Corso – se sia possibile ammettere le ricorrenti al Corso 2012-2013, ovvero se, in alternativa, si debba ripiegare sul risarcimento per equivalente del <> (ex art. 30 comma secondo del C.p.a.), vale a dire della lesione conseguente all’illegittimità amministrativa giudizialmente accertata. L’accertamento giurisdizionale di illegittimità degli atti impugnati – sostituendo la decisione di annullamento che sarebbe autoesecutiva, ma inutile - dà all’Amministrazione la possibilità di valutare le conseguenze del danno, di eliminarle o ridurle, mediante un’attività discrezionale, che non potrà essere, tuttavia, oggetto dell’accordo risarcitorio tra le parti, quale previsto dal citato art. 34 comma quarto del C.p.a., né potrà avvenire in deroga alle vigenti norme di legge. B) nell’ipotesi in cui la reintegrazione in forma specifica appaia tecnicamente e/o giuridicamente impossibile a causa del tempo trascorso, l’Amministrazione dovrà rimborsare ai ricorrenti i documentati costi della partecipazione alla prova (eventuali spese di viaggio, acquisto di libri, frequentazione di corsi di preparazione, eccetera), nonché risarcire la perdita di “chance” dei ricorrenti, percentualmente misurata e ponderata, in relazione diretta con la posizione di graduatoria, valutando come “cento” la posizione numero uno di essa e “zero” la posizione virtuale successiva all’ultima. Considerato che l’accesso al Corso di Medicina, in caso di completamento degli studi universitari, fornisce altissime probabilità di inserimento lavorativo, la “chance” massima, quella della posizione numero uno di graduatoria, sarà calcolata - in misura forfetaria, considerando la riduzione oggettiva della “chance” per il doppio sbarramento del completamento degli studi e del reperimento di un posto di lavoro da medico - come un centesimo del reddito medio lordo di un medico di guardia medica della Regione Siciliana e/o della Regione Calabria, conseguibile nel corso di una carriera di venti anni (senza alcuna parametrazione attuariale). Il ristoro della perdita di “chance” di ciascun ricorrente, avendo come parametro la posizione numero uno, subirà una decurtazione proporzionale al rapporto ponderato della sua posizione in graduatoria con quella del numero uno della graduatoria medesima. Mediante tale criterio empirico l’amministrazione potrà così giungere, in sede di accordo tra le parti, a una quantificazione del danno risarcibile per equivalente. C) Nel calcolo del risarcimento per equivalente, occorrerà aggiungere gli interessi legali e la rivalutazione monetaria, dalla data di maturazione del debito fino al soddisfo. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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La vicenda giunta innanzi al giudice amministrativo investe i test per l’ammissione ai corsi di laurea in medicina e Chirurgia e Odontoiatria e Protesi Dentaria, a.a. 2012/2013, presso l’aggregazione degli Atenei di Catania, Palermo, Messina e Catanzaro. Non raggiunto nel test un punteggio sufficie ... Continua a leggere

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domenica 20 luglio 2014 14:45

Appalti: costituiscono varianti ex art. 76 d.lgs. n. 163 del 2006 le modifiche progettuali e non già le soluzioni tecniche consentite sulla base del progetto predisposto dalla stazione appaltante e che non comportino uno stravolgimento dell’ideazione sottesa a quest’ultimo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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Nel giudizio in esame la Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha evidenziato come nel caso di specie non è ravvisabile alcuna variante, ma un’offerta migliorativa sotto questo profilo di valutazione, come già chiarito dall’orientamento di questa Sezione per il quale costituiscono varianti ex art. 76 d.lgs. n. 163 del 2006 le modifiche progettuali e non già le soluzioni tecniche consentite proprio sulla base del progetto predisposto dalla stazione appaltante e che non comportino uno stravolgimento dell’ideazione sottesa a quest’ultimo (sentenze 24 ottobre 2014, n. 819, 24 ottobre 2013, n. 5160, 17 settembre 2012, n. 4916). Come infatti osservato nelle più recenti pronunce qui richiamate, queste ultime “sono consustanziali alle procedure di affidamento secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa”, come tipicamente sono gli appalti integrati, nel quale la finalità perseguita è quella di giovarsi degli apporti tecnici dei privati al fine di meglio conseguire gli obiettivi prestazionali prefigurati dall’amministrazione con il progetto posto a gara.

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domenica 20 luglio 2014 14:38

Tettoie per il riparo degli animali: le notevoli dimensioni e le funzioni integrano una trasformazione urbanistico – edilizia del territorio, con perdurante modifica dello stato dei luoghi che esclude la possibilità del ricorso alla mera autorizzazione edilizia

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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Secondo un ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale, l’ordine di demolizione conseguente all’accertamento della natura abusiva delle opere realizzate, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto dovuto: l’ordinanza va emanata senza indugio e, in quanto tale, non deve essere preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di una misura sanzionatoria per l’accertamento dell’inosservanza di disposizioni urbanistiche, secondo un procedimento di natura vincolata precisamente tipizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato, che si ricollega ad un preciso presupposto di fatto, cioè l’abuso, di cui peraltro l’interessato non può non essere a conoscenza, rientrando direttamente nella sua sfera di controllo (tra le più recenti, Cons. stato, sez. IV, 28 aprile 2014, n. 2194; 26 agosto 2008, n. 4659). Non può poi ragionevolmente dubitarsi della necessità della concessione edilizia per la realizzazione delle opere di cui si discute, trattandosi non già di meri impianti precari e provvisori, come dedotto dagli appellante, bensì di due tettorie (per il riparo degli animali allevati) di notevoli dimensioni (una di circa 200 metri quadrati, con struttura portante in pilastri di ferro quadro 12x12, ancorati su dati di fondazione in cemento e copertura in lamiera; l’altra di oltre cinquanta metri quadrati, con struttura portante in pilastri di ferro quadro e rettangolare e copertura in pannelli isolanti e predisposta per la chiusura perimetrale; entrambe con altezza ai lati di metri 2,50 e d in colmo di metri 3,50), saldamente ancorate nel terreno e dunque neppure facilmente rimobivili. Per dimensioni e funzioni esse integrano sicuramente una trasformazione urbanistico – edilizia del territorio, con perdurante modifica dello stato dei luoghi, il che esclude la possibilità del ricorso alla mera autorizzazione edilizia, come sostenuto dagli appellanti. Deve aggiungersi poi che, come risulta dalla documentazione in atti, l’area interessata agli interventi abusivi in questione - in base alla variante generale al piano regolatore generale adottata con deliberazione di consiglio comunale n. 62 del 2 ottobre 1996, modificata a seguito delle osservazioni accolte con la successiva deliberazione consiliare n. 14 del 10 marzo 1997 - era “soggetta a vincolo protettivo ambientale di intangibilità assoluta con divieto di ogni alterazione dello stato ambientale”, che precludeva quindi qualsiasi attività edilizia (fatti espressamente salvi, per i soli edifici esistenti alla data di adozione del P.R.G., il restauro statico e conservativo a condizione che fossero rimasti immutati i volumi, i prospetti, la sagoma e le strutture murarie esterne, nonché le destinazioni d’uso e le superfici delle singole unità abitative); peraltro, anche a voler prescindere dal fatto che non è stato neppure provato che le opere abusive accertate fossero state realizzate prima dell’adozione della predetta variante, in nessun caso le stesse avrebbero potuto essere oggetto di una concessione sanatoria, proprio per la ricordata successiva previsione urbanistica che precludeva qualsiasi opera.

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Secondo un ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale, l’ordine di demolizione conseguente all’accertamento della natura abusiva delle opere realizzate, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto dovuto: l’ordinanza va emanata senza indugio e, in quanto tale, non deve essere prec ... Continua a leggere

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domenica 20 luglio 2014 14:27

Licenziamento senza preavviso del personale delle aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo: l’art. 38, comma 7, del c.c.n.l. del 5 aprile 1996 che prevede che il "procedimento disciplinare … è sospeso fino alla sentenza definitiva” va inteso nel senso che è lo stesso inizio del procedimento disciplinare ad essere sospeso e l’Amministrazione ha poi 180 giorni “da quando … ha avuto notizia della sentenza definitiva” per iniziare il procedimento, oltre che per riattivare quello già iniziato e sospeso

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 7.7.2014

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L’art. 38, commi 5 e 6, del c.c.n.l. del 5 aprile 1996 del comparto del personale delle aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo - che prevede che la sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso si applica per "commissione in servizio di gravi fatti illeciti di rilevanza penale per i quali sia fatto obbligo di denuncia" e che l'Amministrazione inizia il procedimento disciplinare ed inoltra la denuncia penale, ma il procedimento disciplinare rimane sospeso fino alla sentenza definitiva - deve essere interpretato nel senso che, laddove l'Amministrazione sia venuta a conoscenza di gravi fatti illeciti penalmente rilevanti e sia tenuta per legge a denunciarli, e' anche facoltizzata ad attivare subito il procedimento disciplinare, che rimane sospeso fino alla sentenza definitiva. Ma ciò non si verifica allorché la denuncia dei “gravi fatti illeciti” sia stata fatta da un terzo ( nella fattispecie, sotto forma di un esposto alla competente Procura della Repubblica presso il Tribunale ) ed abbia comportato l’avvio del procedimento penale. Legittimamente, quindi, l’Amministrazione, in tale ipotesi, attende, come nel caso di specie ha fatto, l’ésito del giudizio penale prima di avviare il procedimento disciplinare ( Cassazione civile, sez. lav., 10/03/2010, numero 5806 ); ésito, peraltro, correttamente da essa poi individuato nella sentenza della Corte d’Appello di Cagliari che ha dichiarato il non luogo a procedere in ordine al reato ascritto ( art. 314 c.p. ). Pertanto, l’art. 38, comma 7, del citato c.c.n.l., cui è riconducibile la fattispecie all’esame, laddove prevede che, al di fuori dei casi previsti dal comma 6 ( che sono quelli in cui “l’amministrazione inizia il procedimento disciplinare ed inoltra la denuncia penale” ), “il procedimento disciplinare … è sospeso fino alla sentenza definitiva”, va inteso nel senso che in tal caso è lo stesso inizio del procedimento disciplinare ad essere sospeso; sì che poi l’Amministrazione ha 180 giorni “da quando … ha avuto notizia della sentenza definitiva” ( comma 8 dello stesso art. 38 ) per iniziare il procedimento, oltre che, eventualmente, per riattivare quello già iniziato e sospeso. Del resto, anche la L. 27 marzo 2001, n. 97, mirata specificamente a dettare norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare e sugli effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, all'art. 5, comma 4 ( cui peraltro il T.A.R. ha fatto espresso riferimento nel ritenere il contestato avvio del procedimento amministrativo conforme alle disposizioni vigenti, con statuizione rimasta esente da critiche e dunque inoppugnata e quindi, in quanto passata in giudicato, idonea di per sé a rendere non più contestabile tale conformità, con ricadute sulla stessa ammissibilità della censura all’esame ), dispone che, nel caso sia pronunciata sentenza penale irrevocabile di condanna nei confronti dei dipendenti pubblici privatizzati, ancorche' a pena condizionalmente sospesa, l'estinzione del rapporto di lavoro o di impiego puo' essere pronunciata a seguito di procedimento disciplinare; e il procedimento disciplinare deve avere inizio, o, in caso di intervenuta sospensione, deve proseguire, entro il termine di novanta giorni dalla comunicazione della sentenza all'amministrazione o all'ente competente per il procedimento disciplinare. In tal modo le due norme ( la previsione contenuta nel comma 4 dell'art. 5 della legge n. 97 del 2001 è espressamente riferita ai soli casi di sentenza irrevocabile di condanna intervenuta per reati contro la Pubblica Amministrazione da cui possa conseguire l'estinzione del rapporto di lavoro, mentre per tutte le altre ipotesi, ed in assenza di specifiche previsioni diverse, trova applicazione l'art. 38 cit. ) ben si raccordano, nel senso che in entrambe le ipotesi, laddove la pendenza di un procedimento penale abbia determinato il mancato inizio o la sospensione del procedimento disciplinare per gli stessi fatti oggetto del primo, entro un determinato termine decorrente dalla ricezione da parte dell’Amministrazione della comunicazione dell’intervenuta sentenza definitiva deve intervenire l’inizio ( od il riavvio ) del secondo. Nella specie – come correttamente ritenuto dal Giudice di primo grado – il suddetto termine di 180 gg. dalla ricezione della comunicazione della sentenza, intervenuta il 21 febbraio 2005, è stato ampiamente rispettato, essendo stata poi fatta la contestazione dell’addebito il successivo 5 marzo, notificata all’interessato il 15 dello stesso mese; donde l’irrilevanza delle deduzioni dell’interessato circa la natura recettizia dell’atto di contestazione, dal momento che anche la relativa notifica risulta ampiamente in termini rispetto al detto arco temporale. Né rilevano le osservazioni dell’appellante circa la non addebitabilità al suo comportamento del fatto che, nel caso di specie, l’Amministrazione abbia ricevuto la comunicazione della sentenza definitiva più di sei mesi dopo il suo passaggio in giudicato........Ed invero la veduta disposizione del contratto collettivo è inequivoca nel riferire il decorso del termine stabilito alla “notizia”, che l’Amministrazione abbia avito della sentenza definitiva. La fissazione del predetto termine risponde poi con tutta evidenza, da un lato, all’esigenza di non procrastinare eccessivamente il potere disciplinare dell’Amministrazione, così tutelandosi il diritto del lavoratore all’affidamento sulla stabilità e continuità del rapporto; dall’altro, alla necessità di non far decorrere il termine stesso prima del passaggio in giudicato della sentenza penale e prima che l’Amministrazione datrice di lavoro abbia avuto conoscenza della sentenza stessa, così evitandosi che il termine decorra in un periodo nel quale la predetta Amministrazione sia oggettivamente impossibilitata ad esercitare ogni valutazione in ordine alla instaurazione, ovvero alla riattivazione, della procedura disciplinare ( Cassazione civile, sez. lav., 22/10/2009, numero 22418 ). Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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L’art. 38, commi 5 e 6, del c.c.n.l. del 5 aprile 1996 del comparto del personale delle aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo - che prevede che la sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso si applica per "commissione in servizio di gravi fatti illeciti di rile ... Continua a leggere

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domenica 20 luglio 2014 14:16

Appalti: lo schema di domanda allegato al bando non costituisce parte integrante della lex specialis della gara, costituendo piuttosto uno strumento predisposto unilateralmente dall’amministrazione, a scopo esemplificativo, per facilitare la partecipazione alla gara

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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I primi giudici hanno correttamente osservato che né il bando di gara, né il disciplinare di gara, contengono l’obbligo per i concorrenti di dichiarare di non versare nella situazione di amministrazione controllata, limitandosi la lex specialis, quanto alla dichiarazione relativa al possesso dei requisiti generali di partecipazione, a rinviare al contenuto dell’articolo 38 del D. Lgs. n. 163 del 2006, che peraltro neppure contiene un richiamo alla situazione di amministrazione controllata, quale causa ostativa alla partecipazione alle gare d’appalto. Peraltro, anche a voler prescindere dalla considerazione che, ai sensi del comma 1 bis dell’articolo 46 del D. Lgs. n. 163 del 2006, i bandi di gara e le lettere di invito non possono contenere ulteriori previsioni a pena di esclusione oltre a quelle stabilite dal codice dei contratti pubblici, dal regolamento e da altre disposizioni di leggi vigenti, occorre rilevare che lo schema di domanda allegato al bando non costituisce affatto parte integrante della lex specialis della gara, costituendo piuttosto uno strumento predisposto unilateralmente dall’amministrazione, a scopo meramente esemplificativo, per facilitare la partecipazione alla gara. Eventuali contrasti tra quanto riportato nel predetto schema di domanda, concretamente utilizzato dal concorrente, e le disposizioni proprie della lex specialis, soprattutto per l’ipotesi di mancate dichiarazioni a pena di esclusione ovvero allorquando tale contrasto determini ambiguità o equivocità sulla esatta portata delle dichiarazioni da rendere, non possono determinare ex se l’esclusione del concorrente, imponendo piuttosto all’amministrazione di esercitare il c.d. dovere di soccorso, quale corollario del principio di buon andamento e di imparzialità, applicabile dall’amministrazione nei confronti dell’impresa.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

 
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I primi giudici hanno correttamente osservato che né il bando di gara, né il disciplinare di gara, contengono l’obbligo per i concorrenti di dichiarare di non versare nella situazione di amministrazione controllata, limitandosi la lex specialis, quanto alla dichiarazione relativa al possesso dei re ... Continua a leggere

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domenica 20 luglio 2014 09:21

Patto di Stabilità interno: in G.U. la circolare MEF sul patto di stabilità per il triennio 2014-2016 per le province e i comuni con popolazione superiore a 1.000 abitanti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della circolare MEF in Gazzetta Ufficiale n. 166 del 19.7.2014

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E' stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.166 del 19.7.2014 la circolare del Ministero dell'Economia e delle Finanze recante "Patto di stabilita' interno per il triennio 2014-2016 per le province e i comuni con popolazione superiore a 1.000 abitanti (articoli 30, 31 e 32 della legge 12 novembre 2011, n. 183, come modificati dalla legge 27 dicembre 2013, n. 147)". La circolare e' strutturata secondo il seguente schema: Premessa A. Enti soggetti al Patto di stabilita' interno A.1 Enti di nuova istituzione A.2 Unioni di comuni A.3 Enti commissariati ai sensi dell'articolo 143 del TUEL A.4 Roma capitale B. Determinazione degli Obiettivi programmatici per il triennio 2014-2016 B.1 Indicazioni generali B.2 Metodo di calcolo degli obiettivi B.3 Comunicazione dell'obiettivo C. Esclusioni dal saldo valido ai fini del rispetto del Patto C.1 Risorse connesse con la dichiarazione di stato di emergenza C.2 Risorse connesse con la dichiarazione di grande evento C.3 Risorse provenienti dall'Unione Europea C.4. Chiarimenti applicativi sulle esclusioni di cui ai punti C.1, C.2 e C.3 C.5 Risorse connesse al Piano generale di censimento C.6 Altre esclusioni a) Federalismo demaniale b) Investimenti infrastrutturali c) Sisma del 20 e 29 maggio 2012. Esclusione delle risorse provenienti dalle contabilita' speciali delle regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto d) Esclusione di spese per gli enti colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio 2012 " e) Esclusione del corrispettivo del gettito IMU sugli immobili di proprieta' comunale f) Esclusione delle risorse per interventi relativi al progetto approvato dal CIPE con deliberazione n. 57 del 2011 g) Esclusione delle risorse per interventi portuali per il comune di Piombino h) Esclusione dei pagamenti dei debiti in conto capitale per 500 milioni di euro i) Esclusione dei pagamenti in conto capitale per 1.000 milioni di euro l) Esclusione spese sostenute dal comune di Campione di Italia D. Riflessi delle regole del Patto sulle previsioni di bilancio D.1 Fondo svalutazione crediti D.2 Fondo pluriennale vincolato D.3 Fondo di rotazione per assicurare la stabilita' finanziaria degli enti locali E. Altre misure di contenimento E.1 Contenimento dei prelevamenti dai conti di Tesoreria E.2 Contenimento della spesa F. Patti di solidarieta' F.1 Patto regionale verticale F.2 Patto regionale verticale incentivato F.3 Patto regionale orizzontale F.4 Patto nazionale verticale F.5 Patto nazionale orizzontale F.6 Patto regionale integrato F.7 Tempistica F.8 Alcune precisazioni sui patti di solidarieta' G. Monitoraggio H. Certificazione H.1 Prospetti allegati alla certificazione ed invio telematico H.2 Ritardato invio della certificazione e nomina del commissario ad acta H.3 Obbligo di invio di una nuova certificazione I. Mancato rispetto del Patto di stabilita' interno I.1 Le sanzioni per il mancato rispetto del patto di stabilita' interno a) Riduzione del fondo di solidarieta' comunale e del fondo sperimentale di riequilibrio b) Limiti agli impegni per spese correnti c) Divieto di ricorrere all'indebitamento d) Divieto di procedere ad assunzioni di personale e) Riduzione delle indennita' di funzione e dei gettoni di presenza I.2 Sanzioni connesse all'accertamento del mancato rispetto del patto in un periodo successivo all'anno seguente a quello cui la violazione si riferisce I.3 Misure antielusive delle regole del patto di stabilita' interno I.4 L'attivita' di controllo della Corte dei conti L. Allegati alla circolare esplicativi del Patto 2014-2016 M. Riferimenti per eventuali chiarimenti sui contenuti della presente circolare Per scaricare la circolare cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della circolare MEF in Gazzetta Ufficiale n. 166 del 19.7.2014

 
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sabato 19 luglio 2014 23:37

Abuso del processo amministrativo: sanzioni e limiti alla luce D.L. 90/2014

segnalazione dell'Avv. Paolo Turco

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L'art. 41 (Misure per il contrasto all'abuso del processo) del decreto legge 24 giugno 2014, n. 90 (GU n.144 del 24-6-2014) entrato in vigore il 25.6.2014 dispone espressamente che: "1. All'articolo 26 dell'allegato 1 (Codice del processo amministrativo) del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1, in fine, e' aggiunto il seguente periodo: "In ogni caso, il giudice, anche d'ufficio, puo' altresi' condannare la parte soccombente al pagamento, in favore della controparte, di una somma equitativamente determinata, quando la decisione e' fondata su ragioni manifeste.", b) al comma 2, dopo il primo periodo e' inserito il seguente: "Nelle controversie in materia di appalti di cui agli articoli 119, lettera a), e 120 l'importo della sanzione pecuniaria puo' essere elevato fino all'uno per cento del valore del contratto, ove superiore al suddetto limite." La norma introdotta esplicita, chiaramente, un mezzo a tutela della parte vittoriosa nel ricorso, ulteriore rispetto alla mera condanna alle spese. Dubbi possono sorgere circa la determinazione equitativa che spetta anche d’ufficio al giudice, ovvero sulla mancanza di una cosiddetta forchetta di un limite minimo e massimo. L’intento del legislatore è quello di affidarsi al buon senso del giudice nella determinazione della sanzione. Per converso nella delicata materia degli appalti è stato previsto il limite auspicato. Comune sono poi, le ragioni manifeste sulla quali è fondata la decisione che per la parte significa onerarla del preventivo vaglio di fondatezza del ricorso.

segnalazione dell'Avv. Paolo Turco

 
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L'art. 41 (Misure per il contrasto all'abuso del processo) del decreto legge 24 giugno 2014, n. 90 (GU n.144 del 24-6-2014) entrato in vigore il 25.6.2014 dispone espressamente che: "1. All'articolo 26 dell'allegato 1 (Codice del processo amministrativo) del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 10 ... Continua a leggere

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giovedì 17 luglio 2014 21:23

Verifica della congruità dell'offerta: solo un utile pari a zero o l'offerta in perdita rendono ex se inattendibile l'offerta economica

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 17.7.2014

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Sull'ambito del sindacato esercitabile dal giudice amministrativo sul giudizio di non anomalia, la Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha rinviato ai principi elaborati dall'Adunanza plenaria del Consiglio (cfr. sentenze nn. 7 e 8 del 2014 e 36 del 2012, successivamente Sez. V, n. 244 del 2014), secondo cui la valutazione di anomalia (e a fortiori quella di non anomalia) attiene a scelte rimesse alla stazione appaltante quale espressione di autonomia negoziale in ordine alla convenienza dell'offerta ed alla serietà e affidabilità del concorrente, ed è pertanto sindacabile solo ab externo, nei limiti della abnormità, manifesta irragionevolezza e travisamento dei fatti presupposti (evenienze queste che non si configurano nel caso di specie dove, al contrario, si è avuta la prova empirica della serietà dell'offerta atteso che tutte le prestazioni contrattuali sono state realizzate senza contestazioni e nei termini pattuiti). Nel merito si rileva, in una con la consolidata giurisprudenza (cfr. da ultimo la richiamata Sez. V, n. 2444 del 2014, nonchè Sez. VI, n. 4676 del 2013; Sez. IV, n. 1633 del 2013; C.g.a. n. 250 del 2013; Sez. IV, n. 4206 del 2012, cui si rinvia a mente degli artt. 74 e 120, co. 10 c.p.a.), che:a) il giudizio di verifica della congruità delle offerte ha natura globale e sintetica abbracciando l'offerta nel suo insieme, esso pertanto non ha ad oggetto la ricerca di specifiche e singole inesattezze essendo finalizzato ad accertare se l'offerta sia seria e attendibile nel suo complesso restando irrilevanti, sotto tale angolazione, singole voci di scostamento da parametri ordinari (nella specie il dato maggiormente contestato è stato quello della sottostima del costo della mano d'opera che è stato però ritenuto congruo dal c.t.u., in termini monetari, e anomalo, in relazione al rapporto fra numero di ore lavorate e numero di addetti);b) il mancato rispetto dei minimi tabellari sul costo del lavoro o, in mancanza, dei valori indicati dalla contrattazione collettiva non determina l'automatica esclusione dalla gara ma costituisce un indice di anomalia dell'offerta che va poi verificato mediante un giudizio complessivo di remuneratività ed affidabilità che consente all'impresa di fornire le proprie giustificazioni di merito;c) solo un utile pari a zero o l'offerta in perdita rendono ex se inattendibile l'offerta economica (circostanze queste che non si sono verificate nel caso di specie);d) in occasione della verifica in contraddittorio della congruità dell'offerta è consentito un limitato rimaneggiamento degli elementi costitutivi di quest'ultima purchè l'originaria proposta contrattuale non venga modificata sostanzialmente ovvero non venga alterata la sua logica complessiva (anche tali evenienze non si sono realizzate nel caso concreto);e) la legge di gara non ha previsto modalità formali, presidiate dalla sanzione della esclusione, per la produzione delle giustificazioni in sede di offerta; inoltre, tutte le paventate irregolarità nella compilazione delle schede di analisi potevano essere superate dal concorrente, per espressa volontà del bando <> (pagina 9 del bando); quanto all'inidoneità professionale di due ditte indicate quali sub appaltatrici, è sufficiente rilevare che: I) la previsione del sub appalto, nel caso di specie, incide sulla fase della esecuzione del contratto; II) la ditta Polaris non ha mai svolto attività di sub appaltatrice; III) la ditta Rainoldi ha prestato la propria attività nell'ambito di un'a.t.i. e dunque nei limiti delle proprie capacità; IV) in ogni caso, da un lato, il sub appalto è stato debitamente autorizzato in concreto dalla stazione appaltante, dall'altro, il Consorzio era munito di tutti i requisiti di capacità richiesti dal bando per poter eseguire direttamente le opere.7.4. Dalla assodata legittimità della procedura di gara consegue il rigetto della domanda di annullamento e di quella risarcitoria formulata nel presupposto della lesione contra ius degli interessi legittimi incisi dal provvedimento impugnato.Per scaricare l'offerta cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 17.7.2014

 
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Sull'ambito del sindacato esercitabile dal giudice amministrativo sul giudizio di non anomalia, la Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha rinviato ai principi elaborati dall'Adunanza plenaria del Consiglio (cfr. sentenze nn. 7 e 8 del 2014 e 36 del 2012, successivamente S ... Continua a leggere

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giovedì 17 luglio 2014 12:57

Appalto integrato per la progettazione esecutiva e l'esecuzione di lavori: e' legittimo il frazionamento tra più progettisti dell'attività di coordinamento per la sicurezza in fase di progettazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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Nella controversia in esame l'appellante si duole che non sia stata esclusa la società appellata, malgrado la stessa abbia frazionato tra due progettisti l'attività di coordinamento per la sicurezza in fase di progettazione, ed abbia quindi attribuito la percentuale maggioritaria ad un progettista non in possesso dei requisiti di cui all'art. 98 t.u. sulla sicurezza sul lavoro di cui al d.lgs. n. 81 del 2008.Tale motivo e' stato rigettato dal Consiglio di Stato il quale ha rilevato come da nessuna disposizione del citato testo unico è ricavabile la regola secondo cui l'attività di coordinamento per la sicurezza in fase di progettazione è infrazionabile tra più soggetti. In primo luogo, il fatto che l'art. 89, comma 1, lett. e), definisca detta figura come "soggetto incaricato, dal committente o dal responsabile dei lavori, dell'esecuzione dei compiti di cui all'articolo 91", e che quindi, l'art. 90, comma 3, imponga al committente l'obbligo di designare "il coordinatore per la progettazione", non implica che quest'ultimo debba necessariamente essere "un unico soggetto" (così nell'appello). La formulazione delle norme in esame è infatti spiegabile con esigenze di tecnica redazionale della legge, ed in particolare con il fatto che il precetto normativo è stato riferito all'ipotesi di maggiore verificabilità in concreto, in cui l'incarico viene affidato al singolo professionista, senza che da ciò possa ricavarsi un divieto per l'ipotesi in cui i coordinatori per la progettazione siano più di uno.Del pari non rileva il richiamo alle sanzioni penali contemplate nell'art. 158 del testo unico di cui al d.lgs. n. 81 del 2008, giacchè per le relative fattispecie incriminatrici rilevano le norme generali sul concorso di persone nel reato previste agli artt. 110 e ss. cod. pen.A smentita dell'assunto, va sottolineato che le attività inerenti l'incarico di coordinatore della sicurezza nella fase della progettazione, quali descritte nell'art. 91 d.lgs. n. 81 del 2008 (redazione del piano di sicurezza e coordinamento, predisposizione del fascicolo adattato alle specifiche caratteristiche dell'opera, coordinamento sull'applicazione delle misure generali a tutela della sicurezza dei lavoratori) non sono per loro natura infrazionabili ed inoltre, come evidenzia l'appellata, possono costituire oggetto di affidamento "per il tramite di una distinta procedura ad evidenza pubblica" e precisamente ai sensi dell'art. 91 cod. contratti pubblici.Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

 
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Nella controversia in esame l'appellante si duole che non sia stata esclusa la società appellata, malgrado la stessa abbia frazionato tra due progettisti l'attività di coordinamento per la sicurezza in fase di progettazione, ed abbia quindi attribuito la percentuale maggioritaria ad un progettista ... Continua a leggere

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giovedì 17 luglio 2014 09:08

Opere pubbliche: non sussiste alcun obbligo dell'Amministrazione di comunicare l'avvio del procedimento ex art. 7 L. n. 241/1990 relativamente all'approvazione di un progetto preliminare

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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Osserva la Quinta Sezione del Consiglio di Stato che la giurisprudenza, con orientamento consolidato, ha chiarito che la comunicazione dell'avvio del procedimento prevista dall'art. 7 L. 7 agosto 1990, n. 241, non è necessaria nel caso di approvazione del progetto soltanto preliminare di un'opera pubblica: tale comunicazione occorre solo nel caso in cui debba approvarsi il progetto definitivo dell'opera, al quale è riconnessa per implicito anche la dichiarazione di pubblica utilità, come previsto dall'art. 14, comma 13, L. 11 febbraio 1994 n. 109 (C.d.S., V, 3 maggio 2012, n. 2535; IV, 11 aprile 2007, n. 1668; 29 maggio 2009, n. 3364; 14 dicembre 2002, n. 6917; 26 settembre 2001, n. 5070).In via di principio, quindi, non sussiste alcun obbligo dell'Amministrazione di comunicare l'avvio del procedimento ex art. 7 L. n. 241/1990 relativamente all'approvazione di un progetto preliminare (IV, 3 agosto 2010, n. 5155), il quale non è nemmeno un atto di per sè autonomamente impugnabile, in quanto solo endoprocedimentale, diversamente da quelli che approvano il progetto definitivo e quello esecutivo, che sono invece impugnabili in quanto suscettibili di ledere la posizione giuridica soggettiva individuale (IV, 22 giugno 2006, n. 3949).1b Tanto premesso in via di principio, deve però convenirsi con il primo Giudice che nella peculiare vicenda quello adottato dall'organo consiliare del Comune di Costa di Mezzate con l'impugnata delibera n. 62 del 28.12.2000, pur definito come "progetto preliminare", è stato utilizzato dall'Amministrazione ai fini della procedura ablativa, in concreto, alla stregua di un progetto definitivo ex art. 14 u.c. della Legge n. 109 del 1994.Tale constatazione emerge dal fatto che - l'Amministrazione ha disposto l'adozione non solo di tale progetto, ma anche della corrispondente variante al vigente P.R.G. a norma dell'art. 1 della legge n. 1 del 1978, oltre a dichiarare la pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità dell'opera, nonchè a fissare i termini di inizio e fine delle espropriazioni e dei lavori (laddove la giurisprudenza ha precisato che, poichè la volontà di realizzare un'opera pubblica deve esplicitarsi attraverso provvedimenti tipici, come chiarito dall'art. 12, d.P.R. n. 327 del 2001 in continuità con quanto in precedenza previsto dall'art. 14, comma 13, legge n. 109 del 1994, all'approvazione del progetto preliminare non può essere connesso il significato di dichiarazione di pubblica utilità dell'opera: C.d.S., VI, 24 novembre 2011, n. 6207).Nessun dubbio potrebbe perciò nutrirsi sulla necessità di consentire le garanzie partecipative all'atto della deliberazione di un progetto che, al di là della propria denominazione formale, venga associato dall'Amministrazione a clausole ed effetti giuridici quali quelli indicati, giusta un indirizzo giurisprudenziale uniformemente seguito in tema di dichiarazione di pubblica utilità implicita a partire dalla decisione dell'Adunanza Plenaria di questo Consiglio n. 14 del 15 settembre 1999 (cfr., tra le tante, C.d.S., VI, 25 marzo 2004, n. 1617; IV, 9 dicembre 2010, n. 8688; 18 marzo 2010, n. 1616). Il vizio di legittimità così riscontrato, tuttavia, diversamente da quanto ritenuto dal primo Giudice, non può condurre all'invalidazione dell'azione amministrativa dispiegata nel caso di specie, per essere stato esso sollecitamente sanato dall'Amministrazione proprio attraverso i provvedimenti amministrativi richiamati con il presente appello.Per scaricare la sentenza clicca su "Accedi al Provvedimento".

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Osserva la Quinta Sezione del Consiglio di Stato che la giurisprudenza, con orientamento consolidato, ha chiarito che la comunicazione dell'avvio del procedimento prevista dall'art. 7 L. 7 agosto 1990, n. 241, non è necessaria nel caso di approvazione del progetto soltanto preliminare di un'opera p ... Continua a leggere

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giovedì 17 luglio 2014 08:55

Pubblicità effettuata su impianti installati su beni appartenenti al Comune: e' legittima la norma del Regolamento Comunale che prevede il cumulo tra l'imposta sulla pubblicità e il canone di concessione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha evidenziato come nel nostro ordinamento, in tema di TOSAP, già l'art. 18 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 639 (nel sistema preesistente al nuovo regime normativo introdotto col d.lgs. n. 507-93) stabiliva che, "Qualora la pubblicità sia effettuata su beni di proprietà comunale o dati in godimento al comune, ovvero su beni appartenenti al demanio comunale, la corresponsione della imposta non esclude il pagamento di eventuali canoni di affitto o di concessione, nè l'applicabilità della tassa per l'occupazione dello spazio ed aree pubbliche". Decisivo ai fini della soluzione della presente controversia è, a parere del Collegio, quanto disposto dall'art. 9, comma 7, del d.lgs. 15 novembre 1993, n. 507 e successive modificazioni, nel testo integrato con l'art. 145, comma 55, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, che prevede che, "Qualora la pubblicità sia effettuata su impianti installati su beni appartenenti o dati in godimento al comune, l'applicazione dell'imposta sulla pubblicità non esclude quella della tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche, nonchè il pagamento di canoni di locazione o di concessione commisurati, questi ultimi, alla effettiva occupazione del suolo pubblico del mezzo pubblicitario". Il periodo "commisurati, questi ultimi, alla effettiva occupazione del suolo pubblico del mezzo pubblicitario" è stato aggiunto dall'art. 145, comma 55, della l. 23 dicembre 2000, n. 388, a decorrere dal 1 gennaio 2001. Peraltro, deve rammentarsi che gli artt. contenuti nel d.lgs. n. 507-93 sono stati, in un primo momento, abrogati con vigenza 1 gennaio 1999, dall'art. 51 del Decreto Legislativo 15 dicembre 1997, n. 446 e poi, successivamente, reintrodotti e sempre con decorrenza 1 gennaio 1999 - dall'art. 31, comma 14, della L. 23 dicembre 1998, n. 448. Si deve ancora osservare al riguardo che è pur vero che questo Consiglio (Consiglio di Stato, sez. V, 16 novembre 2005, n. 6384) ha già affermato che l'installazione di impianti privati e l'effettuazione della pubblicità è assoggettata unicamente a regime autorizzatorio e che l'impianto pubblicitario è sottoposto unicamente all'imposta sulla pubblicità. Tale considerazione, tuttavia, non esime dal pagamento del canone di concessione dell'area su cui l'impianto pubblicitario privato insiste, trattandosi di utilizzazione di un bene pubblico per finalità private, con impianti che sono e restano privati ma che insistono, come detto, su aree pubbliche e che, quindi, per ciò solo, sono soggette al canone di concessione. Questa è nei suoi tratti essenziali la disciplina applicabile alle attività di pubblicità e promozione effettuate con affissioni dirette e con impianti privati.Con la conseguente legittimità della previsione di un canone di concessione, in aggiunta all'imposta di pubblicità prevista, che ha diverso titolo e diverso presupposto e con l'ulteriore conseguenza che la deliberazione del Comune intimato n. 122 del 30.3.1999, pubblicata il 2.4.1999, con cui il consiglio comunale di Bari ha approvato il "Regolamento di applicazione dell'imposta comunale sulla pubblicità e per l'effettuazione del servizio delle pubbliche affissioni in esecuzione del d.lgs. n. 507 del 15.11.1993", limitatamente all'art. 44, nella parte in cui prevede che per la pubblicità effettuata su impianti installati su beni appartenenti al demanio comunale, gli interessati sono tenuti a corrispondere l'imposta sulla pubblicità nonchè un canone di concessione, cumulo contestato con il presente appello, deve ritenersi legittima.Nè può ritenersi, come invece prospetta l'appellante, che la mancanza di un formale atto di concessione impedisca la riscossione del relativo canone concessorio, atteso che tale canone ha la sua fonte e, quindi, il suo titolo giuridico, non nell'atto formale provvedimentale di concessione, bensì nell'effettivo utilizzo dello spazio demaniale, come si verifica nel caso di specie.Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

 
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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha evidenziato come nel nostro ordinamento, in tema di TOSAP, già l'art. 18 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 639 (nel sistema preesistente al nuovo regime normativo introdotto col d.lgs. n. 507-93) stabiliva che, "Qualora la pubblicità ... Continua a leggere

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mercoledì 16 luglio 2014 20:37

Trattamento economico di maternità: la pretesa del dipendente di un ente pubblico alla corresponsione, da parte del datore di lavoro, dell'indennità giornaliera di maternità rientra nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 7.7.2014

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Per effetto dell'art. 8 del d.l. 29 marzo 1991, n. 103, convertito in legge 1 giugno 1991, n. 166, il trattamento economico di maternità, previsto dagli artt. 15 e 17 della legge n. 1204 del 1971, spetta alle lavoratrici assunte a tempo determinato dalle amministrazioni dello Stato anche ad ordinamento autonomo, dalle regioni, dalle province, dai comuni e dagli altri enti pubblici, salvo che i relativi ordinamenti prevedano condizioni di migliore favore. Il trattamento viene corrisposto direttamente dalle amministrazioni o enti di appartenenza.Trattasi di disposizione che interpreta autenticamente l'art. 13 della legge n. 1204 cit., che indicava nei soggetti pubblici suddetti i titolari passivi del debito previdenziale in questione.Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, già anteriormente ad essa, avevano affermato l'appartenenza delle controversie relative al giudice amministrativo, giacchè la pretesa dell'assicurata trovava titolo immediato e diretto nel rapporto di pubblico impiego anzichè in un distinto rapporto previdenziale ( Cass. 3 aprile 1989, n. 1597 ).Tale affermazione è stata poi ripetuta da Cass., 11 novembre 1992, n. 12149 e da Consiglio di Stato, sez. V, 27/02/1998, numero 205, che ha sottolineato che il trattamento economico di maternità per le dipendenti delle Amministrazioni dello Stato e degli altri Enti pubblici non grava sugli Enti che gestiscono l'assicurazione di malattia ( giusta quanto previsto dal successivo art. 15, comma 3, della stessa legge n. 1204/1971 ), bensì sullo stesso datore di lavoro, secondo le previsioni dei varii ordinamenti degli Enti medesimi, come, peraltro, previsto dal medesimo art. 13, che espressamente esclude dalla sua applicazione le dipendenti pubbliche, nonchè dall'art. 21 della legge 1204/1971, il quale, nell'elencare i vari settori lavorativi per cui è previsto l'obbligo contributivo per la copertura degli oneri derivanti dalla legge stessa, non contempla il settore pubblico ( cfr. anche Cass., SS.UU., 8 agosto 1995, n. 8674 ).Ne consegue che la pretesa della dipendente di un ente pubblico ( quale l'odierna appellante ), avente per oggetto la corresponsione, da parte del datore di lavoro, dell'indennità giornaliera di maternità, trovando titolo immediato e diretto nel rapporto di pubblico impiego, anzichè in un rapporto previdenziale autonomo e distinto da esso, introduce una controversia devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.Nel merito, la cognizione della pretesa è preclusa a questo Giudice d'appello, atteso che la riforma della sentenza che ha declinato la giurisdizione comporta, ai sensi dell'art. 105 c.p.a., la rimessione della causa al Giudice di primo grado, dinanzi al quale le parti dovranno riassumere il processo ai sensi del comma 3 dell'art. 105 cit. e che pronuncerà anche sulle spese del presente grado di giudizio.Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 7.7.2014

 
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Per effetto dell'art. 8 del d.l. 29 marzo 1991, n. 103, convertito in legge 1 giugno 1991, n. 166, il trattamento economico di maternità, previsto dagli artt. 15 e 17 della legge n. 1204 del 1971, spetta alle lavoratrici assunte a tempo determinato dalle amministrazioni dello Stato anche ad ordinam ... Continua a leggere

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mercoledì 16 luglio 2014 12:56

Procedura espropriativa: non è necessaria la comunicazione dell'avvio del procedimento per l'emanazione del decreto di occupazione d'urgenza

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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Nel giudizio in esame, tra l'altro, viene lamentata la mancata instaurazione del contraddittorio procedimentale mediante apposita comunicazione dell'avvio della procedura espropriativa prima della decretazione dell'occupazione d'urgenza.La doglianza e' stata ritenuta infondata dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato risulta in considerazione del principio, più volte enunciato dalla giurisprudenza, per la quale non è necessaria la comunicazione dell'avvio del procedimento per l'emanazione del decreto di occupazione d'urgenza, dal momento che questo è atto di mera attuazione del provvedimento dichiarativo della pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dei lavori: di conseguenza, le garanzie procedimentali relative alla partecipazione sono proprie solo di quest'ultimo (C.d.S., Ad.Pl., 15 settembre 1999, n. 14; IV, 8 giugno 2007, n. 2999; 5 febbraio 2009, n. 676; V, 26 settembre 2013, n. 4766; VI, 2 marzo 2011, n. 1312).Peraltro, comunque la previa comunicazione dell'avvio del procedimento non è richiesta, dall'art. 7, comma 1, della legge n. 241/1990, ove "sussistano ragioni di impedimento derivanti da particolari esigenze di celerità del procedimento" (C.d.S., IV, 15 luglio 2013, n. 3861), come avviene in re ipsa nel caso della occupazione d'urgenza. Per approfondire cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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mercoledì 16 luglio 2014 12:40

Subappalto o cottimo: non sussiste ex art. 118 del Codice degli Appalti alcun obbligo a carico del concorrente di indicare già in sede di presentazione dell'offerta il nominativo dell'impresa subappaltrice

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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Dal combinato disposto degli artt. 37, comma 11, e 118, comma 2, del D. Lgs. 12 aprile 2006, n. 163, e 92 del D.P.R. 5 ottobre 2010, n. 207, non si evince espressamente l'esistenza dell'obbligo del concorrente, che dichiari di voler avvalersi del subappalto per alcune specifiche lavorazioni, di indicare già in sede di presentazione dell'offerta il nominativo dell'impresa subappaltrice.L'affidamento in subappalto (o in cottimo), come espressamente stabilito dal ricordato articolo 118, è infatti sottoposto alle seguenti condizioni:a) che i concorrenti all'atto dell'offerta o l'affidatario, nel caso di varianti in corso di esecuzione, abbiano indicato i lavori o le parti di opere che intendono subappaltare (o concedere in cottimo);b) che l'affidatario provveda al deposito del contratto di subappalto presso la stazione appaltante almeno venti giorni prima della data di effettivo inizio dell'esecuzione delle relative prestazioni;c) che al momento del deposito del contratto di subappalto presso la stazione appaltante l'affidatario trasmetta altresì la certificazione attestante il possesso da parte del subappaltatore dei requisiti di qualificazione richiesti dal presente codice in relazione alla prestazione subappaltata e la dichiarazione del subappaltatore attestante il possesso dei requisiti generali di cui all'articolo 38;d) che non sussista, nei confronti dell'affidatario del subappaltato (o del cottimo), alcuno dei divieti previsti dall'articolo 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni.Del resto, va rimarcata la netta diversità della ricordata disciplina del subappalto rispetto a quella contenuta nella legge 11 febbraio 1994, n. 109, che imponeva fin dal momento della formulazione dell'offerta l'indicazione del nominato dell'impresa subappaltatrice (previsione peraltro soppressa già dall'art. 9 della legge n. 415 del 1998). Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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mercoledì 16 luglio 2014 12:31

Appalti: l'omessa impugnazione dell'aggiudicazione provvisoria non incide sulla tempestività del ricorso proposto contro l'aggiudicazione definitiva

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 7.7.2014

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Alla stregua di un consolidato indirizzo giurisprudenziale l'aggiudicazione provvisoria è un mero atto endoprocedimentale, ad effetti ancora instabili e del tutto interinali, come tale inidoneo a produrre la definitiva lesione del concorrente non risultato aggiudicatario, lesione che si verifica solo con l'aggiudicazione definitiva, che non costituisce atto meramente confermativo della prima e in riferimento esclusivamente al quale, quindi, va verificata la tempestività del ricorso (tra le più recenti, Cons. St., sez. V, 27 marzo 2013, n. 1828; 15 febbraio 2013, n. 936; sez. III, 11 febbraio 2013, n. 763).Nessuna acquiescenza o decadenza può essersi pertanto verificata nel caso di specie a causa della mancata impugnazione del provvedimento di aggiudicazione provvisoria. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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Alla stregua di un consolidato indirizzo giurisprudenziale l'aggiudicazione provvisoria è un mero atto endoprocedimentale, ad effetti ancora instabili e del tutto interinali, come tale inidoneo a produrre la definitiva lesione del concorrente non risultato aggiudicatario, lesione che si verifica so ... Continua a leggere

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mercoledì 16 luglio 2014 00:48

Anticorruzione: in arrivo agli Enti Locali il Questionario della Prefettura sull'attuazione della Trasparenza e la prevenzione dei fenomeni di corruzione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del Protocollo d'Intesa A.N.AC. e Ministero dell'Interno sulle Linee guida per l'avvio di un circuito collaborativo per la prevenzione dei fenomeni della Corruzione e dell'attuazione della Trasparenza Sezione Enti Locali

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Il Ministro dell'Interno ed il Presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione hanno sottoscritto un protocollo d'Intesa con il quale hanno adottato le Linee guida ANAC - Prefetture - UTG ed Enti Locali per l'avvio di un circuito collaborativo per la prevenzione dei fenomeni della Corruzione e l'attuazione della Trasparenza.In particolare con le linee guida si forniscono i primi orientamenti interpretativi utili per l'attuazione delle previsioni sancite dall'art. 32 del D.L. 90/2014 che consente al Presidente dell'A.N.AC. di richiedere ai Prefetti di adottare straordinarie misure per la gestione ed il monitoraggio dell'impresa che risulti coinvolta nei procedimenti penali per i più gravi reati contro la pubblica amministrazione o di situazioni anomale o sintomatiche di condotte criminali. Le Linee si suddividono in Settore Enti Locali e Settore Appalti Pubblici. Relativamente al Settore Enti locali si è voluto fare il punto sull'adozione dei Piani Triennali di prevenzione della Corruzione e dei Programmi per la Trasparenza e l'Integrità con i quali le P.A. rispettivamente individuano da un lato i piani istituzionali più esposti a rischio corruzione con le conseguenti contromisure e dall'altro rendono accessibili informazioni essenziali sui servizi erogati, i rispettivi costi (effettivi e di personale) supportati nonchè l'andamento di quest'ultimi nel tempo. Sia per il Piano Triennale che per i Programmi per la Trasparenza l'ANAC con deliberazione n. 50/2013 ha fissato il termine del 31 gennaio di ogni anno per la loro adozione e pubblicazione di guisa che in virtù delle Linee Guida in argomento le Prefetture entro 15 giorni dalla pubblicazione delle Linee Guida invieranno in via telematica agli Enti Locali delle rispettive province (Comuni, Province, Comunità Montane) un apposito questionario che, debitamente compilato, dovrà essere restituito nei 45 giorni dalla pubblicazione delle Linee guida. Nei successivi trenta giorni i Prefetti inoltreranno all'ANAC i risultati dell'iniziativa.Le voci presenti nel questionario sono dirette a far emergere le criticità incontrate nella redazione del Piano anticorruzione e del Programma per la Trasparenza ed Integrità e, quindi, orientare le iniziative dei Prefetti in tutti gli ambiti di intervento a supporto degli Enti Locali e della collettività.Il Protocollo prevede poi ulteriori misure per quanto attiene al settore degli Appalti. Per scaricare le linee Guida cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del Protocollo d'Intesa A.N.AC. e Ministero dell'Interno sulle Linee guida per l'avvio di un circuito collaborativo per la prevenzione dei fenomeni della Corruzione e dell'attuazione della Trasparenza Sezione Enti Locali

 
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Il Ministro dell'Interno ed il Presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione hanno sottoscritto un protocollo d'Intesa con il quale hanno adottato le Linee guida ANAC - Prefetture - UTG ed Enti Locali per l'avvio di un circuito collaborativo per la prevenzione dei fenomeni della Corruzione e l' ... Continua a leggere

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giovedì 10 luglio 2014 17:58

Elezioni di secondo grado dei consigli metropolitani, dei presidenti delle province e dei consigli provinciali: la circolare del Ministero dell'Interno sulle Linee guida per lo svolgimento del procedimento elettorale

segnalazione del dott. Gianmarco Sadutto della circolare del Ministero dell'Interno

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La Circolare del Ministero dell’Interno n. 32/2014 fornisce le linee guida per lo svolgimento del procedimento elettorale stabilito con Legge 7 aprile 2014 n. 56. L’art. 1 della suddetta Legge, infatti, ha dettato, tra l’altro, una serie di norme per la costituzione, con procedimento elettorale di secondo grado, sia dei consigli delle città metropolitane, sia dei presidenti e dei consigli delle province non costituite in città metropolitane. Dal Tavolo di lavoro istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri con le associazioni rappresentative delle Autonomie locali è emersa l’esigenza di fornire un contributo da parte del Ministero dell’Interno, almeno per la prima applicazione della legge, attesa l’opportunità di adottare criteri uniformi sul territorio nazionale di tutti i relativi procedimenti elettorali.​ Le linee guida fornite non superano l’organizzazione concreta delle consultazioni ed ogni onere finanziario correlato resta a far capo all’Ente territorialmente interessato. Il Ministero in primo luogo per le operazioni di voto consiglia, con riferimento ai consigli metropolitani ed ai presidenti e consigli delle province (non costituiti in città metropolitane) nelle quali gli organi elettivi sono scaduti, la giornata di Domenica 28 dalle ore 8 alle ore 20. Le procedure introduttive hanno il loro preludio con l’indizione dei comizi elettorali, il sindaco del comune capoluogo, è tenuto a provvedervi (in qualità di sindaco metropolitano). I comizi per l’elezione dei presidenti e dei consigli provinciali vengono convocati con provvedimento del presidente della provincia o del commissario straordinario. Il termine stabilito per l’adozione del suddetto provvedimento è il 40° giorno antecedente quello della votazione (ad esempio, entro il 19 agosto 2014 nel caso ipotizzato di svolgimento delle elezioni il 28 settembre c. a. ). E’ necessario, poi, sia per le elezioni dei consigli comunali, sia per le elezioni dei presidenti e consigli provinciali, costituire un ufficio elettorale apposito “presso l’amministrazione provinciale o presso la sede della provincia”. Nell’ambito di questo ufficio dovrà costituirsi, in aggiunta, un seggio elettorale composto da un dirigente, o da un funzionario della provincia, che lo presiede e coordina. Fondamentale è poi l’individuazione del corpo elettorale. Questo è costituito dai sindaci e dai consiglieri comunali in carica. Non possono farvi parte gli ex amministratori elettivi dei comuni, nelle ipotesi in cui il comune risulti commissariato. I segretari comunali, per adempiere correttamente, dovranno far pervenire all’ufficio elettorale costituito presso la provincia, apposita attestazione con l’elenco e le generalità complete del sindaco e di ciascun consigliere comunale in carica alla data del 35° giorno antecedente al voto. Sulla base di quest’ultime si formerà la lista sezionale degli aventi diritti al voto. Terminata questa fase iniziale si passa alla “presentazione delle liste dei candidati ai consigli metropolitani o provinciali e delle candidature a presidente di provincia”. Le modalità di presentazione di liste e candidati sono disciplinata dalla legge n. 56/2014. Tra le varie prescrizioni si rammenta che: “ sono eleggibili a consigliere metropolitano o a consigliere provinciale i sindaci e i consiglieri in carica dei comuni della provincia. Limitatamente alle prime elezioni di ciascun presidente e consiglio provinciale sono eleggibili anche i consiglieri provinciali uscenti”. Non godono dell’elettorato passivo né i presidenti né consiglieri provinciali che, per motivi diversi, si sono dimessi dalla carica prima della fine del mandato. Per eleggere il presidente della provincia sono eleggibili i sindaci della medesima e anche i consiglieri uscenti, solo per la prima applicazione della legge. Le liste dei candidati dovranno essere sottoscritte dagli aventi diritto al voto (5% metropolitane, 15% provinciali). I candidati non possono sottoscrivere le liste o le candidature a presidente, né della propria lista o candidatura, né di altre liste o candidature concorrenti per la medesima elezione. Tutte le liste dovranno avere un contrassegno elettore di forma circolare. L’Ufficio elettorale deve svolgere numerose verifiche sulle candidature. L’esame delle liste e candidature a presidente sarà terminato entro il 18° giorno antecedente quello della votazione, comunicandone l’esito ai delegati delle liste o dei candidati a presidente. Queste liste esaminate dovranno essere pubblicate nel sito internet della provincia entro l’8° giorno antecedente quello della votazione. Sulla propaganda e le affissioni si applica la legge n. 212 del 1956 e successive modificazioni. Nelle città metropolitane con maggior numero di elettori si possono creare delle “sottosezioni” per adempiere alle operazioni di voto e scrutinio. L’elettore riceverà una scheda di voto, a seconda della fascia demografica di appartenenza, ed esprimerà un voto avente per legge un diverso “indice di ponderazione” ( un diverso valore). Per un’opportuna differenziazione, le schede di voto avranno anche l’indicazione sulla parte esterna della fascia demografica cui appartiene il comune dell’amministratore. Per le modalità relative ai rappresentanti di lista, al materiale in dotazione ai seggi, autenticazione delle schede di votazione, alle modalità di votazione e alle operazioni di scrutinio si rimanda al testo della circolare scaricabile cliccando si "Accedi al Provvedimento". Infine, alla proclamazione dei risultati provvede per legge, l’ufficio elettorale in base ai verbali e alle tabelle di scrutinio redatti a conclusione delle operazioni del seggio centrale e dalle eventuali sottosezioni. L’Ufficio dovrà provvedere al calcolo dell’indice di ponderazione del voto degli elettori dei comuni di ciascuna fascia demografica, tenendo conto ovviamente dei dati del censimento ufficiale della popolazione e seguendo tutti i vari passaggi dell’iter di calcolo stabilito dall’Allegato A alla legge.

segnalazione del dott. Gianmarco Sadutto della circolare del Ministero dell'Interno

 
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