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LA RASSEGNA DEL DIRETTORE

 
domenica 19 luglio 2015 14:35

Riconoscibilità di compensi a componenti di Amministrazioni in società pubbliche: il parere della Corte dei Conti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 50 del 13.7.2015

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Il Commissario Straordinario della Provincia di Cagliari ha chiesto il seguente parere: “se il combinato disposto dell’articolo 1, comma 725, della legge 296/2006 con la nuova formulazione dell’art. 4, comma 4 del decreto legge n. 90/2014 possa essere interpretato nel senso che il limite dell’80 per cento del costo complessivamente sostenuto nel 2013 debba essere riferito al compenso lordo annuale, onnicomprensivo, attribuito al presidente e ai componenti del consiglio di amministrazione in quanto membri dell’organo collegiale di direzione, mentre l’indennità di risultato, essendo eventuale e distribuibile solo al raggiungimento di un determinato risultato (nel caso di produzione di utili) e per importi da determinarsi entro parametri prefissati [(non superiore al doppio del compenso onnicomprensivo (compenso più rimborsi spese documentati)] possa essere comunque attribuito anche in eccedenza del valore pari all’80 per cento conseguito nel 2013 (riferito alla sola quota fissa ). La Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna nel parere n. 50 del 13.7.2015 ha evidenziato come la richiesta di parere verte sul significato da attribuire alla riduzione disposta dall’art. 4, comma 4, del D.L. n. 95 del 2012, come modificato dall’art. 16 del D.L. n. 90 del 2014 convertito nella legge n. 114 del 2014. Nella parte che rileva per il presente esame, tale norma prevede che, con riferimento alle società controllate direttamente o indirettamente dalle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001 che abbiano conseguito nell’anno 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore di amministrazioni pubbliche superiore al 90 per cento dell’intero fatturato, “a decorrere dal 1° gennaio 2015, il costo annuale sostenuto per i compensi degli amministratori di tali società …. non può superare l’80 per cento del costo complessivamente sostenuto nell’anno 2013.” Il successivo comma 5 estende l’applicazione di questo tetto di spesa alle società a totale partecipazione pubblica, diretta o indiretta. La norma si inserisce nel disegno del legislatore di contenere la spesa sostenuta dalle amministrazioni pubbliche per le società partecipate.Medesima finalità persegue l’altra norma richiamata nella richiesta di parere (art. 1, comma 725, della legge n. 296 del 2006, come modificato dal comma 12 dell’art. 61 del D.L. n. 112 del 2008). Peraltro, come già affermato da altre Sezioni della Corte dei conti (Sez. Lombardia deliberazione n. 88/2015/PAR) è diverso l’ambito delle due discipline, infatti “la finanziaria 2007 introduce un limite al compenso del singolo amministratore (presidente o componente di c.d.a.) di società partecipate da comuni e province”, mentre il D.L. n. 95/2012 “pone un limite ai costi complessivamente sostenuti dalle amministrazioni pubbliche per gli amministratori delle società controllate, o interamente partecipate, riferendolo alla spesa storica sostenuta per l’intero organo di amministrazione nel 2013”. Di conseguenza entrambe le norme devono essere applicate. Infatti, nella logica complessiva di progressivo contenimento dei costi degli organismi partecipati dagli enti locali perseguita dal legislatore, la normativa più recente chiude spazi lasciati aperti da quella più risalente nel tempo. La Sezione ritiene, pertanto, che non vi siano elementi per discostarsi dall’interpretazione fornita nel precedente sopra richiamato e ribadisce che il limite dell’80 per cento del costo complessivamente sostenuto nel 2013 si applica al trattamento economico complessivamente considerato, comprensivo del compenso fisso e dell’eventuale indennità da corrispondere sulla base degli utili realizzati.Pertanto l’indennità di risultato potrà essere riconosciuta, nei limiti di cui all’art. 1, comma 725 della legge n. 296/2006, solo se l’onere complessivo, così determinato, a carico dell’ente non superi l’80 per cento di quello sostenuto nel 2013.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 50 del 13.7.2015

 
Note Legali
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Il Commissario Straordinario della Provincia di Cagliari ha chiesto il seguente parere: “se il combinato disposto dell’articolo 1, comma 725, della legge 296/2006 con la nuova formulazione dell’art. 4, comma 4 del decreto legge n. 90/2014 possa essere interpretato nel senso che il limite dell’80 pe ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 14:20

Diritti di rogito: il parere della Corte dei Conti sulla ripartizione dell'introito tra più segretari comunali succedutesi nello stesso anno

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 52 del 13.7.2015

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Il Sindaco di Elmas ha chiesto parere domandando come “andrà ripartito l’introito annuale proveniente dai cc.dd. diritti di rogito nel caso in cui, durante lo stesso anno, si siano succeduti presso l’Ufficio di Segreteria comunale due segretari ( il secondo in veste di supplente a scavalco) e il primo di essi risulti eventualmente avere già raggiunto il limite del quinto del suo stipendio in godimento di cui all’art. 10 comma 2-bis del D.L. n. 90/2014, convertito in legge 114/2014. Più specificamente, può il Comune denegare al secondo Segretario supplente ogni riparto ( pur non raggiungendo quest’ultimo il limite di cui sopra ) sul presupposto che il quinto dello stipendio in godimento non costituirebbe un limite soggettivo ma oggettivo per l’ente?”. Il parere richiesto, concernente quindi l’applicazione da darsi alla disciplina introdotta dall’art. 10 del D.L. 24 giugno 2014 n. 90, convertito il legge 11 agosto 2014 n. 114, è oggettivamente ammissibile in quanto riguarda modalità di incremento e tutela delle entrate del bilancio del comune (a titolo di diritti di segreteria). La Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 52 con parere del 13.7.2015 ha previsto che "La norma oggetto di quesito reca il titolo abrogazione dei diritti di rogito del segretario comunale e provinciale e abrogazione della ripartizione del provento annuale dei diritti di segreteria . A tal fine il cit. art. 10 comma 1 del D.L. 90/2014 dispone l’abrogazione dell’art. 41 comma 4 della legge n. 312/1980, il quale prevedeva l’obbligo di attribuire al segretario rogante una quota del provento spettante all’ente, a titolo di diritti di segreteria, pari al 75% e fino ad un massimo di un terzo dello stipendio in godimento ( da conteggiarsi nell’ambito del 90% di tale tipologia d’entrata, di spettanza dell’ente ai sensi dell’art. 30 comma 2 della legge 734/1973 come di seguito si esporrà). A fronte di tale abrogazione, la nuova disciplina di cui all’ art. 10 del D.L. 90/2014 comma 2 bis ammette l’attribuzione dei diritti di segreteria limitatamente agli enti privi di dipendenti con qualifica dirigenziale e comunque ai soli segretari comunali che non rivestono qualifica dirigenziale; detta disciplina prevede, quindi, che una quota del provento annuale dei diritti di segreteria sia attribuita al segretario comunale rogante ( non dirigente ) in misura non superiore ad un quinto dello stipendio in godimento. I presupposti così fissati dalla normativa per il riconoscimento dei diritti di rogito rendono manifesta la sua finalità, consistente nel determinare risparmi di spesa ovvero incremento di entrate disponibili per le amministrazioni locali ( in tali termini la relazione tecnica alla legge, legislatura 17°- dossier n. 57, senato.it ) . Tale finalità risulta confermata anche per effetto della modifica apportata dallo stesso art. 10 comma 2 D.L. 90/2014 all’art. 30 comma 2 della legge 734/1973, secondo cui ora si prevede che il provento annuale dei diritti di segreteria è attribuito integralmente al comune o alla provincia ( mentre tale provento era già devoluto all’ente locale solo per il 90% e per il restante 10% al Ministero dell’interno ). Con riguardo alla nuova disciplina sulla materia dei diritti di rogito recentemente è intervenuta la delibera n. 21/SEZAUT/2015/QMIG del 24 giugno 2015, attraverso la quale la Sezione delle autonomie, chiarito che i diritti di rogito competono ai soli segretari di fascia C, precisa che le somme destinate al pagamento dell’emolumento in questione devono intendersi al lordo di tutti gli oneri accessori connessi all’erogazione, ivi compresi quelli a carico dell’ente. Nel merito del quesito sollevato dal Comune di Elmas va precisato che la quota dei proventi già riconosciuta ai segretari ( diritti di rogito ) ai sensi dell’abrogato art. 41 comma 4 della legge 312/1980, era stataunivocamente intesa come importo massimo teorico annuale consentito a carico del bilancio dell’ente, indipendentemente dal numero dei soggetti beneficiari, cioè delle diverse vicende sostitutorie intervenute nello svolgimento dell’attività rogante (v. sez. controllo Toscana n. 170/2013 ). Negli stessi termini si rinvengono atti d’indirizzo ministeriali. “…In conclusione, l’amministrazione deve sapere fin dall’inizio dell’esercizio quale potrà essere l’onere finanziario da sopportare per compensare l’esercizio dell’attività di rogito e tale risultato è raggiungibile solo attraverso la fissazione di un unico plafond di riferimento, indipendentemente dal numero dei soggetti che si succedono nell’attività medesima” ( circolare Ministero economia e finanze n. 0042171 del 7 aprile 2008 ). In ordine, inoltre, alle concrete modalità di corresponsione dei diritti di rogito, era stato individuato il metodo dell’accantonamento delle risorse disponibili e della proporzionale liquidazione a consuntivo, a seconda della misura di partecipazione all’attività rogatoria da parte di ciascun beneficiario. Concludendo, va ribadito che negli enti con personale dirigenziale non si configura alcun obbligo di attribuzione in favore dei segretari comunali roganti dei diritti di rogito (diritti di segreteria ). Tale fattispecie si configura solo in presenza delle condizioni contemplate dalla norma in esame, ovvero può darsi luogo all’attribuzione di una quota dei diritti di segreteria solo negli enti sprovvisti di dipendenti con qualifica dirigenzialee, quindi, anche ai segretari comunali privi della qualifica dirigenziale. In sostanza l’ente non dispone sulla materia di libertà di determinazione, dovendosi perseguire scelte gestionali sempre rivolte a tutelare l’incremento delle entrate in questione e a non depauperarle. A tale scopo risultano dettate le norme esaminate, le quali prevedono da un lato l’integrale devoluzione in favore dell’ente locale della presente tipologia dientrate, dall’altro la piena conservazione delle entrate stesse con eccezione dei casi in cui l’ente non disponga di figure dirigenziali, in tal caso consentendo l’attribuzione di quote di tali diritti a chi svolga funzioni di segretario rogante. Rispondendo al quesito si precisa che la normativa pone, tuttavia, un limite massimo annuale a tale onere a carico del bilancio dell’ente,secondo quanto testualmente recita l’art. 10 comma 2 bis del D.L. 90/2014 ( “…una quota del provento annuale spettante al comune…..” ),in quanto la quota del provento da attribuirsi per ciascun anno non può essere complessivamente superiore ad un quinto dello stipendio in godimento del segretario rogante, e ciò indipendentemente dalle eventuali vicende sostitutorie intervenute. In sede applicativa, pertanto, la quota di diritti da riconoscersi al singolo segretario rogante deve essere calcolata in relazione all’attività svoltanell’anno, e quindi la ripartizione della quantificazione tra i beneficiari dovrà fare riferimento ai periodi della rispettiva partecipazione all’attività rogante ( v. anche sez. controllo Lazio n. 21/2015 ).".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione del Controllo per la Regione Sardegna n. 52 del 13.7.2015

 
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Il Sindaco di Elmas ha chiesto parere domandando come “andrà ripartito l’introito annuale proveniente dai cc.dd. diritti di rogito nel caso in cui, durante lo stesso anno, si siano succeduti presso l’Ufficio di Segreteria comunale due segretari ( il secondo in veste di supplente a scavalco) e il p ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 14:08

Incarichi dirigenziali, concorsi e mobilità: il parere della Corte dei Conti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte Corte Sezione Regionale di Controllo per il Piemonte del 13.7.2015 n. 113

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Il Sindaco del Comune di Omegna (VCO), premesso il riferimento all’art. 1, comma 424, della Legge di stabilità per il 2015, ha chiesto se sia possibile effettuare assunzioni a tempo determinato, nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge, nonché assunzioni tramite mobilità volontaria di personale in entrata per la copertura di posti infungibili che non è possibile coprire mediante concorso, e se sia possibile conferire un incarico dirigenziale ai sensi dell’art. 110, comma 1, del TUEL. Con deliberazione n. 26/2015/SRCPIE/QMIG del 4 marzo 2015, la Sezione ha sospeso l’esame della richiesta di parere in esame, sottoponendo al Presidente della Corte dei conti la valutazione sull’opportunità di deferire alla Sezione delle Autonomie o alle Sezioni Riunite in sede di controllo, ai sensi dell’art. 6, comma 4, del D.L. 10 ottobre 2012, n. 174, la questione di massima di cui alla presente deliberazione. Con deliberazione n. 19/SEZAUT/2015/QMIG la Sezione delle autonomie ha affrontato diverse questioni, poste dalle Sezioni regionali di controllo per il Piemonte e per la Lombardia, tutte vertenti sulla corretta interpretazione ed applicazione di quanto dispone l’art. 1, comma 424 della legge 23 dicembre 2014, n. 190, legge di stabilità per il 2015. Relativamente al primo ed al terzo dei quesiti posti dal Sindaco del Comune di Comune di Omegna (VCO), con nota del 6 marzo 2015, concernenti la possibilità di effettuare assunzioni a tempo determinato, e di conferire un incarico dirigenziale ai sensi dell’art. 110, comma 1, del TUEL la Sezione delle Autonomie, si è espressa nei seguenti termini: “Nella premessa metodologica alla presente disamina delle questioni di massima poste, si è precisato che l’esame delle questioni è limitato alle difficoltà interpretative, sotto il profilo letterale, sistematico e logico, direttamente ed esclusivamente connesse al tenore dell’art. 1, comma 424, della legge 190/2014; altri istituti concernenti altre facoltà assunzionali degli enti interessati, anche se indirettamente rilevanti nell’ambito del lavoro esegetico, restano fuori dal perimetro della questione di massima. La ragione di questa delimitazione dell’ambito esegetico risiede nel fatto che il comma 424 contiene solo un espresso regime derogatorio a specifiche norme che regolano la fattispecie dei limiti e dei vincoli alle assunzioni a tempo indeterminato. Ciò comporta che la pronuncia di orientamenti interpretativi su altre disposizioni non toccate da alcuna novella legislativa esorbita dalla stessa funzione nomofilattica, attesa la diversità della disciplina e delle fattispecie considerate. Tali fattispecie, estranee alle disposizioni contenute nell’art. 1, comma 424 della legge 190/2014, restano confermate nella loro peculiare disciplina normativa anche per quello che attiene ai relativi vincoli previsti dalle leggi. Gli specifici quesiti in argomento che si ricordano: il primo, teso a conoscere se sia possibile effettuare assunzioni a tempo determinato, nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge; il secondo, se sia possibile conferire un incarico dirigenziale ai sensi dell’art. 110, comma 1, del TUEL esorbitano, dunque, secondo i criteri appena enunciati, dal tema delle difficoltà interpretative ed applicative del comma 424; sugli stessi, quindi, non vi è luogo a deliberare”. La Sezione Autonomie ha quindi ritenuto che le fattispecie in esame esulano dal campo di applicazione del predetto comma 424 e dai relativi divieti, e restano soggette alla disciplina propria dello specifico istituto. La Sezione, pur aderendo a siffatto indirizzo interpretativo, ritiene comunque opportuno richiamare l’attenzione del Comune istante sulla necessità di non incorrere in possibili effetti vanificatori dello scopo delle disposizioni in questione, conseguenti alle eventuali assunzioni prospettate nei quesiti stessi. In particolare, le assunzioni a tempo determinato possono essere disposte per far fronte ad esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale, trovando causa nella urgenza di provvedere alla sostituzione momentanea di un dipendente mancante o nella carenza di professionalità specifica nell’ente non rinvenibile neanche tra le unità soprannumerarie da ricollocare. A sua volta, il conferimento di un incarico dirigenziale ai sensi dell’art. 110, comma 1, in misura non superiore al 30 per cento dei posti istituiti nella dotazione organica della medesima qualifica, dovrà essere valutato in relazione al conseguente venir meno di un posto in pianta organica, che potrebbe essere utilmente destinato ai fini assunzionali previsti dal citato comma 424. In conclusione, la Sezione sottolinea l’opportunità che l’Ente valuti con estrema cautela il ricorso a forme assunzionali che, a seconda delle modalità di configurazione concreta, potrebbero eludere le finalità sottese al richiamato comma 424, con conseguente nullità del relativo contratto ai sensi dell’articolo 1344 c.c.Relativamente al terzo quesito posto dal comune di Omegna, concernente la possibilità di effettuare assunzioni tramite mobilità volontaria di personale in entrata per la copertura di posti infungibili che non è possibile coprire mediante concorso, la Sezione autonomie ha formulato il seguente principio di diritto, al quale questa Sezione deve conformarsi, ai sensi dell’art.. 6, comma 4, d.l. 10 ottobre 2012, n. 174, convertito dalla legge 7 dicembre 2012, n. 213:“se il posto da coprire sia infungibile intendendosi tale, un posto per il quale è prevista una professionalità legalmente qualificata, eventualmente attestata, da titoli di studio precisamente individuati e che tale assunzione è necessaria per garantire l’espletamento di un servizio essenziale, alle cui prestazioni la predetta professionalità è strettamente e direttamente funzionale, non potrà ricollocare in quella posizione unità soprannumerarie sprovviste di tale requisiti. E se questa dovesse essere l’unica esigenza di organico da soddisfare nell’arco del biennio considerato dalla norma, una volta constatata l’inesistenza di tali professionalità tra le unità soprannumerarie da ricollocare, l’ente potrà procedere ad assumere nei modi ordinari. Tale ricerca va riferita non al solo personale della Provincia di appartenenza, ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione come individuati ai sensi del comma 422 dell’art. 1 della legge 190/2014”.A questa conclusione la Sezione Autonomie è giunta in base al seguente percorso argomentativo: “Per quel che riguarda il quesito appena riassunto la Sezione remittente si esprime negativamente argomentando che una tale assunzione comunque sottrarrebbe un posto dell’organico alle possibilità di ricollocazione. Il punto specifico dell’esperibilità della mobilità volontaria è stato analizzato nel secondo quesito e in quella sede sono state illustrate le ragioni che conducono a ritenere non esperibile la mobilità volontaria; al riguardo si ritiene di confermare le argomentazioni già svolte che, in sostanza, contengono quelle espresse dalla Sezione del Piemonte. Tuttavia esigenze di coerenza impongono di puntualizzare che laddove l’infungibilità integri le specifiche ed eccezionali condizioni già esplicitate nella risposta al terzo quesito della Sezione regionale di controllo della Lombardia, che qui integralmente si richiamano, la mobilità volontaria così finalizzata sia esperibile”.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte Corte Sezione Regionale di Controllo per il Piemonte del 13.7.2015 n. 113

 
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Il Sindaco del Comune di Omegna (VCO), premesso il riferimento all’art. 1, comma 424, della Legge di stabilità per il 2015, ha chiesto se sia possibile effettuare assunzioni a tempo determinato, nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge, nonché assunzioni tramite mobilità volontaria di person ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 13:50

Segretari Comunali: il parere della Corte dei Conti sui diritti di rogito

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 141/PAR/2015

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Il Sindaco del Comune di Capurso ha chiesto il parere alla Corte dei Conti al fine di pervenire ad una corretta interpretazione delle disposizioni introdotte dall’art. 10, comma 2 bis, del D. L. 24/06/2014 n. 90 convertito con modificazioni dalla L. 11/08/2014 n. 114 in materia di diritti di rogito dei segretari comunali. In particolare, il comma 2 bis dell’art. 10 del su richiamato D. L. n. 90/2014 prevede che: ”negli enti locali privi di dipendenti con qualifica dirigenziale, e comunque a tutti i segretari comunali che non hanno qualifica dirigenziale, una quota del provento annuale spettante al comune ai sensi dell'articolo 30, secondo comma, della legge 15 novembre 1973, n. 734, come sostituito dal comma 2 del presente articolo, per gli atti di cui ai numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tabella D allegata alla legge 8 giugno 1962, n. 604, e successive modificazioni, è attribuita al segretario comunale rogante, in misura non superiore a un quinto dello stipendio in godimento”. Il Sindaco, dopo aver specificato che il Comune di Capurso non dispone di alcun dipendente con qualifica dirigenziale in dotazione organica; è inserito nella classe II ai fini dell’assegnazione del segretario comunale e vi presta servizio un segretario comunale di fascia A, richiede alla Sezione se possano riconoscersi al segretario comunale, nei limiti stabiliti dalla norma vigente, i diritti di rogito per i contratti stipulati dal Comune e rogati dallo stesso segretario. Infine, il quesito richiama i contrastanti pareri emessi dalle Sezioni regionali circa la modalità di riconoscere il diritto all’emolumento a favore del segretario comunale. La Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia con il parere n. 141/PAR/2015 ha statuito che: "L’art. 10, comma 2 bis, del D. L. n. 90/2014 prevede che: ”negli enti locali privi di dipendenti con qualifica dirigenziale, e comunque a tutti i segretari comunali che non hanno qualifica dirigenziale, una quota del provento annuale spettante al comune ai sensi dell'articolo 30, secondo comma, della legge 15 novembre 1973, n. 734, come sostituito dal comma 2 del presente articolo, per gli atti di cui ai numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tabella D allegata alla legge 8 giugno 1962, n. 604, e successive modificazioni, è attribuita al segretario comunale rogante, in misura non superiore a un quinto dello stipendio in godimento”. Deve aggiungersi che il comma 2 del su richiamato art. 10 del D. L. n. 90/2014 ha integralmente sostituito l'articolo 30, comma 2, della L. 15/11/1973, n. 734, disponendo che il provento annuale dei diritti di segreteria deve essere attribuito integralmente al Comune o alla Provincia.La Sezione delle Autonomie, con deliberazione n. 21/SEZAUT/2015/QMIGdepositata in data 24/06/2015, in presenza di contrasti interpretativi tra le Sezioni regionali di controllo rilevati, peraltro, anche dalla richiesta di parere in esame, ha enunciato i seguenti principi di diritto: “alla luce della previsione di cui all’art. 10, comma 2 bis del D. L. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, i diritti di rogito competono ai soli segretari di fascia C. In difetto di specifica regolamentazione nell’ambito del CCNL di categoria successivo alla novella normativa i predetti proventi sono attribuiti integralmente ai segretari comunali, laddove gli importi riscossi dai Comune, nel corso dell’esercizio, non eccedono i limiti della quota del quinto della retribuzione in godimento del segretario. Le somme destinate al pagamento dell’emolumento in parola devono intendersi al lordo di tutti gli oneri accessori connessi all’erogazione, ivi compresi quelli a carico degli enti”. Infatti, la Sezione delle Autonomie, con la citata deliberazione, alla quale le Sezioni regionali sono tenute a conformarsi, ha condiviso l’orientamento più rigoroso espresso dalla Sezione regionale di controllo per il Lazio che ha ritenuto che il richiamo della disposizione normativa di cui al comma 2 bis dell’art. 10 del D. L. n. 90/2014 ai “segretari che non hanno qualifica dirigenziale” è da intendersi in senso atecnico posto che ai segretari comunali e provinciali non è attribuita la qualifica dirigenziale ma per alcune categorie il trattamento stipendiale è equiparato a quello spettante ai dirigenti ed ha sottolineato, alla luce dell’art. 32 del CCNL 2011, che la norma si riferirebbe ai segretari comunali appartenenti alla fascia C il cui trattamento tabellare stipendiale non è equiparato a quello del personale dirigenziale concludendo, quindi, che i diritti di rogito non possano riconoscersi ai segretari che godano di equiparazione alla dirigenza sia essa assicurata dall’appartenenza alle fasce A e B sia essa un effetto del galleggiamento in ipotesi di titolarità in enti privi di dipendenti con qualifica dirigenziale (Sezione regionale di controllo per il Lazio, deliberazione n. 21/2015/PAR). Tale interpretazione, secondo la Sezione delle Autonomie, si coniuga con la tendenza legislativa a ricondurre entro ristretti limiti le fattispecie che importino deroghe, o comunque temperamenti, al fondamentale principio di omnicomprensività della retribuzione. Con la su richiamata deliberazione n. 21/SEZAUT/2015/QMIG, la Sezione delle Autonomie ha, inoltre, rilevato che da un’interpretazione rigorosamente incentrata sul dato testuale della norma non possa desumersi l’attribuzione in favore degli enti interessati della possibilità di determinare la quota del provento da erogare mediante un’autonoma regolamentazione evidenziando che i proventi in esame sono attribuiti integralmente al segretario comunale laddove gli importi riscossi dai Comune, nel corso dell’esercizio, non eccedano i limiti della quota del quinto della retribuzione in godimento del segretario. Tale conclusione, secondo la prospettazione operata dalla Sezione delle Autonomie, appare coerente con la ratio sottesa alle disposizioni che hanno modificato la disciplina dei diritti di rogito attribuendo l’integralità del gettito all’ente locale nonché all’ipotesi derogatoria prevista dal comma 2 bis dalla cui applicazione non possono derivare maggiori spese per l’ente.

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 141/PAR/2015

 
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Il Sindaco del Comune di Capurso ha chiesto il parere alla Corte dei Conti al fine di pervenire ad una corretta interpretazione delle disposizioni introdotte dall’art. 10, comma 2 bis, del D. L. 24/06/2014 n. 90 convertito con modificazioni dalla L. 11/08/2014 n. 114 in materia di diritti di rogito ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 13:39

Mobilità: il parere della Corte dei Conti sulle posizioni lavorative dei dipendenti soprannumerari degli enti interessati dal riordino di cui alla legge n.56/2014

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 142/2015

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Il Comune di Giovinazzo, in relazione a quanto disposto dall’art.1, commi 424 e 425, della legge n.190/2014 (legge di stabilità 2015), ha chiesto se le procedure di mobilità avviate con atti gestionali nell’anno 2014 possono essere bandite e concluse nell’anno 2015. La Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 142/2015 in risposta al quesito ha precisato che: "Tale normativa ha previsto una disciplina particolare delle assunzioni a tempo indeterminato derogatoria, per gli anni 2015 e 2016, di quella generale. La deroga deriva dalla evidente volontà del legislatore di dare priorità, rispetto a ogni altra forma di assunzione, (oltre che alla immissione nei ruoli dei vincitori di concorso pubblico) alla ricollocazione del personale provinciale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità previsti. La stessa normativa ha stabilito che eventuali assunzioni effettuate in difformità da dette disposizioni sono nulle. La questione posta dal Comune istante, insieme ad altre questioni relative alla normativa richiamata, è stata recentemente affrontata dalla Sezione delle Autonomie, nell’esercizio delle funzioni previste dall’art.6, co.4, del D.L. n.174/2012, con la deliberazione n.19/SEZAUT/2015. In tale occasione, in considerazione della prioritaria finalità di conservazione delle posizioni lavorative dei dipendenti soprannumerari degli enti interessati dal riordino di cui alla legge n.56/2014, finalità che sorregge anche la temporanea derogabilità delle disposizioni che consentono di ricoprire posti vacanti in organico mediante mobilità volontaria, è stato affermato che “per il 2015 ed il 2016 agli enti locali è consentito indire bandi di procedure di mobilità riservate esclusivamente al personale soprannumerario degli enti di area vasta” e che “a conclusione del processo di ricollocazione del personale soprannumerario destinatario dei processi di mobilità è ammissibile indire le ordinarie procedure di mobilità volontaria”. Risulta, pertanto, sostanzialmente confermato quanto già espresso in merito, con circolare n.1 del 30 gennaio 2015, registrata dalla Corte dei conti il 20 febbraio 2015, dal Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione e dal Ministro per gli affari regionali e le autonomie. Si precisa che, nella medesima deliberazione alla quale si rinvia, la Sezione delle Autonomie, sempre nell’esercizio delle funzioni previste dall’art.6, co.4, del D.L. n.174/2012, ha, altresì, chiarito che è consentito non applicare la disciplina in argomento, sostanzialmente, per i soli profili infungibili estranei alle funzioni svolte dalle Province e che i vincoli previsti sono riferiti non al solo personale della Provincia di appartenenza ma a tutto il personale delle Province interessate alla ricollocazione. Considerato che la Sezione delle Autonomie, con la deliberazione n.19/SEZAUT/2015, si è espressa per quanto indicato nell’esercizio delle funzioni nomofilattiche previste dall’art.6, co.4, del D.L. n.174/2012, convertito dalla legge n.213/2012, il Collegio si conforma ai principi dalla stessa enunciati per quanto richiesto dal Comune istante.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del parere della Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Puglia n. 142/2015

 
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Il Comune di Giovinazzo, in relazione a quanto disposto dall’art.1, commi 424 e 425, della legge n.190/2014 (legge di stabilità 2015), ha chiesto se le procedure di mobilità avviate con atti gestionali nell’anno 2014 possono essere bandite e concluse nell’anno 2015. La Corte dei Conti Sezione Reg ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 13:23

Processo contabile: spetta al Procuratore provare l’esistenza del danno erariale, in mancanza di elementi certi, il giudice deve respingere la domanda

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte dei Conti

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Nel processo contabile spetta al Procuratore provare l’esistenza del danno erariale per cui, già in relazione alla mancanza di elementi certi sulla sussistenza di un pregiudizio risarcibile caratterizzato da certezza ed attualità, il giudice deve respingere la domanda. È quanto sancito dalla Corte dei Conti, Sez. Giurisdizionale per la Regione Lazio nella sentenza del 15.7.2015 n. 338 nella quale il Collegio ha precisato che: "La certezza probatoria del postulato danno erariale va poi comunque correlata al principio generale secondo cui l’azione di responsabilità non può costituire il mezzo attraverso il quale si introducono nel giudizio addebiti generici ed eterogenei, privi di sindacato critico sui fatti specifici e concreti che si intendono contestare".

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti della sentenza della Corte dei Conti

 
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domenica 19 luglio 2015 10:51

Scuola: la giurisdizione nelle controversie riguardanti lo scorrimento della graduatoria o l'indizione di un concorso

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3570

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La vicenda giunta all'esame del Consiglio di Stato riguarda Il decreto del direttore generale per il personale scolastico che ha indetto il concorso a cattedre, per titoli ed esami, finalizzato al reclutamento del personale docente nelle scuole dell’infanzia, secondaria di I e II grado. Le parti, avendo superato tutte le prove ed essendo risultate idonee all’insegnamento nella rispettiva classe di concorso, sono state inserite in una apposita graduatoria di merito predisposta dalla commissione giudicatrice ed approvata dal Direttore generale dell’ufficio scolastico regionale. Le suddette parti hanno impugnato, innanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, il bando e l’atto di approvazione delle graduatorie definitive, rilevando in particolare: i) l’illegittimità del bando nella parte in cui ha previsto l’effettuazione di concorsi ogni due anni anziché ogni tre; ii) la violazione dei principi di buon andamento dell’azione amministrativa in quanto si sarebbe disposto che, pure in presenza di graduatorie ancora valide, si sarebbero dovuti bandire nuovi concorsi; iii) la violazione del principio dell’assunzione per merito di cui all’art. 51 Cost. Il Tribunale amministrativo, con sentenza 2 settembre 2014, n. 9273, ha dichiarato inammissibile il ricorso affermando che, venendo in rilievo una questione afferente allo scorrimento della graduatoria che involge diritti soggettivi all’assunzione, la giurisdizione spetti al giudice ordinario. I ricorrenti in primo grado hanno proposto appello deducendo che essi «non hanno rivendicato un proprio attuale diritto all’assunzione sulla base della propria utile collocazione in graduatoria» ma hanno chiesto che venga dichiarata «l’illegittimità degli atti amministrativi impugnati, laddove questi ultimi negano l’utilizzazione delle graduatorie di merito ai fini della possibile assunzione degli idonei non vincitori in relazione ai posti che saranno autorizzati dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in aggiunta al contingente delle 11. 542 cattedre già bandite». Il Consiglio di Stato nella sentenza del 16 luglio 2015 n. 3570 ha evidenziato che "L’art. 63, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche) prevede che sono devolute al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, incluse, tra l’altro, quelle concernenti l’assunzione al lavoro. Il comma 4 del medesimo art. 63 stabilisce che rimangono attribuite alla giurisdizione del giudice amministrativo le controversie in materia di procedure concorsuali per l’assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, nonché, in sede di giurisdizione esclusiva, quelle relative ai rapporti di lavoro del personale in regime di diritto pubblico. La giurisprudenza amministrativa è costante nel ritenere che le questioni relative al mero scorrimento delle graduatorie, involgendo il diritto soggettivo all’assunzione, appartengono alla giurisdizione del giudice ordinario (Cons. Stato, Ad. plen., 12 luglio 2011, n. 11) mentre le questioni in cui si controverte in ordine alla legittimità dell’esercizio del potere pubblico inerente alla decisione se indire un concorso o utilizzare una determinata graduatoria appartiene alla giurisdizione del giudice amministrativo (tra le altre, Cons. Stato, sez. V, 9 marzo 2015, n. 1186; Cass., sez. un., 6 maggio 2013, n. 10404). La controversia all'esame del Consiglio di Stato è regolata dalle disposizioni di seguito riportate. L’art. 399 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 (Approvazione del testo unico delle disposizioni legislative vigenti in materia di istruzione, relative alle scuole di ogni ordine e grado) prevede che l'accesso ai ruoli del personale docente della scuola materna, elementare e secondaria, ivi compresi i licei artistici e gli istituti d'arte, ha luogo, per il 50 per cento dei posti annualmente assegnabili, mediante concorsi per titoli ed esami e, per il restante 50 per cento, attingendo alle graduatorie permanenti. Il suddetto doppio binario è regolato dagli artt. 400 e 401. L’art. 401 disciplina le graduatorie permanenti disponendo che «le graduatorie relative ai concorsi per soli titoli del personale docente della scuola materna, elementare e secondaria, ivi compresi i licei artistici e gli istituti d'arte, sono trasformate in graduatorie permanenti da utilizzare per le suddette assunzioni in ruolo». L’art. 400, che interesse in questa sede, disciplina i «Concorsi per titoli ed esami», disponendo, tra l’altro, che: - i concorsi per titoli ed esami sono indetti su base regionale con frequenza triennale, con possibilità del loro svolgimento in più sedi decentrate in relazione al numero dei concorrenti (comma 1); - l’indizione dei concorsi è subordinata alla previsione del verificarsi nell’ambito della Regione, nel triennio di riferimento, di un'effettiva disponibilità di cattedre o di posti di insegnamento (comma 1); - all’indizione dei concorsi regionali per titoli ed esami provvede il Ministero della pubblica istruzione, che determina altresì l'ufficio dell’amministrazione scolastica periferica responsabile dello svolgimento dell'intera procedura concorsuale e della approvazione della relativa graduatoria regionale (comma 2); - l’ufficio che ha curato lo svolgimento delle procedure concorsuali provvede anche all'approvazione delle graduatorie (comma 16); - le graduatorie relative ai concorsi per titoli ed esami restano valide fino all'entrata in vigore della graduatoria relativa al concorso successivo corrispondente (comma 17). Le appellanti, alla luce della suddetta normativa, contestano la scelta dell’amministrazione di “utilizzare” le graduatorie predisposte all’esito della procedura concorsuale soltanto per i “vincitori” e non anche per gli “idonei”. Pur trattandosi di una fattispecie con tratti di peculiarietà rispetto a quelle oggetto di esame da parte della giurisprudenza sopra riportata, la Sezione ritiene che in questo caso le parti del processo contestano le modalità di esercizio di un potere pubblico. La determinazione contestata all’amministrazione non attiene, infatti, alla singola posizione di un concorrente che reclama il “diritto all’assunzione” di un posto “disponibile” mediante scorrimento della graduatoria ma ha valenza di portata generale afferendo alla decisione pubblica di approvare la graduatoria con esclusione della possibilità di impiego “futuro” della graduatoria stessa per la chiamata degli idonei non vincitori. In definitiva, la valutazione della natura dell’attività esercitata dalla pubblica amministrazione e della situazione giuridica protetta conduce a ricondurre anche questa fattispecie nell’ambito di quelle per le quali la giurisdizione spetta al giudice amministrativo.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3570

 
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La vicenda giunta all'esame del Consiglio di Stato riguarda Il decreto del direttore generale per il personale scolastico che ha indetto il concorso a cattedre, per titoli ed esami, finalizzato al reclutamento del personale docente nelle scuole dell’infanzia, secondaria di I e II grado. Le parti, ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 10:45

Installazione e gestione dei distributori automatici: la concessione di servizi attraverso un contratto atipico

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3571

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La questione sottoposta all’esame del Consiglio di Stato concerne una fattispecie contrattuale mista o atipica, in quanto implicante sia una concessione d’uso di spazio pubblico (sedi dell’Azienda regionale per il Diritto allo Studio Universitario), sia una concessione di servizi, che l’ente pubblico intende affidare a terzi, tramite installazione di distributori automatici di bevande e snack: servizi, quelli indicati, con evidenza diversi da quelli istituzionali dell’ente, ma riconducibili a utilità accessorie, per esigenze connesse alla continuità della presenza in sede del personale, nonché degli utenti del vero e proprio servizio pubblico universitario. La possibilità di ristoro alimentare all’interno delle strutture in questione costituisce, infatti, non solo un palese miglioramento delle condizioni materiali di lavoro dei dipendenti, ma anche una facilitazione materiale dell’offerta culturale a diretto vantaggio dei frequentatori (docenti e discenti) dell’ateneo. Un contratto atipico, espressione di autonomia negoziale, non è d’altra parte estraneo all’ambito dell’attività contrattuale di diritto privato, che l’Amministrazione è abilitata a svolgere, pur nell’osservanza delle regole procedurali pubblicistiche circa la formazione della volontà negoziale e l’individuazione del contraente, per rispettare i parametri di buon andamento e imparzialità di cui all’art. 97 della Costituzione. Il raggiungimento degli obiettivi di interesse pubblico perseguiti – anche attraverso esternalizzazione di alcuni servizi – non richiede quindi, necessariamente, il ricorso a forme contrattuali tipiche disciplinate dalla legge, ma può all’occorrenza essere modulato in termini particolari, eventualmente misti, benchè col minore possibile discostamento, rispetto ad anologhe fattispecie tipizzate e, comunque, nel rispetto dei concorrenti parametri legislativi (di natura mista, a titolo esemplificativo, sono stati ritenuti i contratti, rispondenti a criteri di housing sociale, nonché i contratti di sponsorizzazione: cfr., per il principio, Cons. Stato, Ad. plen., 30 gennaio 2014, n. 1; V, 1 luglio 2014, n. 4358; VI, 31 luglio 2013, n. 4034 e 12 novembre 2013, n. 5378). La prestazione, concernente l’installazione e la gestione dei distributori automatici di cui trattasi, è propriamente qualificabile come concessione di servizi, che si differenzia dall’appalto di servizi in quanto il corrispettivo della fornitura “consiste unicamente nel diritto di gestire i servizi, o in tale diritto accompagnato da un prezzo”, ex art. 3, comma 12, del d.lgs. 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18CE). L’art. 30 (Concessione di servizi) del medesimo Codice sottrae dette concessioni alle disposizioni riferite ai contratti pubblici, ma le assoggetta comunque – in armonia con quanto disposto nell’art. 27 (Principi relativi ai contratti esclusi) – al rispetto dei principi di “economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità”, con residuale obbligo, pertanto, di procedure selettive che, anche attraverso una gara informale, assicurino il rispetto dei principi stessi......Con il quarto motivo di gravame, in particolare, si contesta la tipologia contrattuale prescelta dall’Amministrazione, poiché implicante “oggettiva confusione fra concessione in uso di spazi pubblici e appalto di servizi”, con incertezza della normativa applicabile e alterazione della par condiciodei concorrenti a favore di quelli con maggiori disponibilità economiche: quanto sopra, a seguito della prevista corresponsione di un canone per l’installazione e la permanenza in loco dei distributori, senza miglioramento del servizio offerto e con indebito arricchimento dell’Amministrazione. Improprio, in primo luogo, appare il riferimento all’appalto, anziché alla concessione di servizi. Con quest’ultima una pubblica amministrazione trasferisce ad altro soggetto la gestione di un servizio, che la medesima potrebbe direttamente (ma non può o non intende) svolgere nei confronti di utenti terzi. Il concessionario – a differenza di quanto avviene nell’appalto di servizi (nell’ambito del quale l’Amministrazione riceve dal contraente una prestazione ad essa destinata, in cambio di un corrispettivo) – ottiene il proprio compenso non già dall’Amministrazione ma dall’esterno, ovvero dal pubblico che fruisce del servizio stesso, svolto dall’impresa con assetto organizzativo autonomo e con strumenti privatistici, come è usuale per i servizi alimentari, come quello in esame. Sul piano economico,, il rapporto complessivo è dunque trilaterale, poiché coinvolge l’Amministrazione concedente (che resta titolare della funzione trasferita), il concessionario e il pubblico. Il concessionario utilizza quanto ottiene in concessione (nel caso specie: il servizio con l’utilizzo di spazi interni alla sede dell’ente pubblico) a fini legittimi di lucro, assumendo - come richiede il diritto europeo - il rischio economico connesso alla gestione del servizio, svolto con mezzi propri; per godere delle risorse materiali appartenenti all’Amministrazione, il medesimo normalmente corrisponde un canone e non riceve dall’Amministrazione alcun corrispettivo. In conformità al già ricordato art. 30 del Codice dei contratti pubblici, infatti, «la controprestazione [dell’Amministrazione] a favore del concessionario consiste unicamente nel diritto [dato al concessionario] di gestire funzionalmente e di sfruttare economicamente [verso il pubblico] il servizio».Le prospettazioni dell’appellante non appaiono dunque condivisibili, in rapporto alla configurazione – già ritenuta ammissibile nell’ambito della presente pronuncia – del contratto da stipulare nel caso di specie come contratto misto, o atipico, avente i caratteri propri della concessione in uso di suolo pubblico e della concessione di servizi. Non si comprende d’altra parte (né comunque è stato dimostrato) perché la previsione di un canone – da considerare coperto dai ricavi del servizio stesso e non da corrispondere anticipatamente – avrebbe privilegiato le imprese con una situazione generale di maggiore liquidità: tutti i partecipanti alla gara si trovavano infatti in analoga posizione, in rapporto ai possibili ricavi e, per tutti, la disponibilità del bene pubblico costituiva pari chance di guadagno, con piena possibilità di valutare le condizioni previste dal bando all’atto della presentazione delle offerte. La par condicio da assicurare nelle procedure di gara, d’altra parte, si riferisce alle modalità dipartecipazione, non ai requisiti soggettivi o alle condizioni economiche di partenza dei concorrenti. Correttamente, peraltro, l’Amministrazione rileva come la previsione di un canone per l’occupazione dello spazio occupato dai distributori, con fruizione di energia elettrica, nonché dei servizi di pulizia e custodia dei locali interessati non solo non implicasse un indebito arricchimento dell’Amministrazione, ma assicurasse una corretta gestione di risorse pubbliche (da non dissipare né cedere gratuitamente in occasione di una gara), evitando al tempo stesso ingiustificati margini di utile per il gestore, a seguito dell’omessa copertura di parte dei costi del servizio. Infondato appare anche il quinto motivo di gravame, in cui si contestano l’assenza di copertura normativa per l’imposizione di un canoneconcessorio e l’entità eccessiva dell’importo al riguardo fissato. Una volta ammessa, infatti, la natura atipica del contratto e la sussistenza di une vera e propria concessione d’uso di spazi pubblici, il carattere oneroso di quest’ultima risponde ai principi generali, che configurano il canonecome corrispettivo per l’uso esclusivo o speciale di beni pubblici, con carattere discrezionale delle scelte per la relativa determinazione (cfr. in tal senso, per il principio, Cass., SS.UU. 12 ottobre 2011, n. 20939, 28 giugno 2006, n. 14864 e 25 gennaio 2007, n. 1613; Cons. Stato, V, 1 agosto 2007, n. 4270).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3571

 
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La questione sottoposta all’esame del Consiglio di Stato concerne una fattispecie contrattuale mista o atipica, in quanto implicante sia una concessione d’uso di spazio pubblico (sedi dell’Azienda regionale per il Diritto allo Studio Universitario), sia una concessione di servizi, che l’ente pubbli ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 09:59

Abusi edilizi: non è invalidante l’indicazione nell’ordine di demolizione di un termine inferiore a quello di novanta giorni, ma è solo l’inutile decorrenza di quest’ultimo termine che consente gli effetti acquisitivi al patrimonio comunale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3555

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A norma del citato art. 31, comma 3, d.P.R. n. 380 del 2001, l’inottemperanza all’ordine di demolizione comporta acquisizione gratuita al patrimonio comunale non solo del bene e della relativa area di sedime, ma anche di “quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive”, purché l’area complessivamente acquisita non sia “superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita”. È questo il principio sancito dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 16.7.2015, n. 3555 nella quale il Collegio precisa altresì che "Non invalidante, inoltre, appare l’indicazione nell’ordine di demolizione di un termine (trenta giorni) inferiore a quello di novanta, previsto dallo stesso art. 31, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001: è solo l’inutile decorrenza di quest’ultimo termine, infatti, che consente gli effetti acquisitivi previsti dalla legge, mentre il primo ha carattere solo diffidatorio."

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3555

 
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A norma del citato art. 31, comma 3, d.P.R. n. 380 del 2001, l’inottemperanza all’ordine di demolizione comporta acquisizione gratuita al patrimonio comunale non solo del bene e della relativa area di sedime, ma anche di “quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizz ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 09:49

L'efficacia nel giudizio amministrativo della sentenza penale irrevocabile di condanna o di assoluzione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3556

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Nella sentenza del 16 luglio 2015 n. 3556 la Sesta Sezione del Consiglio di Stato chiarisce la portata del vincolo che deriva dal giudicato penale formatosi sulla sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione. Ad avviso del Collegio occorre, a tal proposito, muovere dall’art. 654 Cod. proc. pen.. In base a tale previsione, la sentenza penale irrevocabile di condanna o di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento ha efficacia di giudicato: - nel giudizio civile o amministrativo, quando in questo si controverta intorno a un diritto o a un interesse legittimo il cui riconoscimento dipende dall’accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale; - nei confronti dell’imputato, della parte civile e del responsabile civile che si sia costituito o che sia intervenuto nel processo penale; - purché i fatti accertati siano stati ritenuti rilevanti ai fini della decisione penale e purché la legge civile o amministrativa non ponga limitazioni alla prova della situazione soggettive controversa. In disparte la condizione (negativa), rappresentata dall’assenza di limiti alla prova della situazione giuridica controversa (limiti che nel processo amministrativo sono in gran parte venuti meno con l’introduzione della prova testimoniale e della consulenza tecnica d’ufficio anche nei giudizi relativi ad interessi legittimi), l’art. 654 Cod. proc. pen., nel delineare l’efficacia extra moenia del giudicato penale prevede, comunque, due limiti fondamentali, uno soggettivo e l’altro oggettivo. Sotto il profilo soggettivo, il giudicato è vincolante solo nei confronti dell’imputato, della parte civile e del responsabile civile che si sia costituito o che sia intervenuto nel processo civile. Non, quindi, nei confronti di altri soggetti che siano rimasti estranei al processo penale, pur essendo in qualche misura collegati alla vicenda penale (ad esempio, il danneggiato che non si sia costituito parte civile, la persona offesa dal reato, il responsabile civile che non sia intervenuto o non si sia costituito). Sotto il profilo oggettivo, il vincolo copre solo l’accertamento dei “fatti materiali” e non anche la loro qualificazione o valutazione giuridica, che rimane circoscritta al processo penale e non può condizionare l’autonoma valutazione da parte del giudice amministrativo o civile. Da ciò deriva che l’eventuale qualificazione giuridica in termini di invalidità (annullabilità o nullità) che il giudice penale dovesse attribuire al provvedimento amministrativo rilevante nella fattispecie di reato esulerebbe, in quanto tale, dal vincolo del giudicato, atteso che il giudizio di invalidità non riguarda l’accertamento del fatto, ma la sua qualificazione giuridica.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 16.7.2015 n. 3556

 
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Nella sentenza del 16 luglio 2015 n. 3556 la Sesta Sezione del Consiglio di Stato chiarisce la portata del vincolo che deriva dal giudicato penale formatosi sulla sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione. Ad avviso del Collegio occorre, a tal proposito, muovere dall’art. 654 Cod. proc. pen. ... Continua a leggere

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domenica 19 luglio 2015 08:54

Codice del Processo amministrativo: non occorre un nuovo mandato ad litem per proporre motivi aggiunti contro un diverso atto della stessa procedura connesso a quello impugnato in via principale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 16.7.2015 n. 3567

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza n, 3567 del 16.7.2015 ha statuito che "non occorre un nuovo mandato ad litem nel caso di proposizione di motivi aggiunti avverso un diverso atto della stessa procedura connesso a quello impugnato in via principale, tenuto conto che l’art. 1 della legge n. 205 del 21 luglio 2000 (che ha modificato l’articolo 21 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034), ed ora l’art. 43 del c.p.a., hanno previsto la possibilità di proporre motivi aggiunti “impugnatori” avverso nuovi atti dello stesso procedimento al fine di concentrare in un unico giudizio anche le questioni riguardanti gli altri atti sopravvenuti che incidono sulla stessa situazione soggettiva già portata all’attenzione del giudice amministrativo".

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domenica 19 luglio 2015 08:39

Anticorruzione: sì al conferimento dell'incarico di responsabile di posizione organizzativa con funzioni dirigenziali, ad un soggetto condannato, in via definitiva, per il reato di falsità ideologica

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti dell'orientamento ANAC n. 22 del 1.7.2015

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L'Autorità Nazionale Anticorruzione ha pubblicato l'orientamento n. 22 del 1 luglio 2015 con il quale viene precisato che "Nel caso di conferimento di un incarico di responsabile di posizione organizzativa con funzioni dirigenziali, ad un soggetto condannato, in via definitiva, alla pena di otto mesi di reclusione per il reato di falsità ideologica commessa in atti pubblici ex art. 479 c.p., trova applicazione quanto stabilito dal d.lgs. n. 39, che ha disciplinato, in modo organico e ragionato, gli incarichi “dirigenziali” amministrativi. Pertanto, poiché il rato di falsità ideologica non rientrata tra i reati previsti dall’art. 3 del d.lgs. n. 39/2013, l’incarico può essere conferito."

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sabato 18 luglio 2015 14:14

Strumenti urbanistici generali o attuativi: la semplice vicinitas non è sufficiente a fondare l'interesse all'impugnativa

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 16.7.2015 n. 3579

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Secondo l'insegnamento della giurisprudenza in sede di impugnazione di strumenti urbanistici generali o attuativi -a differenza di quanto comunemente si afferma laddove sia contestato direttamente un titolo abilitativo all'edificazione- la semplice vicinitas (ossia la situazione di stabile collegamento esistente tra la proprietà del ricorrente e quella interessata dal provvedimento censurato) non è sufficiente a fondare l'interesse all'impugnativa, occorrendo che il ricorrente alleghi e dimostri anche l'esistenza di uno specifico e concreto pregiudizio derivantegli dagli atti impugnati ( cfr. tra le tante Sez. IV, 25.09.2014 n. 4816 ; 12.10.2010 n. 7439). E questo, per evitare che un'eccessiva dilatazione del concetto di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c., con riferimento ai piani urbanistici, consenta l'impugnativa anche ai soggetti titolari di un interesse di mero fatto (cfr. tra le tante Sez. IV , 13.07.2010 n. 4545 ; 30.11.2010 n. 8365) .

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sabato 18 luglio 2015 11:18

Dossier sanitario: in G.U. le Linee Guida del Garante Privacy

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del provvedimento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 164 del 17.7.2015

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 164 del 17.7.2015 il provvedimento del 4.6.2015 del Garante per la Protezione dei dati personali recante "Linee guida in materia di Dossier sanitario".

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sabato 11 luglio 2015 08:56

Atto meramente conformativo: la definizione è rigorosamente restrittiva

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 8.7.2015 n. 3423

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Il concetto di “atto meramente confermativo” deve essere definito in modo rigorosamente restrittivo, in quanto da esso si fa derivare una severa limitazione alla tutela giurisdizionale di legittimità. Lo ha stabilito la Terza Sezione del Consiglio che nella sentenza del 8.7.2015 n. 3423 ha esaminato se nella vicenda in esame la nuova pronuncia di diniego debba essere considerata “atto meramente confermativo” del diniego precedente, il che renderebbe inammissibile la sua impugnazione.Precisa il Collegio che è opinione comune che non si possa parlare di “atto meramente confermativo” quante volte il nuovo atto si basi su una nuova motivazione o comunque abbia introdotto e discusso nuovi argomenti motivazionali, pur giungendo alle stesse conclusioni dell’atto confermato.

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sabato 11 luglio 2015 08:35

Processo amministrativo: è inammissibile il ricorso collettivo che nulla dice in ordine alle condizioni di legittimazione e di interesse di ciascuno dei ricorrenti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 8.7.2015 n. 3426

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 8.7,2015 n. 3426 ha ribadito l'orientamento espresso dalla Sezione (fra le più recenti: Consiglio di Stato, Sez. III, n. 111 del 15 gennaio 2014 e n. 2649 del 15 maggio 2013), a tenore del quale chi agisce in giudizio a tutela di un proprio diritto anche in un ricorso collettivo deve indicare e allegare tutti gli elementi, i dati e i documenti idonei a sostenere la sua pretesa, domandando al giudice di accertare in concreto la sussistenza dei fatti dedotti. Mentre deve ritenersi inammissibile il ricorso collettivo che nulla dice in ordine alle condizioni di legittimazione e di interesse di ciascuno dei ricorrenti, in quanto ciò impedisce al giudice di controllare il concreto e personale interesse di ciascuno di loro, l'omogeneità dello loro posizioni e la concreta fondatezza della domanda. Conclude il Collegio, come del resto l'attenuazione, nel processo amministrativo, del principio dispositivo non può tradursi in uno svuotamento dell'onere probatorio (specie laddove, come nella fattispecie, si faccia valere un diritto soggettivo nell’ambito di un rapporto paritetico) e del connesso e pregiudiziale dovere di allegare, con specificità e precisione, i fatti costitutivi della domanda.

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giovedì 9 luglio 2015 00:44

Unioni di Comuni e trasferimenti erariali: sollecito inoltro della comunicazione dei dati di variazione del numero di conto corrente bancario o di tesoreria

segnalazione del comunicato del Ministero dell'Interno

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Con comunicato diramato in data 7.7,2015 il Ministero dell'Interno rileva come la gestione delle attività connesse con l'attribuzione dei trasferimenti erariali in favore delle unioni di comuni è da tempo ostacolata dalla mancata o non tempestiva comunicazione da parte delle medesime unioni dei dati attinenti la variazione del numero di conto corrente bancario o di tesoreria originariamente comunicato o del provvedimento di cessazione dell'unione stessa.Le mancate comunicazioni delle richiamate variazioni genera frequentemente notevoli difficoltà amministrativo/contabili connesse con i decreti di pagamento a cui l'ufficio Centrale di Bilancio di questo Ministero non dà corso per mancata corrispondenza dei dati; questo ufficio, fino ad oggi e con non poche difficoltà, ha supplito epistolarmente o contattando direttamente per le vie brevi l'ente, attività che oggi le rilevanti e complesse procedure amministrative non permettono più di svolgere.Ciò premesso il Ministero comunica che in caso di mancata comunicazione della variazione del numero di conto corrente bancario o di tesoreria originariamente comunicato o del provvedimento di cessazione dell'unione di comuni comporterà la sospensione dei trasferimenti erariali dovuti.Per tali comunicazioni è possibile contattare i seguenti funzionari: Tiziana Scippa tel. 06/46548096 e-mail tiziana.scippa@interno.it o Maria Di Rienzo tel. 06/46548095 e-mail maria.dirienzo@interno.it o la Direzione Centrale della Finanza Locale all'indirizzo p.e.c finanza locale.prot@pec.interno.it

segnalazione del comunicato del Ministero dell'Interno

 
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Con comunicato diramato in data 7.7,2015 il Ministero dell'Interno rileva come la gestione delle attività connesse con l'attribuzione dei trasferimenti erariali in favore delle unioni di comuni è da tempo ostacolata dalla mancata o non tempestiva comunicazione da parte delle medesime unioni dei dat ... Continua a leggere

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domenica 5 luglio 2015 08:28

Interdittiva antimafia: il mero rapporto di parentela con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, in assenza di ulteriori elementi, non è di per sè idoneo a dare conto del tentativo di infiltrazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3310

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Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato n. 3310 del 3 luglio 2015 nella quale - con riguardo alla rilevanza del rapporto di parentela (nella specie di affinità) con soggetti che si affermano appartenenti o in rapporto di contiguità con la criminalità organizzata, agli effetti dell'inibitoria della costituzione di rapporti contrattuali e di sovvenzioni da parte di enti che utilizzano risorse pubbliche - si richiama la prevalente giurisprudenza a tenore della quale il mero rapporto di parentela, in assenza di ulteriori elementi, non è di per sè idoneo a dare conto del tentativo di infiltrazione. Non può, infatti, configurarsi un rapporto di automatismo tra un legame familiare, sia pure tra stretti congiunti, ed il condizionamento dell'impresa, che deponga nel senso di un'attività sintomaticamente connessa a logiche e ad interessi malavitosi (Cons. St., Sez. III, n. 96 del 10 gennaio 2013; n. 4995 del 5 settembre 2011; sez. VI, n. 5880 del 18 agosto 2010; n. 3664 del 23 luglio 2008; n. 3707 del 27 giugno 2007).Se è infatti vero, aggiunge il Collegio, che in base alle regole di comune esperienza il vincolo di parentela o di affinità può esporre il soggetto all'influsso dell'organizzazione, se non addirittura imporre (in determinati contesti) un coinvolgimento nella stessa, tuttavia l'attendibilità dell'interferenza dipende anche da una serie di circostanze ed ulteriori elementi indiziari che qualifichino, su un piano di attualità ed effettività, una immanente situazione di condizionamento e di contiguità con interessi malavitosi. Ad avviso del Collegio nessuno di siffatti elementi e circostanze si rinviene nell'atto impugnato che a sostegno della misura interdittiva, rinvia ob relationem al rapporto di polizia recante il solo elenco di incontri del cognato del ricorrente con soggetti malavitosi. In ogni caso l'applicazione automatica della misura interdittiva rappresenterebbe un irragionevole ostacolo al ripristino di un regime di vita lavorativa improntato al rispetto della legge nelle aree geografiche del Paese contraddistinte dalla forte presenza di organizzazioni criminali (Consiglio di Stato, sez. VI, n. 5866 del 25 novembre 2009).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3310

 
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Si segnala la sentenza della Terza Sezione del Consiglio di Stato n. 3310 del 3 luglio 2015 nella quale - con riguardo alla rilevanza del rapporto di parentela (nella specie di affinità) con soggetti che si affermano appartenenti o in rapporto di contiguità con la criminalità organizzata, agli effe ... Continua a leggere

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sabato 4 luglio 2015 08:48

Appalti: un'offerta non può ritenersi anomala, ed essere esclusa da una gara, per il solo fatto che il costo del lavoro è stato calcolato secondo valori inferiori a quelli delle tabelle ministeriali o dei contratti collettivi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3329

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L'art. 86, del codice dei contratti individua, nei commi 1 e 2, distinti criteri per L'individuazione delle offerte che si sospetti essere anomale, a seconda che il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, ovvero, come nella fattispecie, quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa.Al comma 3, con una clausola generale valida per entrambe le ipotesi, stabilisce poi che la stazione appaltante può procedere in ogni caso alla valutazione della congruità di ogni altra offerta che in base ad elementi specifici appaia anormalmente bassa. L'esercizio di tale facoltà comporta, pertanto, l'apertura di un subprocedimento in contraddittorio con il concorrente che ha presentato l'offerta ritenuta a rischio di anomalia.La scelta dell'amministrazione di attivare il procedimento di verifica dell'anomalia dell'offerta è, tuttavia, ampiamente discrezionale e può essere sindacata, in conseguenza, davanti al giudice amministrativo solo in caso di macroscopica irragionevolezza o di decisivo errore di fatto.La giurisprudenza ha anche chiarito che le valutazioni sul punto devono essere compiute dall'Amministrazione in modo globale e sintetico, con riguardo alla serietà dell'offerta nel suo complesso e non con riferimento alle singole voci dell'offerta (fra le più recenti: Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 2662 del 26 maggio 2015, Sezione V n. 2274 del 6 maggio 2015).Facendo applicazione di tali principi, il Consiglio di Stato Sez. III nella sentenza del 3.7.2015 n. 3329 ha ritenuto che nella vicenda in esame gli elementi di asserita criticità dell'offerta, indicati dall'appellante non sono sufficienti a manifestare una chiara illogicità nella scelta compiuta dall'Amministrazione intimata di ritenere attendibile e congrua l'offerta e di non procedere ad una specifica valutazione sulla sua possibile anomalia.In particolare il Consiglio di Stato ha evidenziato che non si può ritenere illegittima la scelta dell'Amministrazione di non sottoporre l'offerta alla verifica dell'anomalia in relazione all'asserita difformità dalle tabelle ministeriali di riferimento posto che la valutazione sulla serietà e congruità dell'offerta ha per oggetto l'offerta nel suo insieme e non riguarda i suoi singoli aspetti, e tenuto conto che la società, risultata aggiudicataria, aveva dato una chiara esposizione, anche nel dettaglio, dei costi per il personale che avrebbe sopportato per dare esecuzione all'appalto.Con riferimento poi al rispetto dei minimi stabiliti dalle tabelle ministeriali, si deve ricordare che l'art. 86, comma 3 bis, del Codice dei contratti pubblici prevede che "nella predisposizione delle gare di appalto e nella valutazione dell'anomalia delle offerte nelle procedure di affidamento di appalti di lavori pubblici, di servizi e di forniture, gli enti aggiudicatori sono tenuti a valutare che il valore economico sia adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro e al costo relativo alla sicurezza, il quale deve essere specificamente indicato e risultare congruo rispetto all'entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture" e che, ai fini di tale disposizione, "il costo del lavoro è determinato periodicamente, in apposite tabelle, dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sulla base dei valori economici previsti dalla contrattazione collettiva stipulata dai sindacati comparativamente più rappresentativi, delle norme in materia previdenziale ed assistenziale, dei diversi settori merceologici e delle differenti aree territoriali". Sul punto la giurisprudenza, anche di questa Sezione, ha ritenuto che i valori del costo del lavoro risultanti dalle tabelle ministeriali non costituiscono tuttavia un limite inderogabile, ma semplicemente un parametro di valutazione della congruità dell'offerta, con la conseguenza che l'eventuale scostamento da tali parametri delle relative voci di costo non legittima di per sè un giudizio di anomalia (cfr., fra le tante, Consiglio di Stato, sez. III, n. 1743 del 2 aprile 2015, Sez. V, n. 3937 del 24 luglio 2014). Si è quindi affermato che devono considerarsi anormalmente basse le offerte che si discostino in modo evidente dai costi medi del lavoro indicati nelle tabelle predisposte dal Ministero del lavoro in base ai valori previsti dalla contrattazione collettiva, in quanto i costi medi costituiscono non parametri inderogabili ma indici del giudizio di adeguatezza dell'offerta, con la conseguenza che è ammissibile l'offerta che da essi si discosti, purchè lo scostamento non sia eccessivo e vengano salvaguardate le retribuzioni dei lavoratori, così come stabilito in sede di contrattazione collettiva. La Sezione ha peraltro di recente anche affermato che non possono non essere considerati, in sede di valutazione delle offerte, aspetti particolari che riguardano le diverse imprese, con la conseguenza che, ai fini di una valutazione sulla congruità dell'offerta, la stazione appaltante deve tenere conto anche delle possibili economie che le diverse singole imprese possono conseguire (anche con riferimento al costo del lavoro), nel rispetto delle disposizioni di legge e dei contratti collettivi (Consiglio di Stato, sez. III, n. 1743 del 2 aprile 2015 cit.). In applicazione di tali principi, un'offerta non può ritenersi anomala, ed essere esclusa da una gara, per il solo fatto che il costo del lavoro è stato calcolato secondo valori inferiori a quelli risultanti dalle tabelle ministeriali o dai contratti collettivi occorrendo, perché possa dubitarsi della sua congruità, che la discordanza sia considerevole e palesemente ingiustificata.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 3.7.2015 n. 3329

 
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L'art. 86, del codice dei contratti individua, nei commi 1 e 2, distinti criteri per L'individuazione delle offerte che si sospetti essere anomale, a seconda che il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, ovvero, come nella fattispecie, quello dell'offerta economicamente più van ... Continua a leggere

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martedì 23 giugno 2015 16:16

La nuova disciplina dei reati ambientali

nota degli Avv.ti Luca Petrucci e Giulio Vasaturo

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L'impatto emergenziale di un problema collettivo è notoriamente uno dei fattori, se non il principale elemento, che determina nella nostra tradizione politico-amministrativa, l'innovazione legislativa. In alcuni casi, la drammatizzazione delle criticità che attanagliano il Paese coincide con l'assunzione di consapevolezza, troppo spesso tardiva ma sempre provvidenziale, dell'esigenza di una puntuale ed organica riforma giuridica che sappia corrispondere, con ritrovato senso di responsabilità, alle impellenze del nostro tempo. Attesa da decenni da quanti non hanno mai smesso di denunciare il clamoroso horror vacui della normativa italiana in materia di tutela penale dell'ambiente, la legge 22 maggio 2015, n. 68 segna in questa prospettiva una svolta legislativa e culturale che va accolta, al di là di ogni ineludibile riserva di merito, con grande apprezzamento. In effetti, come è stato da ultimo eminentemente osservato, "mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. (...) Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c'è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia" (Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudato Siì sulla cura della casa comune, Tipografia Vaticana, Città del Vaticano, 24 maggio 2015, p. 42 s.). L'introduzione nel nostro ordinamento penale di una serie di fattispecie esplicitamente volte a tutelare il "bene giuridico" dell'ambiente muove proprio in questa direzione ed è destinata a colmare, per la prima volta, quel vuoto che sino ad oggi è stato, assai di frequente, impunemente riempito con condotte devastanti per bellezze naturali che appartengono all'umanità intera. La legge n. 68/2015 si compone di tre articoli con cui: a) viene inserito nel codice penale il titolo VI bis del libro secondo del codice penale, appositamente dedicato ai "delitti contro l'ambiente"; b) viene modificato il Codice dell'Ambiente (decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152), con la previsione di una specifica disciplina per l'estinzione degli illeciti amministrativi e penale in materia di tutela ambientale; c) viene operata una sostanziale novella dell'istituto della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche in caso di reati ambientali; d) vengono inasprite le sanzioni irrogabili previste per alcuni illeciti configurabili alla stregua della Convenzione sul commercio internazionali delle specie animali e vegetali in via di estinzione.Ecco nel dettaglio i nuovi "ecoreati" previsti dal legislatore: Art. 452-bis. (INQUINAMENTO AMBIENTALE). "Viene punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili: 1) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. Quando l'inquinamento è prodotto in un'area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata. Per quanto siano già facilmente ravvisabili le molteplici difficoltà interpretative che si pongono sull'orizzonte applicativo di tale fattispecie, a causa degli evanescenti criteri di valutazione dei livelli "significativi e misurabili" di compromissione o deterioramento ambientale penalmente rilevante, non v'è dubbio che tale disposizione miri a perseguire con opportuna severità, i più gravi atti di inquinamento ambientale. Allo stesso modo, il presupposto oggettivo dell'abusività della condotta delittuosa, espressamente richiamato nella fattispecie in esame, non potrà che dar adito a divergenze giurisprudenziali che si deve sperare vengano rapidamente superate, anche attraverso il prevedibile intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte, per impedire il depotenziamento repressivo del precetto penale.Art. 452-ter. (MORTE O LESIONI COME CONSEGUENZA DEL DELITTO DI INQUINAMENTO AMBIENTALE). - Se da una condotta di inquinamento ambientale deriva, quale conseguenza non voluta dal reo, una lesione personale, ad eccezione delle ipotesi in cui la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni, si applica la pena della reclusione da due anni e sei mesi a sette anni; se ne deriva una lesione grave, la pena della reclusione da tre a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la pena della reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva la morte, la pena della reclusione da cinque a dieci anni. Nel caso di morte di più persone, di lesioni di più persone, ovvero di morte di una o più persone e lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per l'ipotesi più grave, aumentata fino al triplo, ma la pena della reclusione non può superare gli anni venti. Art. 452-quater. (DISASTRO AMBIENTALE). - Fuori dai casi previsti dall'articolo 434 c.p. (crollo di costruzioni ed altri disastri dolosi), chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente: 1) l'alterazione irreversibile dell'equilibrio di un ecosistema; 2) l'alterazione dell'equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; 3) l'offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l'estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo. Quando il disastro è prodotto in un'area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata. Art. 452-quinquies. (DELITTI COLPOSI CONTRO L'AMBIENTE). " Se taluno dei fatti di inquinamento e disastro ambientale risulta commesso per colpa, le pene previste per le fattispecie dolose sono diminuite da un terzo a due terzi. Se dalla commissione di fatti colposi deriva il mero pericolo di inquinamento ambientale o di disastro ambientale le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo. Art. 452-sexies. (TRAFFICO E ABBANDONO DI MATERIALE AD ALTA RADIOATTIVITA"). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000 chiunque abusivamente cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona o si disfa illegittimamente di materiale ad alta radioattività. Tale pena è aumentata se dal fatto deriva il pericolo di compromissione o deterioramento: 1) delle acque o dell'aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna. Se dal fatto deriva pericolo per la vita o per l'incolumità delle persone, la pena è aumentata fino alla metà. Art. 452-septies. (IMPEDIMENTO DEL CONTROLLO). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, negando l'accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l'attività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene del lavoro, ovvero ne compromette gli esiti, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Art. 452-octies. (CIRCOSTANZE AGGRAVANTI). - Quando un'associazione a delinquere è diretta, in via esclusiva o concorrente, allo scopo di commettere taluno dei delitti previsti dal presente titolo, le pene previste dall'art. 416 c.p. sono aumentate. Quando l'associazione mafiosa è finalizzata a commettere taluno dei delitti contro l'ambiente ovvero all'acquisizione della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti o di servizi pubblici in materia ambientale, le pene previste dal medesimo articolo 416-bis c.p. sono aumentate. Le suddette pene previste per gli appartenenti ad associazioni criminose dedite all'inquinamento ambientale sono aumentate da un terzo alla metà se dell'associazione fanno parte pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio che esercitano funzioni o svolgono servizi in materia ambientale. Art. 452-novies. (AGGRAVANTE AMBIENTALE). - Quando un fatto già previsto come reato è commesso allo scopo di eseguire uno o più tra i delitti contro l'ambiente, dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (c.d. Codice dell'Ambiente), o da altra disposizione di legge posta a tutela dell'ambiente, ovvero se dalla commissione del fatto deriva la violazione di una o più norme previste dal citato decreto legislativo n. 152 del 2006 o da altra legge che tutela l'ambiente, la pena nel primo caso è aumentata da un terzo alla metà e nel secondo caso è aumentata di un terzo. In ogni caso il reato è procedibile d'ufficio. Art. 452-decies. (RAVVEDIMENTO OPEROSO). - Le pene previste per i delitti contro l'ambiente, per il delitto di associazione per delinquere di cui all'articolo 416 aggravato ai sensi dell'articolo 452-octies c.p., nonchè per il delitto di cui all'articolo 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono diminuite dalla metà a due terzi nei confronti di colui che si adopera per evitare che l'attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori, ovvero, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi, e diminuite da un terzo alla metà nei confronti di colui che aiuta concretamente l'autorità di polizia o l'autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto, nell'individuazione degli autori o nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti. Ove il giudice, su richiesta dell'imputato, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado disponga la sospensione del procedimento per un tempo congruo, comunque non superiore a due anni e prorogabile per un periodo massimo di un ulteriore anno, al fine di consentire le attività di messa in sicurezza, bonifica e ripristino dello stato dei luoghi in corso di esecuzione, il corso della prescrizione è sospeso. Art. 452-undecies. (CONFISCA). - Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, per i delitti previsti dagli articoli 452-bis, 452-quater, 452-sexies, 452-septies e 452-octies del codice penale, è sempre ordinata la confisca delle cose che costituiscono il prodotto o il profitto del reato o che servirono a commettere il reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato. Quando, a seguito di condanna per uno dei delitti contro l'ambiente, sia stata disposta la confisca di beni ed essa non sia possibile, il giudice individua beni di valore equivalente di cui il condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità e ne ordina la confisca. I beni confiscati o i loro eventuali proventi sono messi nella disponibilità della pubblica amministrazione competente e vincolati all'uso per la bonifica dei luoghi. L'istituto della confisca non trova applicazione nell'ipotesi in cui l'imputato abbia efficacemente provveduto alla messa in sicurezza e, ove necessario, alle attività di bonifica e di ripristino dello stato dei luoghi. Art. 452-duodecies. (RIPRISTINO DELLO STATO DEI LUOGHI). - Quando pronuncia sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti per taluno dei delitti contro l'ambiente, il giudice ordina il recupero e, ove tecnicamente possibile, il ripristino dello stato dei luoghi, ponendone l'esecuzione a carico del condannato e delle persone giuridiche civilmente responsabili per il reato commesso dal loro rappresentante o dipendente. Art. 452-terdecies. (OMESSA BONIFICA). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un'autorità pubblica, non provvede alla bonifica, al ripristino o al recupero dello stato dei luoghi è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 20.000 a euro 80.000. La legge n. 68/2015 dispone, inoltre, la pena accessoria dell'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione, a carico di chi si rende responsabile dei più allarmanti reati ambientali (art. 1, comma 5, legge n. 68/2015).Di estremo rilievo è anche l'aumento dei termini di prescrizione in materia di ecoreati che vengono raddoppiati, ai sensi dell'art. 1, comma 6, legge n. 68/2015, rispetto a quelli ordinariamente previsti dall'art. 157, comma 6, c.p..Al pubblico ministero che procede per i più gravi reati ambientali viene imposto dal nuovo articolo 118 bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, così come novellato dall'art. 1, comma 7, legge n. 68/2015, di segnalare l'indagine in corso al procuratore generale presso la Corte d'Appello ed all'Agenzia delle Entrate. L'art. 1, comma 8, della legge n. 68/2015 interviene incisivamente anche sul D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, ampliando il catalogo di condotte delittuose che costituiscono il presupposto della "responsabilità amministrativa derivante da reato delle persone giuridiche". Vengono così previste, anche a carico degli enti, severe sanzioni amministrative laddove i delitti contro l'ambiente vengano perpetrati a vantaggio dell'impresa. L'art. 1, comma 9, della legge n. 68/2015 introduce nel Codice dell'Ambiente una nuova disciplina sanzionatoria degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale, prevedendo un inedito procedimento per l'estinzione delle contravvenzioni collegato all'adempimento da parte del responsabile della violazione sia di una serie di prescrizioni che del pagamento di una somma di denaro. Tale opportunità è limitata, tuttavia, a norma del nuovo art. 318 bis del Codice dell'Ambiente, alle sole violazioni che non abbiano cagionato nè danno nè pericolo concreto e attuale di danno alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche protette. Di grande significato è, infine, l'innalzamento delle sanzioni previste dall'art. 2 della legge n. 68/2015 a carico di chi detiene o commercializza specie animali o vegetali in via di estinzione, nonchè esemplari vivi di mammiferi e rettili che possono costituire pericolo per la salute o l'incolumità pubblica.

nota degli Avv.ti Luca Petrucci e Giulio Vasaturo

 
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L'impatto emergenziale di un problema collettivo è notoriamente uno dei fattori, se non il principale elemento, che determina nella nostra tradizione politico-amministrativa, l'innovazione legislativa. In alcuni casi, la drammatizzazione delle criticità che attanagliano il Paese coincide con l'assu ... Continua a leggere

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mercoledì 10 giugno 2015 12:29

Processo Amministrativo: in G.U. la disciplina della dimensione dei ricorsi e degli altri atti difensivi nel rito appalti

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto pubblicato in G.U. n. 128 del 5.6.2015

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È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5.6.2015 il decreto 25 maggio 2015 del Segretariato Generale della Giustizia Amministrativa contenente la "Disciplina della dimensione dei ricorsi e degli altri atti difensivi nel rito appalti". Per maggiori informazioni vai all'articolo pubblicato su www.ilquotidianodellapa.it Link diretto: http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2015/giugno/1433928774806.html

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto pubblicato in G.U. n. 128 del 5.6.2015

 
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domenica 7 giugno 2015 18:20

Abusi edilizi: l'eccezionalità della sanatoria giurisprudenziale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 5.6.2015

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Il Consiglio di Stato Sezione Sesta nella sentenza del 5.6.2015 relativamente alla “sanatoria giurisprudenziale”, ha affermato che si tratta non di un autonomo istituto giuridico liberamente utilizzabile dall’amministrazione comunale quasi fosse una normale via di ordinaria gestione degli interventi sul territorio (una sorta di pagamento di un onere concessorio particolarmente rilevante, ma pur comunque ordinariamente legittimante); ma di un mero effetto eccezionale a fronte di quello che comunque è e resta un abuso edilizio, per di più ammesso solo da una parte della giurisprudenza: che deroga alla tassatività dell’accertamento di conformità dell’art. 36 d.P.R. n. 380 del 2001 e la cui ragione viene di solito ricercata nell’eccessività, rispetto all’interesse alla tutela dell’ordine urbanistico sostanziale, dell’imporre la demolizione (o l’acquisizione gratuita) di un’opera che è senza titolo ma che è al contempo conforme alla disciplina urbanistica e dunque avrebbe potuto essere autorizzata su regolare istanza: la finalità è di evitare un’inutile dissipazione di mezzi e risorse (tra varie, Cons. Stato, V, 6 luglio 2012, n. 3961). L’effetto però non è affatto pacifico, perché rischia di negare il non casuale rigore dell’art. 36, che – con la sua regola della doppia conformità urbanistica – è lo strumento previsto dalla legge per la titolazione postuma di manufatti realizzati senza previo titolo.

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