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GAZZETTA AMMINISTRATIVA

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Avv. Valentina Romani, Avv. Paolo Pittori, Avv. Rodolfo Murra, Avv. Federico Mazzella, Prof. Stefano Olivieri Pennesi, Prof. Avv. Salvatore Napolitano
 
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Coordinatore Osservatorio di Diritto Pubblico dell'Economia:
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Vice Pres. Consiglio Scientifico:
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Segretari Consiglio Scientifico:
Prof. Fulvio Pastore, Prof.ssa Elisa Scotti
 
Consiglio Scientifico:
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CAPO DIPARTIMENTO AFFARI REGIONALI

 
Filippo Patroni Griffi,
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PRES. SEZ. DEL CONSIGLIO DI STATO

 
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LA RASSEGNA DEL DIRETTORE

 
mercoledì 25 febbraio 2015 21:25

Apprendistato: finanziamenti dal Ministero del lavoro per l'attività di formazione

segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi

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Pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali -Direzione Generale per le Politiche attive, i servizi per il lavoro e la formazione - il Decreto Ministeriale, con repertorio n.91/2015, che ripartisce la somma complessiva pari a 100 milioni di euro, per il finanziamento delle attività di formazione nell'esercizio di apprendistato, di cui il 50% destinato, in via prioritaria, alle tipologie di apprendistato professionalizzante. Detta somma grava sul Fondo Sociale per l'Occupazione e la Formazione. La ripartizione viene effettuata nella misura del 65%, in base agli apprendisti assunti, e il restante 35% relativamente agli apprendisti realmente formati. E' previsto, nel citato decreto, un limite minimo di finanziamento pari a 516.000 euro a favore delle medesime Amministrazioni.

segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi

 
Note Legali
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Pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali -Direzione Generale per le Politiche attive, i servizi per il lavoro e la formazione - il Decreto Ministeriale, con repertorio n.91/2015, che ripartisce la somma complessiva pari a 100 milioni di euro, per il finanziamento delle attività ... Continua a leggere

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lunedì 23 febbraio 2015 15:46

Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: le conseguenze della mancanza di autorizzazione per la realizzazione di opere edilizie in prossimità della linea doganale

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 19.2.2015

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L’art.19 D.lgs n. 374/1990 (e rubricato “Edifici in prossimità della linea doganale e nel mare territoriale”), così dispone: “1. È vietato eseguire costruzioni ed altre opere di ogni specie, sia provvisorie sia permanenti, o stabilire manufatti galleggianti in prossimità della linea doganale e nel mare territoriale, nonché spostare o modificare le opere esistenti, senza l'autorizzazione del direttore della circoscrizione doganale. La predetta autorizzazione condiziona il rilascio di ogni eventuale altra autorizzazione, nella quale della stessa deve essere fatta comunque espressa menzione. 2. La violazione del divieto previsto dal comma 1 comporta l'applicazione, da parte del direttore della circoscrizione doganale competente per territorio, di una sanzione amministrativa di importo da un decimo all'intero valore del manufatto”. La evidente natura condizionale dell’autorizzazione in parola nonché la previsione di una sanzione pecuniaria irrogabile in conseguenza della costruzione realizzata in sua mancanza, permettono di affermare che, in presenza di un permesso di costruzione già rilasciato, non può ritenersi avere valenza provvedimentale la nota con cui l’amministrazione doganale fa rilevare che il fabbricato è stato realizzato senza il predetto titolo; in sostanza la mancanza di autorizzazione ex art. 19 dleg.vo 374/1990 in riferimento al rispetto della c.d. zona doganale, è situazione suscettibile di incidere la posizione del titolare del permesso di costruire solo se impedisca il rilascio del titolo edilizio, o si traduca nel provvedimento sanzionatorio che la legge vi ricollega, o conduca a provvedimenti repressivi del titolo edilizio emesso in assenza. Nel caso in esame, pertanto, il Consiglio di Stato ha accolto l'appello proposto dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli in quanto mentre è da ritenersi sostanzialmente corretta l’affermazione giuridica del TAR sulla natura interlocutoria dell’atto impugnato, errata risulta invece sostenere la sua valenza impeditiva della costruzione, poiché un tale effetto non è riconoscibile ai sensi di legge sulla base della sola violazione della norma in questione, la quale non ha costituito un presupposto di legittimità per l’emanazione del titolo edilizio. Per scaricare gratuitamente il testo della snetenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 19.2.2015

 
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L’art.19 D.lgs n. 374/1990 (e rubricato “Edifici in prossimità della linea doganale e nel mare territoriale”), così dispone: “1. È vietato eseguire costruzioni ed altre opere di ogni specie, sia provvisorie sia permanenti, o stabilire manufatti galleggianti in prossimità della linea doganale e nel ... Continua a leggere

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lunedì 23 febbraio 2015 15:42

Processo amministrativo: possibile il ricorso collettivo solo in presenza di requisiti dell’identità di situazioni sostanziali e processuali

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.2.2015

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Il ricorso collettivo, presentato da una pluralità di soggetti con un unico atto, è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, cumulativamente, i requisiti dell’identità di situazioni sostanziali e processuali – ossia, alla condizione che le domande giudiziali siano identiche nell’oggetto e gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengano censurati per gli stessi motivi – e dell’assenza di un conflitto di interessi tra le parti. È questo il principio sancito dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 18.2.2015 che ha rigettato l'appello proposto da un gruppo di 211 docenti. In primo grado il T.a.r. per il Lazio ha dichiarato inammissibile il ricorso collettivo dei 211 docenti, i quali avevano presentato in termini relativa domanda di inserimento in graduatoria, per il riconoscimento del loro diritto all’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento di cui al decreto ministeriale 1° aprile 2014, n. 235, per il personale docente ed educativo, utilizzabili per gli anni scolastici 2014/2015, 2015/2016 e 2016/2017. Il T.a.r. ha fondato la pronuncia di inammissibilità sul rilievo della non omogeneità delle posizioni dei vari gruppi di ricorrenti, ostativa alla proposizione di un ricorso collettivo. Il Consiglio di Stato ha rigettato l'appello n quanto: - in linea di diritto, secondo consolidato orientamento giurisprudenziale condiviso da questo Collegio, il ricorso collettivo, presentato da una pluralità di soggetti con un unico atto, è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, cumulativamente, i requisiti dell’identità di situazioni sostanziali e processuali – ossia, alla condizione che le domande giudiziali siano identiche nell’oggetto e gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengano censurati per gli stessi motivi – e dell’assenza di un conflitto di interessi tra le parti (v. sul punto, ex plurimis, Cons. St., Sez. III, 20 maggio 2014, n. 2581; Cons. St., Sez. IV, 29 dicembre 2011, n. 6990); - nel caso di specie, hanno proposto ricorso quattro distinti gruppi di docenti: (a) docenti in possesso di abilitazione, che non hanno richiesto l’aggiornamento della graduatoria ad esaurimento per il triennio precedente; (b) docenti in possesso di diploma magistrale conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002; (c) docenti in possesso dell’abilitazione per la scuola acquisita tramite i percorsi formativi abilitanti o la laurea in Scienza della Formazione; (d) docenti in possesso dell’idoneità conseguita al concorso della scuola di cui al decreto del direttore generale per il personale scolastico 24 settembre 2012, n. 82; - risulta palese, da quanto sopra, che le domande proposte dagli appartenenti ai vari gruppi di ricorrenti, sebbene tutte dirette al riconoscimento del diritto all’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento, si fondano su ragioni, di fatto e di diritto, diverse in ragione dell’appartenenza all’una o all’altra delle quattro categorie, come puntualmente osservato nell’appellata sentenza con particolare riferimento alle categorie sub (a) e sub (d), connotate da profonde divergenze sul piano del relativo regime giuridico; - le domande soggettivamente cumulate, proposte dagli originari ricorrenti, oltre che per la rilevata eterogeneità della causa petendi in ragione dell’appartenenza all’una o all’altra delle menzionate categorie, si differenziano anche per parziale diversità di petitum, risultando impugnati anche i singoli provvedimenti – peraltro, dichiaratamente non noti – di mancato inserimento dei singoli ricorrenti nelle varie graduatorie ad esaurimento emanate ai sensi del d.m. n. 235 del 2014, ovvero in corso di emanazione, dai vari Uffici scolastici regionali evocati in giudizio; - oltre alla evidenziata eterogeneità delle domande proposte con il ricorso collettivo, correttamente rilevata nell’impugnata sentenza, è ravvisabile anche un potenziale conflitto d’interessi tra gli appartenenti alle varie categorie dei soggetti ricorrenti, conseguendo gli appartenenti alle categorie in ipotesi non escluse un vantaggio dall’eventuale esclusione degli altri ricorrenti, attesa la riduzione del numero dei soggetti inclusi nelle rispettive graduatorie; - in assenza delle condizioni di ammissibilità del ricorso collettivo, l’appellata pronuncia assolutoria in rito merita quindi conferma, con impedimento dell’ingresso delle questioni di merito.

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 18.2.2015

 
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Il ricorso collettivo, presentato da una pluralità di soggetti con un unico atto, è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, cumulativamente, i requisiti dell’identità di situazioni sostanziali e processuali – ossia, alla condizione che le domande giudiziali siano identiche nell’oggetto e gli a ... Continua a leggere

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lunedì 23 febbraio 2015 11:13

Lavoro e Sicurezza

segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi

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Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha emanato, d'intesa con i Ministeri dello Sviluppo Economico e dei Trasporti, sentito il parere dell'INAIL, la Circolare n. 3/2015 che ha fornito chiarimenti in materia di dispositivi di ancoraggio mobili o permanenti per quanto riguarda la sicurezza dei lavoratori applicati ad attività svolte "in quota" necessari per prevenire cadute dall'alto durante l'effettuazione di mansioni lavorative. La suddetta Circolare, ha inoltre fornito delucidazioni circa la cosiddetta "Marcatura CE" distinguendo, appunto, le tipologie di dispositivi a protezione individuale DPI, come indicati dal d.lgs. n.81/2008 e s.m.i. art.76, che seguono il lavoratore e quindi non istallati "permanentemente" (soggetti al Marchio CE) dalle altre tipologie di dispositivi permanenti/fissi di sicurezza sottoposti, invece, al Regolamento UE n. 305/2011.

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Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha emanato, d'intesa con i Ministeri dello Sviluppo Economico e dei Trasporti, sentito il parere dell'INAIL, la Circolare n. 3/2015 che ha fornito chiarimenti in materia di dispositivi di ancoraggio mobili o permanenti per quanto riguarda la sicurez ... Continua a leggere

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domenica 22 febbraio 2015 21:41

Il Giudice può disattendere le risultanze della CTU

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez.VI del 9.2.2015

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Secondo il consolidato principio, nel nostro ordinamento vige il principio del ‘iudex peritus peritorum’, in virtù del quale è consentito al Giudice di merito valutare la complessiva attendibilità delle conclusioni peritali e, se del caso, disattenderne le sottese argomentazioni tecniche laddove queste risultino intimamente contraddittorie (sul punto –ex plurimis -: Cass. Civ., I, 22 novembre 2010, n. 23592; id., III, 11 giugno 2009, n. 13530; id., III, 18 novembre 1997, n. 11440).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez.VI del 9.2.2015

 
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Secondo il consolidato principio, nel nostro ordinamento vige il principio del ‘iudex peritus peritorum’, in virtù del quale è consentito al Giudice di merito valutare la complessiva attendibilità delle conclusioni peritali e, se del caso, disattenderne le sottese argomentazioni tecniche laddove ... Continua a leggere

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domenica 22 febbraio 2015 21:35

Edilizia: differenza tra varianti in senso proprio, varianti essenziali e minime

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Tar Campania Napoli Sez. VIII del 19.2.2015

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La vigente normativa edilizia riconosce la possibilità di assentire varianti al progetto approvato. La giurisprudenza distingue, in proposito, tra varianti in senso proprio, varianti essenziali e varianti minime (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 11 aprile 2007 n. 1572; Cass. pen., sez. III, 24 marzo 2010 n. 24236; 25 settembre 2012 n. 49290). a) Per quanto riguarda le c.d. varianti in senso proprio, deve rilevarsi che non tutte le modifiche alla progettazione originaria possono definirsi varianti e che queste si configurano solo allorquando il progetto già approvato non risulti sostanzialmente e radicalmente mutato dal nuovo elaborato. La nozione di variante deve, cioè, ricollegarsi a modificazioni qualitative o quantitative di non rilevante consistenza rispetto al progetto originario, e gli elementi da prendere in considerazione, al fine di discriminare un nuovo permesso di costruire dalla variante ad altro preesistente, sono la superficie coperta, il perimetro, la volumetria, le distanze dalle proprietà viciniori, nonché le caratteristiche funzionali e strutturali, interne ed esterne, del fabbricato. Il nuovo provvedimento – da rilasciarsi col medesimo procedimento previsto per il rilascio del permesso di costruire – rimane in posizione di sostanziale collegamento con quello originario, e in questo rapporto di complementarità e di accessorietà deve ravvisarsi la caratteristica distintiva del permesso di costruire in variante, che giustifica, tra l'altro, le peculiarità del regime giuridico cui esso soggiace sul piano sostanziale e procedimentale (in particolare, restano salvi tutti i diritti quesiti, e ciò specialmente a fronte di una contrastante normativa sopravvenuta, che, se non fosse ravvisata l'anzidetta situazione di continuità, potrebbe rendere irrealizzabile l'opera). b) Costituisce, poi, c.d. variante essenziale ogni modifica incompatibile col disegno globale ispiratore dell’originario progetto edificatorio, sia sotto l'aspetto qualitativo sia sotto l'aspetto quantitativo. Ai fini della configurazione dell'ambito di tale istituto, soccorre la definizione di variazione essenziale enunciata dall’art. 32 del d.p.r. n. 380/2001, la quale ricomprende il mutamento della destinazione d'uso implicante alterazione degli standards, l’aumento consistente della cubatura o della superficie di solaio, le modifiche sostanziali di parametri urbanistico-edilizi, il mutamento delle caratteristiche dell'intervento edilizio assentito e la violazione delle norme vigenti in materia antisismica, mentre non ricomprende le modifiche incidenti sulle cubature accessorie, sui volumi tecnici e sulla distribuzione interna delle singole unità abitative. Le domande di esecuzione di varianti essenziali sono, dunque, come tali, da considerarsi sostanzialmente volte al rilascio di un nuovo ed autonomo permesso di costruire e, conseguentemente, assoggettate alle disposizioni vigenti nel momento in cui sono presentate, non trattandosi, con esse, solo di modificare il progetto iniziale, ma di realizzare un'opera diversa, nelle sue caratteristiche essenziali, rispetto a quella originariamente assentita. c) Caratteri peculiari presentano, infine, le c.d. varianti minori. In proposito, l’art. 22, comma 2, del d.p.r. n. 380/2001 prevede che sono subordinate a d.i.a. (ora s.c.i.a.) le varianti a permessi di costruire che non incidono sui parametri urbanistici e sulle volumetrie, non modificano la destinazione d'uso e la categoria edilizia, non alterano la sagoma dell'edificio qualora sottoposto a vincolo ai sensi del d.lgs. n. 42/2004, non violano le prescrizioni eventualmente contenute nel permesso di costruire. In tali ipotesi, la d.i.a. costituisce "parte integrante del procedimento relativo al permesso di costruzione dell'intervento principale" e può essere presentata prima della dichiarazione di ultimazione dei lavori: la formulazione dell'art. 22 consente, pertanto, la possibilità di dare corso alle opere in difformità dal permesso di costruire e poi regolarizzarle entro la fine dei lavori, purché si tratti – come si è visto – di ‘varianti leggere’. ... In altri termini, una volta accertato che gli interventi edilizi erano difformi dal paradigma normativo (art. 22 del d.p.r. n. 380/2001), l’amministrazione comunale, anche dopo la scadenza del termine fissato dall’art. 23, comma 6, del d.p.r. n. 380/2001, è rimasta nella condizione di esercitare i poteri di vigilanza e sanzionatori previsti dall’ordinamento (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 30 giugno 2005 n. 3498; 12 settembre 2007 n. 4828; 18 dicembre 2008 n. 6378; 12 febbraio 2010 n. 781) e, più in generale, i poteri di controllo sulle attività edilizie per il quale l’art. 27 del d.p.r. n. 380/2001 cit. non prevede alcun termine decadenziale (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. VII, 4 ottobre 2007 n. 8951). Ciò posto, essendosi riscontrate variazioni essenziali ex art. 32 del d.p.r. n. 380/2001, i poteri anzidetti si sono correttamente incanalati nell’alveo naturale e vincolato del ripristino dello stato dei luoghi. L'irrogazione di una sanzione diversa da quella ripristinatoria non è, infatti, contemplata dall’art. 31 del d.p.r. n. 380/2001, cui – come accennato – risulta senz’altro riconducibile la fattispecie in esame (opere eseguite con variazioni essenziali rispetto al rilasciato permesso di costruire) (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. VI, 7 settembre 2009, n. 4899); laddove, invece, la sanzione pecuniaria è prevista unicamente per le diverse ipotesi di opere di ristrutturazione eseguite in assenza o in totale difformità dal permesso di costruire ovvero di opere di nuova costruzione eseguite in parziale difformità dal permesso di costruire ovvero di opere minori eseguite in assenza o in difformità dalla prescritta d.i.a. (ora s.c.i.a.). “Il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, – recita il comma 2 del richiamato art. 31 – accertata l'esecuzione di interventi in assenza di permesso, in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, determinate ai sensi dell'articolo 32, ingiunge al proprietario e al responsabile dell'abuso la rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l'area che viene acquisita di diritto, ai sensi del comma 3”: nello schema giuridico delineato dal legislatore, non vi è, cioè, spazio per apprezzamenti discrezionali sulla sanzione da irrogare, atteso che l'esercizio del potere repressivo dell'abuso edilizio costituisce atto dovuto, per il quale è ‘in re ipsa’ l'interesse pubblico alla sua rimozione (TAR Campania, Napoli, sez. II, 27 gennaio 2009, n. 443; sez. VIII, 11 ottobre 2011, n. 4645). 2. I superiori approdi – quanto, precipuamente, al mancato consolidamento degli effetti delle d.i.a. presentate per interventi esulanti dal relativo regime abilitativo e, quindi, quanto alla diretta irrogabilità della sanzione reale, senza l’intermediazione delle garanzie dell’autotutela, operanti in esito al prodursi degli effetti anzidetti (cfr. art. 19, comma 3, della l. n. 241/1990) – inducono a ripudiare anche i motivi di impugnazione intesi a denunciare, da un lato, l’omessa comunicazione di avvio del procedimento e, d’altro lato, l’omessa ponderazione tra l’interesse pubblico al ripristino dello stato dei luoghi e il confliggente affidamento dei privati nella conservazione delle opere eseguite. 2.1. Sotto il primo profilo, deve osservarsi che, l’ordinanza di demolizione, per la sua natura di atto urgente dovuto e rigorosamente vincolato, non implicante valutazioni discrezionali, ma risolventesi in meri accertamenti tecnici, fondato, cioè, su un presupposto di fatto rientrante nella sfera di controllo dell’interessato, non richiede apporti partecipativi di quest’ultimo, il quale, in relazione alla disciplina tipizzata dei procedimenti repressivi, contemplante la preventiva contestazione dell'abuso, ai fini del ripristino di sua iniziativa dell'originario assetto dei luoghi, viene, in ogni caso, posto in condizione di interloquire con l'amministrazione prima di ogni definitiva statuizione di rimozione d'ufficio delle opere abusive; tanto più che, in relazione ad una simile tipologia provvedimentale, può trovare applicazione l’art. 21 octies della l. n. 241/1990, che statuisce la non annullabilità dell’atto adottato in violazione delle norme su procedimento, qualora, per la sua natura vincolata, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello concretamente enucleato (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. VI, 3 marzo 2007, n. 1021; sez. IV, 1° ottobre 2007, n. 5050; 10 agosto 2011, n. 4764; TAR Lazio, Roma, sez. II, 3 luglio 2007, n. 5968; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 17 gennaio 2007, n. 357; sez. VI, 8 febbraio 2007, n. 961; sez. IV, 22 marzo 2007, n. 2725; sez. VII, 9 maggio 2007, n. 4859; 8 giugno 2007, n. 6038; Salerno, sez. II, 13 agosto 2007, n. 900; Napoli, sez. IV, 6 novembre 2007, n. 10676; 6 novembre 2007, n. 10679; sez. VII, 12 dicembre 2007, n. 16226; sez. IV, 17 dicembre 2007, n. 16316; sez. VII, 28 dicembre 2007, n. 16550; sez. IV, 24 gennaio 2008, n. 367; 21 marzo 2008, n. 1460; sez. VII, 21 marzo 2008, n. 1474; 4 aprile 2008, n. 1883; sez. III, 16 aprile 2008, n. 2207; sez. IV, 18 aprile 2008, n. 2344; sez. VI 18 giugno 2008, n. 5973; TAR Umbria, Perugia, 26 gennaio 2007, n. 44; TAR Trentino Alto Adige, Bolzano, 8 febbraio 2007, n. 52; TAR Molise, Campobasso, 20 marzo 2007, n. 178; TAR Sardegna, Cagliari, sez. I, 20 aprile 2007, n. 709; sez. VII, 9 maggio 2007, n. 4859; TAR Basilicata, Potenza, sez. I, 16 febbraio 2008, n. 33; TAR Veneto, Venezia, sez. II, 26 febbraio 2008, n. 454; 13 marzo 2008, n. 605; TAR Puglia, Lecce, sez. III, 20 settembre 2008, n. 2651). 2.2. Sotto il secondo profilo, occorre rimarcare che la gravata misura repressivo-ripristinatoria rimane affrancata dalla ponderazione discrezionale dell’interesse privato al mantenimento in loco della res, in quanto costituisce – come più volte evidenziato – atto dovuto e rigorosamente vincolato, dove il preminente interesse pubblico risiede in re ipsa nell’eliminazione dell’abuso e, stante il carattere permanente di quest’ultimo, non viene meno per il mero decorso del tempo, insuscettibile di ingenerare affidamenti (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. IV, 31 agosto 2010, n. 3955; sez. V, 11 gennaio 2011, n. 79; sez. IV, 4 maggio 2012, n. 2592; TAR Campania, sez. VI, 6 settembre 2010, n. 17306; sez. VII, 3 novembre 2010, n. 22291; sez. VIII, 5 gennaio 2001, n. 4; 6 aprile 2011, n. 1945; TAR Puglia, Lecce, sez. III, 10 settembre 2010, n. 1962; 9 novembre 2010, n. 2631; TAR Piemonte, Torino, sez. I, 19 novembre 2010, n. 4164; TAR Lazio, Roma, sez. II, 6 dicembre 2010, n. 35404; TAR Liguria, Genova, sez. I, 21 marzo 2011, n. 432). 3. I ricorrenti lamentano, infine, che l’impugnata ordinanza di demolizione n. 10 del 18 febbraio 2014 non sarebbe stata notificata ad altri proprietari delle unità immobiliari da essa riguardate. Una simile doglianza è inammissibile, oltre che infondata nel merito. a) Inammissibile per carenza di interesse ad agire, in quanto l’omessa notificazione del provvedimento monitorio sarebbe censurabile esclusivamente dai soggetti nel cui interesse la comunicazione stessa è posta (nella specie, gli altri proprietari dei sottotetti contestati), e non da quelli che l’hanno regolarmente ricevuta (nella specie, i nominativi in epigrafe), stante la funzione dell’istituto, consistente nella esigenza di portare a conoscenza dell’atto il suo destinatario onde ottenerne la personale collaborazione procedimentale (cfr. TAR Lazio, Latina, 3 gennaio 2008, n. 1). b) Infondata, altresì, in quanto la mancata notificazione ai terzi proprietari non inficia, di per sé, la fase di formazione, e, quindi, la legittimità del provvedimento impugnato, bensì incide, semmai, sulla relativa fase integrativa dell’efficacia, e, quindi, sulla sua conoscibilità da parte degli interessati (TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 25 marzo 2009, n. 1607): ed invero, ai fini della legittimità dell’iter procedimentale posto in essere dall’amministrazione per il ripristino dei valori giuridici offesi dalla realizzazione di un opera abusiva, il proprietario pretermesso, da un lato, può, comunque, autonomamente gravarsi nei confronti del provvedimento sanzionatorio, facendo valere le proprie ragioni entro il termine decorrente dalla piena conoscenza dell'ingiunzione, e, d’altro lato, mantiene appieno tutelata la propria posizione, dacché l'acquisizione gratuita dell’immobile in sua titolarità per abusi edilizi non potrebbe verificarsi, ove non gli fosse stata notificata la previa ingiunzione di demolizione (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. II, 19 ottobre 2006, n. 8673; sez. VI, 4 ottobre 2007, n. 8921; 12 febbraio 2008, n. 742; sez. II, 18 novembre 2008, n. 19800; sez. VIII, 24 giugno 2009, n. 3503; TAR Piemonte, Torino, sez. I, 17 gennaio 2007, n. 34; TAR Lazio, Roma, sez. II, 3 luglio 2007, n. 5968; TAR Abruzzo, Pescara, 5 luglio 2007, n. 672; TAR Sicilia, Palermo, sez. II, 25 giugno 2009, n. 1171).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Tar Campania Napoli Sez. VIII del 19.2.2015

 
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La vigente normativa edilizia riconosce la possibilità di assentire varianti al progetto approvato. La giurisprudenza distingue, in proposito, tra varianti in senso proprio, varianti essenziali e varianti minime (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 11 aprile 2007 n. 1572; Cass. pen., sez. III, 24 marzo 2 ... Continua a leggere

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domenica 22 febbraio 2015 21:21

Appalto: nel caso di ricorso proposto contro il giudizio di anomalia dell'offerta il Giudice amministrativo può sindacare le valutazioni compiute dall'Amministrazione sotto il profilo della loro logicità e ragionevolezza e della congruità dell'istruttoria

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 11.2.2015

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Vale premettere che il procedimento di verifica dell'anomalia non ha carattere sanzionatorio ( al fine di eliminare l'offerta sospettata di anomalia ) e non ha per oggetto la ricerca di specifiche e singole inesattezze dell'offerta economica, mirando piuttosto ad accertare se in concreto l'offerta, nel suo complesso, sia attendibile ed affidabile in relazione alla corretta esecuzione dell'appalto; esso è pertanto finalizzato a garantire e tutelare l'interesse pubblico concretamente perseguito dall'amministrazione attraverso la procedura di gara per la effettiva scelta del miglior contraente possibile ai fini dell'esecuzione dell'appalto ( ex multis, C.d.S., sez. III, 14 dicembre 2012, n. 6442; sez. IV, 30 maggio 2013, n. 2956; sez. V, 18 febbraio 2013, n. 973, 15 aprile 2013, n. 2063 ), ponendosi l'esclusione dalla gara dell'offerente per l'anomalia della sua offerta soltanto come effetto della valutazione ( operata dall'amministrazione appaltante ) di complessiva inadeguatezza della stessa rispetto al fine da raggiungere. Trattasi, è stato più volte sottolineato, di vicenda che rientra nella discrezionalità tecnica dell'Amministrazione, per cui soltanto in caso di macroscopiche illogicità, vale a dire di errori di valutazione evidenti e gravi, oppure di valutazioni abnormi o affette da errori di fatto, il giudice della legittimità può intervenire, restando per il resto la capacità di giudizio confinata entro i limiti dell'apprezzamento tecnico proprio di tale tipo di discrezionalità ( C.d.S., Ad.Pl., 29 novembre 2012, n. 36; V, 26 settembre 2013, n. 4761; 18 agosto 2010, n. 5848; 23 novembre 2010, n. 8148; 22 febbraio 2011, n. 1090). La giurisprudenza è altresì saldamente orientata nel senso che, nel caso di ricorso proposto avverso il giudizio di anomalia dell'offerta presentata in una pubblica gara, il Giudice amministrativo possa sindacare le valutazioni compiute dall'Amministrazione sotto il profilo della loro logicità e ragionevolezza e della congruità dell'istruttoria, mentre non possa invece operare autonomamente la verifica della congruità dell'offerta presentata e delle sue singole voci, sovrapponendo così la sua idea tecnica al giudizio - non erroneo né illogico - formulato dall'organo amministrativo cui la legge attribuisce la tutela dell'interesse pubblico nell'apprezzamento del caso concreto, poiché, così facendo, il Giudice invaderebbe una sfera propria della P.A. ( C.d.S., IV, 27 giugno 2011, n. 3862; V, 28 ottobre 2010, n. 7631 ). In tal senso la giurisprudenza ha ripetutamente sottolineato come il corretto svolgimento del procedimento di verifica presupponga l'effettività del contraddittorio ( tra amministrazione appaltante ed offerente ), di cui costituiscono necessarii corollarii l'assenza di preclusioni alla presentazione di giustificazioni ancorate al momento della scadenza del termine di presentazione delle offerte, la immodificabilità dell'offerta ma la sicura modificabilità delle giustificazioni, nonché l'ammissibilità di giustificazioni sopravvenute e di compensazioni tra sottostime e sovrastime, purché l'offerta risulti nel suo complesso affidabile al momento dell'aggiudicazione e a tale momento dia garanzia di una seria esecuzione del contratto ( ex pluribus, C.d.S., sez. IV, 22 marzo 2013, n. 1633; 23 luglio 2012, n. 4206; sez. V, 20 febbraio 2012, n. 875; sez. VI, 24 agosto 2011, n. 4801; 21 maggio 2009, n. 3146; da ultimo, Cons. St., V, 11 giugno 2014, n. 2982 ).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 11.2.2015

 
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domenica 22 febbraio 2015 20:47

Giudizio sul silenzio: il giudice amministrativo non può andare di regola andare oltre la declaratoria di illegittimità dell'inerzia e l'ordine di provvedere

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di stato Sez. IV del 12.2.2015

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Trattandosi di un giudizio su silenzio, il Consiglio di Stato nella sentenza del 12.2.2015 ha premesso che l'obbligo giuridico di provvedere - ai sensi dell'art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, come modificato dall’art. 7 della legge 18 giugno 2009, n. 69 - sussiste in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento e quindi, tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell'Amministrazione (cfr. Cons. Stato, sez. V, 3 giugno 2010, n. 3487). Nei giudizi di tale natura, il giudice amministrativo non di regola può andare oltre la declaratoria di illegittimità dell'inerzia e l'ordine di provvedere; gli resta precluso il potere di accertare direttamente la fondatezza della pretesa fatta valere dal richiedente, sostituendosi all'Amministrazione stessa. Le disposizioni relative, ove interpretate diversamente, attribuirebbero illegittimamente, in modo indiscriminato, una giurisdizione di merito (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 24 maggio 2010, n. 3270). Tuttavia, nell'ambito del giudizio sul silenzio, il giudice potrà conoscere dell’accoglibilità dell'istanza: a) nelle ipotesi di manifesta fondatezza, allorché siano richiesti provvedimenti amministrativi dovuti o vincolati in cui non c'è da compiere alcuna scelta discrezionale che potrebbe sfociare in diverse soluzioni e fermo restando il limite della impossibilità di sostituirsi all'Amministrazione; b) nell'ipotesi in cui l'istanza sia manifestamente infondata, sicché risulti del tutto diseconomico obbligare l’Amministrazione a provvedere laddove l'atto espresso non potrebbe che essere di rigetto (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 12 marzo 2010, n. 1468).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di stato Sez. IV del 12.2.2015

 
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domenica 22 febbraio 2015 20:40

Impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili: i principi sanciti dal Consiglio di Stato

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.2.2015

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La giurisprudenza ha più volte sottolineato (cfr. Cons. Stato,sez. IV, 23 maggio 2012, nr. 3039, e 1 agosto 2012, nr. 4400) che il procedimento autorizzatorio degli impianti destinati alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è regolato da una speciale disciplina legislativa: infatti, in questa materia il legislatore, nel dare attuazione alla direttiva comunitaria 2001/77/CE del 27 settembre 2001, finalizzata a disciplinare uniformemente e ad incentivare tali forme di produzione di energia anche a mezzo della semplificazione dei procedimenti autorizzatori, è intervenuto con una disciplina procedimentale ad hoc che culmina con il rilascio (o con il diniego) della cosiddetta autorizzazione unica regionale. Questa disciplina – incentrata sulla concentrazione procedimentale in ragione del confronto richiesto dall’approvvigionamento energetico mediante tecnologie che non immettono in atmosfera sostanze nocive, e sul valore aggiunto intrinseco allo stesso confronto dialettico delle amministrazioni interessate - presenta effettivamente, ratione materiae, carattere speciale, di guisa che il modello procedimentale e provvedimentale legittimante l’installazione di siffatti impianti è esclusivamente quello dell’autorizzazione unica regionale, tipizzato espressamente dal già citato art. 12 d.lgs. nr. 387 del 2003 (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 27 novembre 2012, nr. 5994). Tanto premesso, non può non rilevarsi, relativamente alla fattispecie per cui è causa, che la suddetta specialità opera, senza dubbio, anche sul versante dell’accertamento della compatibilità con le norme urbanistiche ed edilizie (e, infatti, si è già rilevato come il comma 4 dell’art. 12 su citato qualifichi espressamente l’autorizzazione unica regionale, anche come “titolo a costruire” l’impianto): di modo che, al netto della possibile applicabilità dell’istituto della d.i.a. - del quale però la stessa odierna appellante principale ammette di non essersi avvalsa, con conseguente inconferenza dei problemi innescati dalla normativa regionale poi dichiarata illegittima –, a fronte di una istanza di permesso di costruire l’Amministrazione comunale avrebbe dovuto semplicemente dichiarare la propria incompetenza a provvedere, spettando la competenza a rilasciare il titolo in questione unicamente alla Regione o alla Provincia da questa delegata (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 27 aprile 2012, nr. 2473; Cons. Stato, sez. VI, 31 marzo 2011, nr. 2001). Per scaricare gratuitamente la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

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domenica 22 febbraio 2015 20:27

Farmacie: non è irrazionale la collocazione di una nuova farmacia in area già servita da preesistenti esercizi, laddove giustificato dall’entità della popolazione interessata

segnalazione del Prof. avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 12.2.2015

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La dislocazione delle sedi farmaceutiche sul territorio comunale sia frutto di ampia discrezionalità, con la conseguente insindacabilità – se non gravi ed evidenti vizi di razionalità - delle relative scelte dell’amministrazione, opinabili per definizione, e che di per sé non è manifestamente irrazionale la collocazione di una nuova farmacia in area già servita da preesistenti esercizi, laddove giustificato dall’entità della popolazione interessata, poiché, se è vero che l’aumento delle farmacie risponde anche allo scopo di estendere il servizio farmaceutico alle zone meno servite, è altresì vero che tale indicazione non è tassativa né esclusiva, stante il prioritario criterio della “equa distribuzione sul territorio” (cfr. sentt. 10 aprile 2014 n. 1727 e 25 febbraio 2014 n. 915). Scarica gratuitamente ala sentenza cliccando su "Accedi al Provvedimento".

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domenica 22 febbraio 2015 20:03

Gare pubbliche: l'impugnazione delle regole di partecipazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.2.2015

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Nelle gare pubbliche l’accettazione delle regole di partecipazione non comporta l’inoppugnabilità di clausole del bando regolanti la procedura di gara che fossero, in ipotesi, illegittime: diversamente opinando si perverrebbe alla paradossale e non accettabile conclusione che, per partecipare alla gara, l’operatore economico dovrebbe necessariamente prestare acquiescenza a tutte le clausole, con conseguente esclusione della relativa possibilità di tutela giurisdizionale, atteso che una siffatta irragionevole preclusione sarebbe contraria agli artt. 24, comma 1, e 113, comma 1, Cost. (cfr. Cons. Stato, sez. V, 5 novembre 2014, nr. 5479; id., sez. IV, 17 febbraio 2014, nr. 749). Al contrario, è jus receptum che le clausole della procedura di gara di regola possono essere impugnate dall’interessato solo dopo aver dimostrato non solo la volontà di partecipare alla procedura selettiva, ma anche – come sopra evidenziato, e salve le eccezioni dianzi precisate - la lesione attuale e concreta dell’interesse legittimo azionato (cfr. ex plurimis Cons. Stato, sez. V, 11 giugno 2013, nr. 3231; id., 10 maggio 2013, nr. 2554; id., sez. VI, 18 settembre 2009, nr. 5626; id., 23 dicembre 2008, nr. 6523).

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Nelle gare pubbliche l’accettazione delle regole di partecipazione non comporta l’inoppugnabilità di clausole del bando regolanti la procedura di gara che fossero, in ipotesi, illegittime: diversamente opinando si perverrebbe alla paradossale e non accettabile conclusione che, per partecipare alla ... Continua a leggere

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domenica 22 febbraio 2015 19:59

Avanzamento di Militari: dall’elevato grado di discrezionalità delle valutazioni compiute dall’Amministrazione sulla carriera degli ufficiali scrutinandi discende l’ammissibilità del sindacato del giudice solo per manifesta abnormità, discriminatorietà o travisamento dei presupposti di fatto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.2.2015

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Nel giudizio in esame veniva impugnata la mancata iscrizione nel quadro d'avanzamento al grado superiore. Il Consiglio di Stato con la sentenza del 12 febbraio 2015 ha premesso che: - da un lato, costituisce orientamento consolidato di questo Consiglio di Stato che dall’elevato grado di discrezionalità che connota le valutazioni compiute dall’Amministrazione sulla carriera degli ufficiali scrutinandi (le quali, comportando un attento apprezzamento delle capacità e delle attitudini proprie della vita militare dimostrate in concreto, impingono direttamente nel merito dell’azione amministrativa) discende l’ammissibilità del sindacato giurisdizionale solo entro i limiti dei vizi di manifesta abnormità, discriminatorietà o travisamento dei presupposti di fatto, non essendo in questo caso il giudice amministrativo munito di cognizione di merito (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 19 febbraio 2010, n. 999; sez. IV, 19 febbraio 2010, n. 1000 ; sez. IV, 31 dicembre 2009, n. 9293; sez. IV, 28 dicembre 2005, nr. 7427; id., 14 febbraio 2005, nr. 440; id., 14 dicembre 2004, nr. 7949; id., 27 aprile 2004, nr. 2559; id., 17 dicembre 2003, nr. 8278; id., 18 ottobre 2002, nr. 5741; id., 30 luglio 2002, nr. 4074; id., 3 maggio 2001, nr. 2489); - dall’altro lato, è ugualmente acquisito il criterio di giudizio, secondo il quale sono apprezzabili quelle palesi disfunzioni dell’esercizio del potere valutativo, in presenza delle quali il vizio della valutazione di merito trasmoda in eccesso di potere per manifesta irrazionalità in cui si esterna il cattivo esercizio del potere amministrativo, sì da far ritenere che i punteggi siano frutto di errori ovvero il risultato di criteri impropri, non atti alla selezione - trasparente, oggettiva ed imparziale - degli ufficiali più idonei alle funzioni del grado superiore da conferire (Cons. Stato, sez. IV, 24 dicembre 2009, n. 8758). Su quest’ultimo punto la Sezione ha avuto modo di precisare, dopo un’ampia ricostruzione del quadro normativo regolante la materia dell’avanzamento degli ufficiali delle FF. AA., che, seppure, in applicazione del principio di discrezionalità, si ritiene di norma precluso al giudice amministrativo di valutare l’importanza degli incarichi rivestiti dagli ufficiali, al fine di giustificare un diverso giudizio dei candidati oggetto dello scrutinio, in quanto lo stesso giudice deve basare il suo esame sulle risultanze della documentazione caratteristica senza passare ad apprezzamenti di merito riservati all’Amministrazione (Cons. St., sez. IV, 31/3/2009, n. 1901; id., n. 3339/2008 ), siffatto orientamento non deve tradursi in una rinuncia all’esercizio del sindacato giurisdizionale ed in una presa d’atto di un’area di immunità riservata all’amministrazione. In buona sostanza, il principio della tendenziale insindacabilità della discrezionalità tecnica va applicato con grande cautela ai singoli casi, per evitare che quella discrezionalità si trasformi in abuso nell’esercizio del potere. Il principio di discrezionalità, infatti, non comporta l’attribuzione alla Commissione superiore di avanzamento di un potere insindacabile e di puro arbitrio o, comunque, esclusivo ed ermetico, atteso che i principi giurisprudenziali seguiti dal giudice amministrativo non tendono affatto a prefigurare la intangibilità dei giudizi in questione, bensì a precisare i limiti del proprio sindacato, segnati dalla necessità di rispettare la linea che comunque separa il giudizio di legittimità dalla valutazione di merito, squisitamente discrezionale, demandata in via esclusiva all’apprezzamento del competente organo valutatore (Cons. St., sez. IV, 10 dicembre 2009 , n. 7736; cfr. anche sez. IV, 17 dicembre 2008, n. 6248).

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Nel giudizio in esame veniva impugnata la mancata iscrizione nel quadro d'avanzamento al grado superiore. Il Consiglio di Stato con la sentenza del 12 febbraio 2015 ha premesso che: - da un lato, costituisce orientamento consolidato di questo Consiglio di Stato che dall’elevato grado di discrezio ... Continua a leggere

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domenica 22 febbraio 2015 19:48

Un atto amministrativo è meramente confermativo, e perciò non impugnabile, se è stato adottato senza una nuova istruttoria e una nuova ponderazione degli interessi

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 12.2.2015

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Per costante giurisprudenza “l'adozione di un nuovo atto, quando non sia meramente confermativo di un provvedimento precedente già oggetto di impugnazione giurisdizionale ma costituisca (nuova) espressione di una funzione amministrativa, comporta la pronuncia d'improcedibilità del giudizio in corso per sopravvenuta carenza di interesse, trasferendosi l'interesse del ricorrente dall'annullamento dell'atto impugnato, sostituito dal nuovo provvedimento, all'annullamento di quest'ultimo”. Ciò non già perché satisfattorio, ma per ragioni esattamente contrarie: ove esso rimanga non gravato, ovvero il gravame articolato nei confronti di detto atto sia inammissibile, l’impugnante non avrebbe alcun interesse a che il mezzo proposto nei confronti dell’atto “confermato” sia deciso, e financo accolto: l’assetto di interessi resterebbe disciplinato dal “secondo” provvedimento, parimenti lesivo, ma ormai immodificabile, ed egli non ricaverebbe alcun giovamento dall’annullamento del “primo”, con correlativo spreco di attività giurisdizionale. Allo scopo di stabilire se un atto amministrativo è meramente confermativo , e perciò non impugnabile, o di conferma in senso proprio e, quindi, autonomamente lesivo e da impugnarsi nei termini, occorre verificare se l'atto successivo è stato adottato o meno senza una nuova istruttoria e una nuova ponderazione degli interessi; in particolare, non può considerarsi meramente confermativo rispetto ad un atto precedente l'atto la cui adozione sia stata preceduta da un riesame della situazione che aveva condotto al precedente provvedimento, giacché solo l'esperimento di un ulteriore adempimento istruttorio, sia pure mediante la rivalutazione degli interessi in gioco e un nuovo esame degli elementi di fatto e di diritto che caratterizzano la fattispecie considerata, può dare luogo a un atto propriamente confermativo in grado, come tale, di dare vita ad un provvedimento diverso dal precedente e quindi suscettibile di autonoma impugnazione; ricorre invece l'atto meramente confermativo quando l'amministrazione, a fronte di un'istanza di riesame si limita a dichiararne l'esistenza di un suo precedente provvedimento senza compiere alcuna nuova istruttoria e senza una nuova motivazione (giurisprudenza costante: ex aliis di recente Cons. Stato Sez. IV, 14-04-2014, n. 1805).

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domenica 22 febbraio 2015 09:58

Edilizia: sì al rilascio della concessione edilizia in presenza di contratto di comodato

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 9.2.2015

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La vicenda giunta innanzi alla Quarta Sezione del Consiglio di Stato riguarda il ricorso proposto da un'associazione contro gli atti amministrativi in forza dei quali è stata assentita l'edificazione di due edifici (da adibire, l’uno a bar, tavola calda e market e l'altro a reception) realizzati a servizio di un'area (situata in zona di protezione naturalistica) facente parte di un campeggio preesistente, da questo scorporata, al fine di realizzare altro campeggio, e data in comodato al richiedente la concessione in argomento. Il primo giudice ha osservato che il contratto di comodato (intervenuto tra il proprietario dell’area ed il concessionario) “instaura una relazione stabile (detenzione) con il bene oggetto del medesimo, sufficiente, come quella del locatario, per richiedere ed ottenere la concessione edilizia”. L'associazione contesta questo orientamento, argomentando che l’art. 4 delle legge n.10/1977 non prevede tra i titoli legittimanti il grado di parentela e che il comodatario non avrebbe titolo idoneo per innovare il bene ricevuto e pertanto non può essere destinatario di una concessione edilizia. Il Consiglio di Stato sul punto ha affermato che il grado di parentela non ha alcuna rilevanza nella specie, poiché la concessione è stata assentita non sulla base di relazione familiare, bensì in base di verifica del titolo per richiederla, secondo la disposizione dell’art. 4 della legge n. 10/1977, ricordata dalla stessa appellante. L’altro assunto urta col rilievo che da tempo la giurisprudenza formatasi in relazione a detta disposizione di legge, ha affermato il principio per cui la concessione edilizia può essere rilasciata al soggetto che dimostri di avere la disponibilità dell’area di riferimento in base a diritto reale o di obbligazione (v. ad es., Cass., Sez. III, sent. n. 6005 del 15-03-2007). E non v’è dubbio che, quanto al comodato, si tratta di contratto che attribuisce la detenzione del bene, posizione che, analogamente alla locazione, costituisce una forma di disponibilità del medesimo sufficiente ad ottenere il titolo edilizio (salva l’opposizione del proprietario).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 9.2.2015

 
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domenica 22 febbraio 2015 09:38

Processo amministrativo: i vizi della notificazione e l’effetto di sanatoria derivante dalla costituzione in giudizio dell'amministrazione intimata

segnalzione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 21.1.2015

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In vigenza dell’art. 17 del r.d. 642/1907, in tema di nullità del ricorso, si è ritenuto che il comma 3, secondo cui “La comparizione dell’intimato sana la nullità e la irregolarità dell’atto salvo i diritti acquisiti anteriormente alla comparizione”, fissasse un limite al principio della sanatoria per effetto del conseguimento dello scopo, nel senso che questo risultato si producesse nel solo caso in cui la costituzione del soggetto intimato fosse avvenuta prima della scadenza del termine decadenziale per la proposizione del ricorso (cfr. Cons. Stato, IV, n. 526/1979; V, n. 1218/1978 e n. 60/1998). In mancanza di un’esplicita disciplina della nullità della notificazione del ricorso nel processo amministrativo, un orientamento risalente riconduceva all’art. 17, comma 3, cit., anche la nullità della notificazione del ricorso, e riteneva che la comparizione della parte intimata non fosse idonea a sanare le irregolarità della notificazione, rientrando tra i diritti acquisiti fatti salvi dalla norma anche quello di chiedere la declaratoria di inammissibilità del ricorso per irrituale notificazione (cfr. Cons. Stato, IV, n. 947/1973 e n. 49/1971; V, n. 1258/1968). Un diverso orientamento, limitando l’ambito di applicazione dell’art. 17 ai vizi del ricorso, riteneva che la costituzione in giudizio della parte intimata con ricorso notificato irregolarmente sanasse in ogni caso il vizio di notifica, dovendosi applicare il principio generale dell’art. 156, comma 3, c.p.c., secondo il quale il conseguimento dello scopo cui l’atto è preordinato ne sana la nullità (cfr. Cons. Stato, IV, n. 1145/1977 e n. 435/1974). Il contrasto giurisprudenziale è stato affrontato dall’Adunanza Plenaria, la quale ha affermato che l’art. 17 è applicabile soltanto alla sanatoria dei vizi di nullità del ricorso, mentre l’invalidità della notificazione non è regolata nello speciale ordinamento del processo amministrativo e resta disciplinata dalle norme generali in materia di notificazioni di cui agli artt. 156 e 160, c.p.c., con la conseguenza che il vizio di notificazione del ricorso è sanato con effetto ex tunc dalla costituzione in giudizio dell’Amministrazione, e che non può ritenersi verificata la decadenza dei ricorrenti dall’impugnazione quando l’Amministrazione si sia costituita in giudizio, ancorché dopo la scadenza del termine (cfr. Cons. Stato, A.P., n. 52/1980). In questa prospettiva si è mossa la giurisprudenza successiva, ma sempre sulla base del presupposto della non applicabilità dell’art. 17, cit., all’ipotesi di invalidità della notificazione, e della correlata applicabilità degli artt. 156 e 160 c.p.c. (cfr. Cons. Stato, VI, n. 85/1986; V, n. 265/1985; IV, n. 531/1984; più recentemente, IV, n. 3019/2009; VI, n. 4094/2008 e n. 3233/2008). Non mancano, peraltro, pronunce nel senso che la comparizione in giudizio del destinatario di una notificazione nulla sana tale nullità, fatti salvi i diritti acquisiti anteriormente alla comparizione stessa, per cui, se quest'ultima si verifica dopo la scadenza del termine entro cui la regolare notificazione doveva essere effettuata, il ricorso non si salva dalla nullità (cfr. Cons. Stato, IV, n. 1737/1998; V, n. 1328/1996). 14.2. Oggi, l’art. 44, comma 3, cod. proc. amm. (“Vizi del ricorso e della notificazione”), stabilisce che “La costituzione degli intimati sana la nullità della notificazione del ricorso, salvi i diritti acquisiti anteriormente alla comparizione, nonché le irregolarità di cui al comma 2”. La formulazione riproduce sostanzialmente quella dell’art. 17, comma 3, del r.d. 642/1907, e sembra logico interpretarla secondo il significato che la giurisprudenza ha attribuito a detta disposizione. Dunque, anche riguardo ai vizi della notificazione, l’effetto di sanatoria derivante dalla costituzione in giudizio dell'amministrazione intimata non opera più ex tunc, come (in assenza di una specifica disposizione che, riguardo ai vizi della notificazione, facesse salvi i diritti acquisiti) si riteneva in passato, ma ex nunc, cosicché restano ferme le eventuali decadenze già maturate, in danno del notificante, prima della costituzione in giudizio del destinatario della notifica. Ne consegue che la costituzione dell'Amministrazione intimata, avvenuta dopo la scadenza del termine di legge per la proposizione dell'azione di annullamento, non opera retroattivamente e non fa venir meno la possibilità di eccepire l’inammissibilità del ricorso.

segnalzione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 21.1.2015

 
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domenica 22 febbraio 2015 09:31

Interdittiva tipica: le caratteristiche essenziali ed il sindacato del giudice amministrativo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 21.1.2015

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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 21.1.2015 ha evidenziato come la Sezione ha indicato da ultimo (cfr., per tutti, Cons. St., III, 1° settembre 2014 n. 4441; id., 15 settembre 2014 n. 4693) le caratteristiche essenziali dell’interdittiva c.d. tipica ex artt. 91 e ss. del Dlg 159/2011, la quale esprime l’anticipazione massima possibile, in uno Stato di diritto qual è la Repubblica, della soglia di difesa sociale. Insomma, l’interdittiva de qua vuol assicurare una tutela avanzata nel contrasto alle attività della criminalità organizzata e, appunto per questo, essa non deve per forza collegarsi ad accertamenti in sede penale di carattere definitivo e certi sull'esistenza della contiguità di un'impresa con le organizzazioni malavitose. Tanto perché il condizionamento in atto dell'attività di impresa può esser inferito, in base ad una valutazione complessiva di discrezionalità lata sulla loro rilevanza, da elementi sintomatici ed indiziari da cui emerga il pericolo che si possa verificare il tentativo (quindi, non il fatto specifico) dell’ingerenza criminale nell'attività d’impresa. Se, dunque, l’interdittiva stessa è misura preventiva per impedire alla criminalità organizzata d’aver rapporti contrattuali, diretti (grazie ad imprese di mafiosi) o mediati (da imprese condizionate dalle mafie) con la P.A., la valutazione prefettizia dei relativi elementi sintomatici, proprio perché esprime un’ampia discrezionalità, è soggetta al sindacato di legittimità di questo Giudice sotto il profilo della sua logicità in relazione alla rilevanza dei fatti accertati (cfr. così Cons. St., III, 25 giugno 2014 n. 3208). Ebbene, l’accertamento di questo Giudice sulla rilevanza, o meno, di detti elementi anzitutto attiene alla tenuta logica complessiva di tutti e di ciascuno di essi, onde ben può esser aggredita, in questa sede di legittimità, anche confutandone l’esistenza, la consistenza e la pertinenza dato per dato. Non è qui in discussione che l’analisi dei dati in sé e della loro rilevanza debba esser condotta considerandoli nella loro globalità (cfr., per tutti, Cons. St., VI, 6 agosto 2013 n. 4119). Infatti, l’eventuale carenza o l’insufficienza d’un dato, se non in sé erroneo, non inficia la valutazione complessiva, ben potendo esser compensato dalla presenza di altri che, nel loro insieme, siano precisi e concordanti nel concludere per la serietà del pericolo d’infiltrazione. Ma neppure va dimenticato che l’interdittiva, proprio per la sua natura cautelare, è sempre ad tempus e soggetta a revisione e ad aggiornamento, anche in pejus, man mano che la situazione dell’impresa considerata evolve e si affinano le tecniche d’indagine e le notizie che la riguardano. Sicché non è consentito invero al Prefetto, basare il proprio giudizio su elementi che, tutti e ciascuno, non attingano la soglia della ragionevolezza e, soprattutto, siano smentiti in fatto o in diritto da sentenze dell’AGO che intervengano sugli stessi dati considerati. Tanto affinché l’interdittiva non trasmodi da misura cautelare ad arbitrio o, peggio, ad un centone di sospetti e dicerie, tali da farne sminuire la serietà e l’efficacia di essa quale buon strumento di lotta in itinere (e non ex post) alle mafie.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 21.1.2015

 
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La Terza Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 21.1.2015 ha evidenziato come la Sezione ha indicato da ultimo (cfr., per tutti, Cons. St., III, 1° settembre 2014 n. 4441; id., 15 settembre 2014 n. 4693) le caratteristiche essenziali dell’interdittiva c.d. tipica ex artt. 91 e ss. del Dl ... Continua a leggere

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domenica 22 febbraio 2015 09:20

Procedimento amministrativo: è inammissibile la censura del privato che si limiti a contestare la mancata comunicazione di avvio del procedimento, senza allegare le circostanze che intendeva sottoporre all’amministrazione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. III del 21.1.2015

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Come affermato più volte da questo Consiglio di Stato in relazione a vizi non invalidanti attinenti alla partecipazione al procedimento amministrativo, poiché l’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, ai sensi dell’art. 7 della legge 241/90, è strumentale ad esigenze di conoscenza effettiva e, conseguentemente, di partecipazione all’azione amministrativa da parte del cittadino nella cui sfera giuridica l’atto conclusivo è destinato ad incidere, in modo che egli sia in grado d’influire sul contenuto del provvedimento, si è frequentemente rilevato che l’omissione di tale formalità non vizia il procedimento nelle ipotesi in cui il contenuto di quest’ultimo sia interamente vincolato, nonché tutte le volte in cui la conoscenza sia comunque intervenuta, sì da ritenere già raggiunto in concreto lo scopo cui tende siffatta comunicazione (v., da ultimo Cons. Stato, III, n.3048/2013 e giurisprudenza ivi richiamata). Corollario di tale impostazione è che ove il privato si limiti a contestare la mancata comunicazione di avvio del procedimento, senza essere in grado di allegare le circostanze che intendeva sottoporre all’amministrazione per contestare detto vincolo, il motivo con cui si lamenta la mancata comunicazione è inammissibile.

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domenica 22 febbraio 2015 09:11

Processo amministrativo: il giudice dell'impugnazione non può rilevare d'ufficio il difetto di giurisdizione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 21.1.2015

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L'articolo 9 del codice del processo amministrativo non consente più al giudice dell'appello di rilevare d'ufficio il difetto di giurisdizione, dal momento che è onere della parte interessata sollevare la questione con apposito motivo d'appello, avverso il capo della pronuncia impugnata che, in modo implicito o esplicito, ha statuito sulla giurisdizione, con la conseguente irrilevanza della eccezione formulata con una memoria. Ciò in quanto, in difetto di uno specifico motivo di appello, risulta evidente l'acquiescenza della parte interessata a sollevare la carenza di giurisdizione. La giurisprudenza di questo Consiglio, da cui non vi è motivo per discostarsi, (ex multis,Sezione VI, 15 dicembre 2010, n. 8925) ha precisato, del resto, come nei processi in corso alla data di entrata in vigore del codice, operi immediatamente la regola richiamata secondo cui il giudice dell'impugnazione non possa rilevare il difetto di giurisdizione se non sia stato eccepito dalla parte nell'appello. Ha, altresì, precisato contestualmente che debba escludersi che il giudice possa dichiarare inammissibile un'eccezione che, rispetto alla normativa in vigore al momento della sua proposizione, risultava ritualmente proposta, coerentemente con il principio del “tempus regit actum”. Ciò considerando che, prima dell'entrata in vigore del codice, l'eccezione di difetto di giurisdizione poteva riproporsi in appello anche con semplice memoria. Se ne deduce che per gli appelli in corso alla data di entrata in vigore del codice, il citato articolo 9 del codice, consente, in applicazione del richiamato principio del “tempus regit actum” che il motivo riguardante il difetto di giurisdizione già sollevato in primo grado, possa introdursi con memoria successiva alla proposizione dell'appello, senza che possa farsi questione di giudicato interno implicito sulla questione di giurisdizione trattata, seppure tacitamente, dal giudice di primo grado (in tal senso, Sezione III, 13 marzo 2012, n. 1415 e Sezione VI, 23 aprile 2012, n. 2390, secondo cui la questione del giudicato interno implicito era già immanente nel sistema quanto meno a far data dalla sentenza della Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 9 ottobre 2008, n. 24883 che ha affermato il principio per cui la decisione di merito contiene anche un'implicita statuizione sulla giurisdizione idonea a passare in giudicato se non viene specificamente impugnata). Da qui, per il giudice dell'appello, di fronte a un giudicato implicito sulla giurisdizione, l’impossibilità di un esame della relativa eccezione senza che venga fatto valere uno specifico motivo di appello (così, Cass. SS. UU.. 8 febbraio 2010, n. 2715).

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L'articolo 9 del codice del processo amministrativo non consente più al giudice dell'appello di rilevare d'ufficio il difetto di giurisdizione, dal momento che è onere della parte interessata sollevare la questione con apposito motivo d'appello, avverso il capo della pronuncia impugnata che, in mod ... Continua a leggere

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domenica 22 febbraio 2015 09:05

Autorizzazione paesaggistica: non è necessaria la valutazione di compatibilità per gli interventi funzionali alla pratica agronomica o silvicolturale che non comportino opere edilizie o civili né alterino l’assetto idrogeologico

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 10.2.2015

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La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 10 febbraio 2015 ha evidenziato in diritto, va rilevato qui che l’art. 149 (Interventi non soggetti ad autorizzazione), comma 1, lett. b) d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) esenta dall’autorizzazione paesaggistica «gli interventi inerenti l'esercizio dell'attività agro-silvo-pastorale che non comportino alterazione permanente dello stato dei luoghi con costruzioni edilizie ed altre opere civili, e sempre che si tratti di attività ed opere che non alterino l'assetto idrogeologico del territorio». La disposizione ripete il testo dell’art. 152 (Interventi non soggetti ad autorizzazione) d.lgs. 29 ottobre 1999, n, 490 (Testo unico dei beni culturali e ambientali) e quello il testo dell’art. 82, ottavo comma, d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616, aggiunti dal d.-l. 27 giugno 1985, n. 312 come convertito con modificazioni dall’art. 1 l. 8 agosto 1985, n. 431. Il significato della disposizione è che – salvo lo speciale caso dei «territori coperti da foreste e da boschi», di cui all’art. 142, comma 1, lett. g) (già art. 146, comma 1, lett. g) d.lgs. n. 490 del 1999, e art. 82, quinto comma, lett. g) d.P.R. n. 616 del 1997, integrato come sopra ricordato) e la sua speciale rilevanza, e per i quali vale comunque l’art. 149, comma 1, lett. c) – l’ordinamento esenta dalla necessità della valutazione di compatibilità paesaggistica, e dunque dalla relativa autorizzazione, gli interventi sulla forma del territorio che siano funzionali alla pratica agronomica o silvicolturale e non comportino opere edilizie o civili né alterino – come di solito è per i movimenti di terra - l’assetto idrogeologico. Si tratta infatti di modificazioni normali della forma del territorio, inerenti all’usuale pratica agricola anche per le piante da frutto o da legna, e alla parabola di esseri viventi e produttivi delle piante stesse, quand’anche interessino uliveti, vigne, pioppeti, frutteti e simili e dunque abbiano frequenza di rimozione tutt’altro che annuale. Normalmente, infatti, non sono oggetto di uno specifico valore espressamente tutelato dal vincolo paesaggistico e non ne sono elementi identificativi (come invece vuole la legge stessa per i boschi e le foreste). Diversamente opinando si incorrerebbe in una compressione eccessiva delle facoltà proprietarie e si otterrebbe il controproducente effetto di una disincentivazione della pratica agricola, con effetti negativi paradossali sulla buona manutenzione del territorio. Resta salvo il caso in cui un vincolo paesaggistico sia stato introdotto proprio per salvaguardare una specifica presenza di piantagioni, quali elementi costitutivi essenziali della tipicità di un certo e qualificato paesaggio agrario: del che dev’essere la motivazione del vincolo a descrivere espressamente il rilievo e l’oggetto. In tal caso domina la salvaguardia di un tipo particolare di paesaggio e la compressione delle facoltà agrarie trova base nell’art. 9 Cost., essendo i paesaggi agrari tipici elementi del paesaggio nazionale di particolare pregio. Non si versa dunque in questa particolare esenzione dell’art. 149, comma 1, lett. b) quando si tratta non già di pratiche agricole o silvicolturali, bensì di interventi su elementi arborei del paesaggio vincolato posti, ad esempio, a ornamento o arredo (es. viali di piante, piante decorative, ecc.): in quel caso la valutazione di compatibilità paesaggistica resta necessaria se la zona è paesisticamente vincolata. È anche il caso di precisare che queste valutazioni afferiscono alla tutela paesaggistica: la quale non è condizionata, né nell’uno né nell’altro senso, dalla tutela silvicolturale delle piante (che segue i suoi distinti procedimenti amministrativi, ove necessari). Nel caso di specie ricorre questa esenzione dell’art. 149, comma 1, lett. b).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 10.2.2015

 
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La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 10 febbraio 2015 ha evidenziato in diritto, va rilevato qui che l’art. 149 (Interventi non soggetti ad autorizzazione), comma 1, lett. b) d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) esenta dall’autorizzazione p ... Continua a leggere

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lunedì 16 febbraio 2015 08:46

Pensionati: in G.U. la circolare sui divieti di conferimento di incarichi dirigenziali

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della circolare del Ministro Madia pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 14.2.2015

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Sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 14 febbraio 2015 è stata pubblicata la circolare n. 6/2014 del Ministro Madia recante "Interpretazione e applicazione dell'articolo 5, comma 9, del decreto-legge n. 95 del 2012, come modificato dall'articolo 6 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90". "L'art. 6 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, ha introdotto nuove disposizioni in materia di "incarichi dirigenziali a soggetti in quiescenza" dirette ad evitare che il conferimento di alcuni tipi di incarico sia utilizzato dalle amministrazioni pubbliche per continuare ad avvalersi di dipendenti collocati in quiescenza o, comunque, per attribuire a soggetti in quiescenza rilevanti responsabilita' nelle amministrazioni stesse, aggirando di fatto lo stesso istituto della quiescenza e impedendo che gli incarichi di vertice siano occupati da dipendenti piu' giovani. Le nuove disposizioni sono espressive di un indirizzo di politica legislativa volto ad agevolare il ricambio e il ringiovanimento del personale nelle pubbliche amministrazioni e prevalgono su disposizioni precedenti, anche speciali, che da intendersi abrogate qualora consentano il conferimento di incarichi o cariche, rientranti tra quelli ormai vietati, a soggetti in quiescenza. La circolare, indica, la data del 25 giugno 2014 a decorrere dalla quale si applicano i nuovi divieti che riguardano gli atti con il quale l'autorita' titolare del relativo potere vi ha proceduto, indipendentemente da adempimenti successivi, come gli atti di controllo. La nuova disciplina e' applicabile, invece, agli incarichi non ancora conferiti alla suddetta data, anche se sia gia' intervenuta la designazione da parte di un soggetto diverso dall'autorita' avente il potere di nominare o conferire l'incarico, salvo che la peculiare articolazione del relativo procedimento - che preveda, per esempio, la designazione a seguito di procedimento elettorale o di procedura selettiva - non induca ad applicare diversamente il principio tempus regit actum, tenendo conto della fase alla quale il procedimento era arrivato al momento di entrata in vigore della disposizione. Ove, peraltro, l'incarico sia stato effettivamente conferito prima dell'entrata in vigore del divieto e cio' possa essere documentato con certezza, la sua formalizzazione puo' intervenire anche in un momento successivo. Va poi ricordato che la legge di conversione - legge 11 agosto 2014, n. 114, entrata in vigore il 19 agosto 2014, essendo stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del giorno precedente - ha parzialmente modificato le originarie previsioni del decreto-legge, con particolare riferimento alle designazioni in enti o societa' controllati dalle amministrazioni pubbliche. Le modifiche hanno quindi prodotto effetti a partire dal 19 agosto 2014. Va infine rilevato che la nuova disciplina si aggiunge, senza modificarle, alle altre discipline vigenti che pongono simili divieti (si veda, in particolare, l'art. 25 della legge 23 dicembre 1994, n. 724) e che regolano il conferimento di incarichi, quali quelle in materia di incompatibilita' e inconferibilita', di limiti alle spese per consulenze, di limiti retributivi nelle pubbliche amministrazioni, di compensi e rimborsi spese per gli organi collegiali, di gratuita' di specifici incarichi, di cumulo tra trattamento economico e pensione. - Soggetti interessati. L'ambito di applicazione dei divieti, per quanto riguarda le amministrazioni interessate, rimane quello gia' definito dalla precedente versione della disciplina in esame: esso comprende tutte le amministrazioni rientranti nella definizione dell'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 o nell'elenco annualmente redatto dall'Istituto nazionale di statistica (Istat), di cui all'art. 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, nonche' le autorita' indipendenti, compresa la Consob. Devono ritenersi soggetti ai divieti gli incarichi conferiti da qualsiasi organo o ufficio delle amministrazioni in esame, compresi quelli conferiti dai ministri, in quanto organi di vertice dei ministeri, nonche' dagli organi di governo degli enti territoriali e dagli organi di vertice degli enti pubblici e degli altri organismi rientranti nell'ambito di applicazione indicato. Non vi rientrano, ovviamente, gli incarichi conferiti da organizzazioni diverse dalle pubbliche amministrazioni italiane. Il divieto si estende a qualsiasi lavoratore dipendente collocato in quiescenza, indipendentemente dalla natura del precedente datore di lavoro e del soggetto che corrisponde il trattamento di quiescenza, compresi, quindi, i pensionati degli organi costituzionali. Non riguarda questi ultimi soggetti, infatti, la previsione dell'ultimo periodo del citato comma 9 dell'art. 5, che prevede che i suddetti organi si adeguino alle disposizioni dello stesso comma nell'ambito della propria autonomia. Questa previsione riguarda gli incarichi conferiti dagli stessi organi costituzionali, ai quali i divieti in esame non possono essere imposti, e non gli incarichi conferiti dalle pubbliche amministrazioni a lavoratori in quiescenza, gia' dipendenti di organi costituzionali, in ordine ai quali non vi e' un problema di tutela dell'autonomia dei suddetti organi. La condizione del collocamento in quiescenza, ostativa rispetto al conferimento di incarichi e cariche, rileva nel momento del conferimento. Le amministrazioni eviteranno peraltro comportamenti elusivi, consistenti nel conferire a soggetti prossimi alla pensione incarichi e cariche il cui mandato si svolga sostanzialmente in una fase successiva al collocamento in quiescenza. Per tali soggetti, le amministrazioni valuteranno la possibilita' di conferire un incarico gratuito (su cui si veda il paragrafo 6). - Incarichi vietati. La disciplina in esame pone puntuali norme di divieto, per le quali vale il criterio di stretta interpretazione ed e' esclusa l'interpretazione estensiva o analogica (come chiarito dalla Corte dei conti, Sezione centrale del controllo di legittimita' sugli atti del Governo e delle amministrazioni dello Stato, deliberazione n. 23/2014/prev del 30 settembre 2014). Incarichi vietati, dunque, sono solo quelli espressamente contemplati: incarichi di studio e di consulenza, incarichi dirigenziali o direttivi, cariche di governo nelle amministrazioni e negli enti e societa' controllati. Il legislatore ha voluto perseguire gli obiettivi sopra ricordati, vietando il conferimento a soggetti in quiescenza di incarichi e cariche che, indipendentemente dalla loro natura formale, consentono di svolgere ruoli rilevanti al vertice delle amministrazioni. Un'interpretazione estensiva dei divieti in esame, non coerente con il fine di evitare che soggetti in quiescenza assumano rilevanti responsabilita' nelle amministrazioni, potrebbe determinare un'irragionevole compressione dei diritti dei soggetti in quiescenza, in violazione dei principi enunciati dalla giurisprudenza costituzionale, che ammette limitazioni a carico dei soggetti in questione purche' imposte in relazione a un apprezzabile interesse pubblico (si vedano, in particolare, le sentenze n. 566 del 1989, n. 406 del 1995 e n. 33 del 2013 della Corte costituzionale). Ai fini dell'applicazione dei divieti, occorre prescindere dalla natura giuridica del rapporto, dovendosi invece considerare l'oggetto dell'incarico. La disciplina in esame, dunque, non esclude alcuna delle forme contrattuali contemplate dall'art. 7 del decreto legislativo n. 165 del 2001, ma impedisce di utilizzare quelle forme contrattuali per conferire incarichi aventi il contenuto proprio degli incarichi vietati. Tra gli incarichi vietati rientrano tutti gli incarichi dirigenziali, compresi quelli di cui all'art. 19, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001 e da disposizioni analoghe. Tra gli incarichi direttivi, tutti quelli che implicano la direzione di uffici e la gestione di risorse umane. Vi rientrano, quindi, anche incarichi in strutture tecniche, quali quelli di direttore scientifico o sanitario, che comportano le suddette mansioni. Gli incarichi di studio e consulenza sono quelli che presuppongono competenze specialistiche e rientrano nelle ipotesi di contratto d'opera intellettuale, di cui agli articoli 2229 e seguenti del codice civile. Costituiscono incarichi di studio quelli consistenti nello svolgimento di un'attivita' di studio, che possono essere individuati con riferimento ai parametri indicati dal decreto del Presidente della Repubblica 18 aprile 1994, n. 338. Costituiscono consulenze le richieste di pareri a esperti (cosi' Corte dei conti, Sezioni riunite in sede di controllo, delibera 15 febbraio 2005, n. 6/CONTR/05). In assenza di esclusioni al riguardo, devono ritenersi rientranti nel divieto anche gli incarichi dirigenziali, direttivi, di studio o di consulenza nell'ambito degli uffici di diretta collaborazione di organi politici. Tra le cariche in organi di governo di amministrazioni e di enti e societa' controllate, a parte le esclusioni espressamente previste dalla legge (relative alle giunte degli enti territoriali e agli organi elettivi degli enti pubblici associativi), rientrano quelle che comportano effettivamente poteri di governo, quali quelle di presidente, amministratore o componente del consiglio di amministrazione. La nomina in consigli di amministrazione, in particolare, rientra nell'ambito del divieto indipendentemente dalla qualifica in virtu' della quale il soggetto in quiescenza sia stato nominato (per esempio, in qualita' di esperto o rappresentante di una determinata categoria), dato che il consiglio di amministrazione ha comunque funzioni di governo dell'ente. Naturalmente, il divieto opera anche nel caso in cui la nomina sia preceduta dalla designazione da parte di un soggetto diverso dall'amministrazione nominante. Per quanto riguarda gli incarichi dirigenziali o direttivi e le cariche, va poi rilevato che l'ambito di applicazione del divieto e' piu' ampio rispetto al novero delle amministrazioni nominanti, in quanto la disposizione fa riferimento anche agli enti e alle societa' controllate: gli incarichi e le cariche, rientranti tra i tipi vietati, sono dunque vietati anche qualora siano conferiti presso enti e societa' controllati, anche indirettamente, dalle amministrazioni indicate nel paragrafo 3. Infine, i divieti descritti operano indipendentemente dalla fonte di finanziamento con la quale gli interessati sono retribuiti: e' irrilevante, per esempio, che si tratti di fondi provenienti dall'Unione europea o anche trasferiti all'amministrazione conferente da soggetti privati. - Incarichi consentiti. Tutte le ipotesi di incarico o collaborazione non rientranti nelle categorie finora elencate sono da ritenersi sottratte ai divieti di cui alla disciplina in esame. Rimangono ovviamente ferme le disposizioni vigenti relative ai requisiti e alle modalita' di scelta dei soggetti ai quali conferire incarichi e cariche e alle procedure di conferimento (quali quelle contenute nel citato art. 7 del decreto legislativo n. 165 del 2001). Tra le ipotesi che non ricadono nei divieti, si segnalano le seguenti. Va innanzitutto ricordato che scopo delle disposizioni in esame non e' di escludere la possibilita' che i soggetti in quiescenza operino presso le amministrazioni, ma di evitare che il conferimento di incarichi a questi soggetti sia utilizzato per aggirare lo stesso istituto del collocamento in quiescenza. Esse non impediscono di prestare attivita' lavorativa nelle amministrazioni pubbliche ai soggetti che possano aspirarvi, in relazione ai rispettivi limiti di eta'. Di conseguenza, non e' escluso che un soggetto, collocato in quiescenza per aver raggiunto i relativi requisiti nella propria carriera, possa concorrere per un impiego con una pubblica amministrazione, relativo a una carriera nella quale puo' ancora prestare servizio. Cio' puo' dipendere dalla particolarita' della carriera (pubblica o privata) di provenienza, che consenta il collocamento in quiescenza a un'eta' relativamente bassa, o di quella di destinazione, che preveda una piu' alta eta' pensionabile (quali quella universitaria o quella giudiziaria). In tali ipotesi, si applichera' ovviamente la vigente disciplina in ordine ai requisiti di accesso all'impiego nelle pubbliche amministrazioni e ai rapporti tra trattamento economico e trattamento di quiescenza. In secondo luogo, il divieto riguarda determinati contratti d'opera intellettuale, ma non gli altri tipi di contratto d'opera. Non e' escluso, dunque, il ricorso a personale in quiescenza per incarichi che non comportino funzioni dirigenziali o direttive e abbiano oggetto diverso da quello di studio o consulenza (in questo senso la citata deliberazione della Corte dei conti, Sezione centrale del controllo di legittimita' sugli atti del Governo e delle amministrazioni dello Stato). Non e' escluso neanche il conferimento a soggetti in quiescenza di incarichi professionali, quali quelli inerenti ad attivita' legale o sanitaria, non aventi carattere di studio o consulenza. Anche in questo caso, rimane ovviamente ferma la disciplina vigente in materia, con particolare riferimento alle modalita' di scelta del contraente. Essendo distinti da quelli di studio e consulenza, devono ritenersi conferibili ai soggetti in quiescenza gli incarichi di ricerca, inclusa la responsabilita' di un progetto di ricerca. Da questo punto di vista, la disposizione in esame si differenzia da precedenti disposizioni legislative, che distinguono tra incarichi di studio, consulenza o ricerca (incluso l'art. 19, comma 10, del decreto legislativo n. 165 del 2001) e pongono limiti alla possibilita' di conferirli. Peraltro, perche' non si ricada nel divieto di conferire incarichi dirigenziali, gli incarichi in esame non dovranno comportare la direzione di strutture stabili dell'amministrazione, potendo invece comprendere la guida di unita' costituite temporaneamente per la realizzazione del relativo progetto di ricerca. E, perche' non si ricada nel divieto di conferire incarichi di studio, dovra' trattarsi di reale attivita' di ricerca: l'incarico potra' quindi essere conferito soltanto a soggetti che, essendo in possesso di adeguato curriculum scientifico, siano in grado di svolgere un'effettiva attivita' di ricerca. E' bene ricordare poi che gli incarichi di ricerca presuppongono la preventiva definizione del programma da parte dell'amministrazione (cosi' la citata delibera della Corte dei conti, Sezioni riunione in sede di controllo). Sono poi ammessi gli incarichi di docenza. Peraltro, per evitare che il conferimento di un simile incarico consenta di aggirare i divieti esaminati, e' necessario che si tratti di reali incarichi di docenza, in cui l'impegno didattico sia definito con precisione e il compenso sia commisurato all'attivita' didattica effettivamente svolta dal singolo destinatario dell'incarico. Sono esclusi dal divieto, poi, gli incarichi nelle commissioni di concorso o di gara, cosi' come la partecipazione a organi collegiali consultivi, quali gli organi collegiali delle istituzioni scolastiche. Ne e' altresi' esclusa la partecipazione a commissioni consultive e comitati scientifici o tecnici, ove essa non dia luogo di fatto a incarichi di studio o consulenza o equiparabili a incarichi direttivi o dirigenziali. Per la loro natura eccezionale, non riconducibile ad alcuna delle ipotesi di divieto contemplate dalla disciplina in esame, devono poi ritenersi esclusi anche gli incarichi dei commissari straordinari, nominati per l'amministrazione temporanea di enti pubblici o per lo svolgimento di compiti specifici. Similmente puo' dirsi, ovviamente, per i sub-commissari eventualmente nominati. Infine, essendo specificamente vietate ai soggetti in quiescenza le cariche di governo in enti locali, sono invece consentiti - nei suddetti enti come nelle altre amministrazioni - gli incarichi in organi di controllo, quali i collegi sindacali e i comitati dei revisori, purche' non abbiano, in base alle disposizioni organizzative dell'amministrazione stessa, natura dirigenziale. - Incarichi gratuiti. Definito l'ambito di applicazione oggettivo della nuova disciplina, va ricordato che essa contempla un'eccezione ai divieti che essa impone, disponendo che incarichi e collaborazioni sono consentiti a titolo gratuito, con rimborso delle spese documentate, per una durata non superiore a un anno, non prorogabile ne' rinnovabile. E' evidente - in base alla ratio della norma, alla rubrica dell'articolo, ai lavori parlamentari e alla diversa formulazione del periodo in esame, che non definisce il proprio ambito di applicazione - che la relativa previsione va letta in connessione ai primi due periodi, rispetto ai quali essa introduce un'eccezione: l'espressione «incarichi e collaborazioni», quindi, corrisponde alle varie ipotesi di cui ai periodi precedenti. Di conseguenza, indipendentemente dal modo in cui l'incarico venga formalmente qualificato, ove - in base al suo contenuto - esso rientri tra le ipotesi di cui ai divieti in esame, esso potra' essere conferito, ma soltanto alle condizioni stabilite dalla suddetta previsione. La disposizione serve a consentire alle amministrazioni di avvalersi temporaneamente, senza rinunciare agli obiettivi di ricambio e ringiovanimento ai vertici, di personale in quiescenza - e, in particolare, dei propri dipendenti che vi siano stati appena collocati - per assicurare il trasferimento delle competenze e delle esperienze e la continuita' nella direzione degli uffici. Coerentemente con questa ratio, le amministrazioni potranno, per esempio, attribuire un incarico gratuito a un dirigente collocato in quiescenza, per consentirgli di affiancare il nuovo titolare dell'ufficio dirigenziale per un periodo non superiore a un anno. Nell'attribuire simili incarichi o cariche, le amministrazioni dedicheranno particolare cura all'esigenza di evitare conflitti di interessi, in considerazione del rischio che l'interessato sia spinto ad accettare l'incarico gratuito dalla prospettiva di vantaggi economici illeciti. In considerazione del fine della disposizione, dettata nell'interesse dell'amministrazione piuttosto che del soggetto in quiescenza, le amministrazioni conferiranno gli incarichi in esame di propria iniziativa, avendo verificato la disponibilita' degli interessati, e non su domanda degli interessati stessi. L'ambito dell'eccezione, dal punto di vista oggettivo, coincide con quello dei divieti: di conseguenza, potranno essere attribuiti, nei limiti indicati, incarichi e cariche gratuiti di ciascuno dei tipi vietati, come individuati nel paragrafo 4. Le amministrazioni dovranno, peraltro, valutare la compatibilita' dell'incarico o carica con la gratuita' e con la durata limitata. Per alcuni tipi di incarico, infatti, queste ultime caratteristiche impediscono il ricorso alla disposizione in esame, per esempio perche' disposizioni vigenti prevedono una durata minima superiore all'anno. In generale, le amministrazioni dovranno valutare la compatibilita' delle prestazioni richieste e delle eventuali responsabilita' con la gratuita' dell'incarico. Per gli incarichi dirigenziali, in particolare, va ricordato che la possibilita' di attribuirli a soggetti che abbiano raggiunto i limiti di eta' per il collocamento a riposo dei dipendenti pubblici era gia' esclusa dalla disciplina vigente (si veda, in particolare, l'art. 33, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, relativo agli incarichi a soggetti esterni all'amministrazione, quali i pensionati). Rimane la possibilita' di conferire incarichi dirigenziali, in base all'art. 19, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001, a soggetti che, pur collocati in quiescenza, non abbiano raggiunto i suddetti limiti di eta': in questa ipotesi, l'amministrazione valutera' prudentemente la compatibilita' dell'incarico con la gratuita', con la durata massima annuale e con le responsabilita' e i meccanismi di valutazione connessi all'incarico. Rimangono ferme, in queste ipotesi, le regole relative alle procedure selettive di conferimento degli incarichi. La disciplina e' applicabile anche agli incarichi a soggetti in quiescenza che gia' in precedenza erano conferiti a titolo gratuito: valgono per essi, di conseguenza, le nuove disposizioni relative alla durata massima e al rimborso delle spese. La disposizione consente il conferimento di incarichi e collaborazioni gratuiti per una durata massima di un anno «presso ciascuna amministrazione». Di conseguenza, il soggetto collocato in quiescenza potra' ricevere differenti incarichi, anche contemporaneamente, da parte di amministrazioni diverse, ove reciprocamente compatibili, purche' ciascuno di essi rispetti il suddetto limite di durata.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della circolare del Ministro Madia pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 14.2.2015

 
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Sulla Gazzetta Ufficiale n. 37 del 14 febbraio 2015 è stata pubblicata la circolare n. 6/2014 del Ministro Madia recante "Interpretazione e applicazione dell'articolo 5, comma 9, del decreto-legge n. 95 del 2012, come modificato dall'articolo 6 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90". "L'art. 6 ... Continua a leggere

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domenica 15 febbraio 2015 10:28

Bonus occupazionale: incentivi alle assunzioni fatte dal 1° maggio 2014

segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi

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Il Ministero del Lavoro ha pubblicato il Decreto Direttoriale 11/2015 del 23 gennaio 2015 di rettifica al precedente Decreto 1709/2014 che regola l'incentivo "bonus occupazionale" previsto nel contesto del Programma Garanzia Giovani, cofinanziato dal FSE. Fa seguito, quindi, la nuova versione, consolidata, del citato Decreto Direttoriale 1709/2014 del 8 agosto 2014 anche con il Decreto 63/2014 del 2 dicembre 2014 che ha reso "retroattivo" l'incentivo, sopra menzionato, alle assunzioni fatte dal 1° maggio 2014, data dell'avvio del programma Garanzia Giovani.Per maggiori informazioni cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Stefano Olivieri Pennesi

 
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Il Ministero del Lavoro ha pubblicato il Decreto Direttoriale 11/2015 del 23 gennaio 2015 di rettifica al precedente Decreto 1709/2014 che regola l'incentivo "bonus occupazionale" previsto nel contesto del Programma Garanzia Giovani, cofinanziato dal FSE. Fa seguito, quindi, la nuova versione, cons ... Continua a leggere

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venerdì 13 febbraio 2015 08:42

Gare d'appalto: l'indicazione degli oneri aziendali per la sicurezza è un adempimento imposto dalla legge valevole anche in mancata della previsione nella lex specialis dell’onere dichiarativo e della correlata causa specifica di esclusione

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 10.2.2015

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La Sesta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha affermato che in linea generale, nelle gare d'appalto l'indicazione degli oneri aziendali per la sicurezza costituisce, in virtù degli artt. 86, comma 3-bis, e art. 87, comma 4, del d lgs. n. 163 del 2006 (Codice degli appalti) un adempimento direttamente imposto dalla legge (Cons. Stato - Sez. V, 29-02-2012, n. 1172) al punto che, anche a fronte della eventuale mancata previsione, nella lex specialis di gara, dell’onere dichiarativo e della correlata causa specifica di esclusione, le citate disposizioni normative devono ritenersi immediatamente precettive ed idonee ad eterointegrare le regole della procedura selettiva. Per continuare nella lettura della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 10.2.2015

 
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