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venerdì 24 febbraio 2012 16:59

La recinzione di un'area realizzata con installazioni permanenti e' subordinata al rilascio del permesso di costruire

Consiglio di Stato

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Ai sensi dell’art. 10,1° co. del T.U. n.380/2001, l’intervento di recinzione d'un fondo rustico, realizzato con istallazioni permanenti costituisce senza dubbio un intervento di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio ed era subordinata a permesso di costruire, in quanto rientrava tra gli “interventi di nuova costruzione” di cui all’art. 3, comma 1° lett. e.7) che, per l’appunto, ricomprende senza distinzioni “… la realizzazione di depositi di merci o di materiali, la realizzazione di impianti per attività produttive all'aperto ove comportino l'esecuzione di lavori cui consegua la trasformazione permanente del suolo in edificato. …”. La giurisprudenza ha concordemente affermato che la recinzione d'un fondo rustico, realizzata (come nel caso in esame) con istallazioni permanenti, costituisce una trasformazione permanente del territorio, a prescindere dalla realizzazione di volumetrie di qualunque natura; si tratta, invero, di un intervento funzionale ad un permanente utilizzo commerciale dell'area (e non ad uno scopo contingente, temporaneo o occasionale) che, in quanto tale, contraddice ed impedisce definitivamente la vocazione agricola impressa dallo strumento urbanistico e implica un notevole incremento nella zona del carico urbanistico (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 30 aprile 2009, n. 2768; Cons. Stato, sez. V, 31 dicembre 2008, n. 6756; Consiglio Stato, sez. IV, 01 ottobre 2007, n. 5035; Cons. Stato, sez. IV, 22 dicembre 2005, n. 7343; Consiglio Stato, sez. V, 11 novembre 2004, n. 7324; Consiglio Stato, sez. V, 15 giugno 2000, n. 3320; Cassazione Penale III, 9/6/1982). Del tutto erroneamente nel caso di specie la società appellante ricollega la qualificazione giuridica del suo intervento all’asserita minimalità del profilo strutturale. Ad avviso del Consiglio di Stato a parte che le opere erano comunque consistite nella realizzazione di un muretto in calcestruzzo con l’apposizione di una griglia zincata, con livellamento del terreno e spargimento di inerti su di un’area di notevole dimensione, tale aspetto è comunque del tutto inconferente e recessivo rispetto a quello funzionale privilegiato dal legislatore. Nel caso di recinzione di un’area, quello che rileva giuridicamente non è solo la modificazione della condizione materiale e della conformazione naturale del suolo, ma anche e soprattutto l’utilizzo permanente dell'area in contrasto con la disciplina urbanistica ed edilizia (cfr.: Cons. Stato, sez. V, 31/01/2001, n. 343; Cons. Stato, sez. V, 20/12/1999, n. 2125; Cons. Stato, sez. V, 01/03/1993, n. 319; Cass. pen., sez. III, 24/10/1997, n. 10709; Cass. pen., Sez. VI, 24/07/1997, n. 8520).

Consiglio di Stato

 
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Ai sensi dell’art. 10,1° co. del T.U. n.380/2001, l’intervento di recinzione d'un fondo rustico, realizzato con istallazioni permanenti costituisce senza dubbio un intervento di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio ed era subordinata a permesso di costruire, in quanto rientrava tra ... Continua a leggere

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lunedì 25 marzo 2013 14:29

E' illegittimo il diniego di permesso di costruire assunto in ordine alla realizzazione, in una zona destinata a verde agricolo, di un campo di calcio senza strutture murarie di alcun genere e consistente, in sostanza, nella mera predisposizione di uno spiazzo d’erba

TAR Campania

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Nella sentenza in esame il Giudice ha annullato il provvedimento adottato dal Comune con il quale ha ricusato, per incompatibilità col PRG vigente, una DIA volta a realizzare su un terreno ubicato in zona E4 un campo di calcio recintato delle dimensioni di m. 110x55, con l’aggiunta di una fascia perimetrale di m. 2,50. In particolare nel caso di specie le NTA del PRG del Comune ammettono in zona agricola E4 la realizzazione, su aree incolte, di opere destinate ad “attività sportive”, quali tracking, golf ed equitazione. Le “attrezzature sportive” sono invece permesse solo in zona F, destinata a pubblici servizi. Ciò nondimeno rileva il Giudicante che l’intervento chiesto dalla ricorrente non può essere considerato alla stregua di un’attrezzatura sportiva, consistendo in buona sostanza nella recinzione con rete metallica di un appezzamento di terreno da adibire a campo di calcio amatoriale, mentre non sono presenti spalti, tribune, parcheggi od altre infrastrutture idonee a raccogliere il pubblico. Nella sentenza viene richiamata, peraltro, anche il precedente giurisprudenziale a tenore del quale è stato ritenuto illegittimo il diniego di permesso di costruire assunto in ordine alla realizzazione, in una zona destinata a verde agricolo, di un campo di calcio senza strutture murarie di alcun genere e consistente, in sostanza, nella mera predisposizione di uno spiazzo d’erba (cfr. T.A.R. Puglia, Bari, Sez. III, 14 febbraio 2005 n. 546).

TAR Campania

 
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Nella sentenza in esame il Giudice ha annullato il provvedimento adottato dal Comune con il quale ha ricusato, per incompatibilità col PRG vigente, una DIA volta a realizzare su un terreno ubicato in zona E4 un campo di calcio recintato delle dimensioni di m. 110x55, con l’aggiunta di una fascia pe ... Continua a leggere

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lunedì 5 maggio 2014 17:58

Abusi edilizi: e' necessario il permesso di costruire per realizzare pensiline o tettoie appoggiate sull'edificio che ne modificano la sagoma e il prospetto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 28.4.2014

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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza depositata il 28.4.2014 ha evidenziato i seguenti principi giurisprudenziali consolidati: I) l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare. II) a fronte della motivazione in re ipsa che incontra l’ordine di demolizione all’esito dell’accertamento dell’abuso edilizio, il lasso temporale che fa sorgere l’onere di una motivazione rafforzata in capo all’amministrazione – ma sempre in presenza di circostanze eccezionali rigorosamente provate da chi le invoca (come non verificatosi nel caso di specie) - non è quello che intercorre tra il compimento dell’abuso e il provvedimento sanzionatorio ma quello che intercorre tra la conoscenza dell’illecito e il provvedimento sanzionatorio adottato; in mancanza di conoscenza della violazione da parte dell’amministrazione non può consolidarsi in capo al privato alcun affidamento giuridicamente apprezzabile, il cui sacrificio meriti di essere adeguatamente apprezzato in sede motivazionale; III) lo stesso è a dire per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale delle opere abusive realizzate che non rappresenta un provvedimento di autotutela, ma costituisce una misura di carattere sanzionatorio che consegue automaticamente all’inottemperanza dell’ordine di demolizione; in senso ostativo all’acquisizione non può assumere quindi rilevanza né il tempo trascorso dalla realizzazione dell’abuso, né l’affidamento eventualmente riposto dall’interessato sulla legittimità delle opere da realizzare, né l’assenza di motivazione specifica sulle ragioni di interesse pubblico perseguite attraverso l’acquisizione; IV) il fatto che sia intercorso lungo tempo dalla realizzazione dell’abuso al provvedimento sanzionatorio non elide né aggrava quanto a motivazione, il doveroso e imprescrittibile esercizio del potere sanzionatorio da parte della p.a.; V) l’ordine di demolizione di opere edilizie abusive non deve essere preceduto dall’avviso ex art. 7 l. n. 241 del 1990, trattandosi di un atto dovuto, che viene emesso quale sanzione per l’accertamento dell’inosservanza di disposizioni urbanistiche secondo un procedimento di natura vincolata precisamente tipizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato dalla legge; pertanto, trattandosi di un atto volto a reprimere un abuso edilizio, esso sorge in virtù di un presupposto di fatto, ossia, l’abuso, di cui il ricorrente deve essere ragionevolmente a conoscenza, rientrando nella propria sfera di controllo; né si configurano particolari esigenze o conseguenze connesse alla partecipazione procedimentale dell’interessato; VI) quanto al concetto di «pertinenza», ai sensi e per i fini di cui all’art. 7 d.l. 23 gennaio 1982 n. 9, conv. dalla l. 25 marzo 1982 n. 94, tale da richiedere non già la concessione edilizia, bensì la mera «autorizzazione», si rileva, da un lato, la differenza da quello di cui all’art. 817 c.c., che è caratterizzato da un oggettivo nesso funzionale e strumentale tra cosa accessoria e principale, (cioè da un nesso che non consenta, per natura e struttura dell’accessorio, altro uso rispetto alla cosa cui esso inserisce); dall’altro, che per potersi avere pertinenza è indispensabile che il manufatto destinato ad un uso pertinenziale durevole sia dalle dimensioni ridotte e modeste, per cui soggiace a concessione edilizia la realizzazione di un’opera di rilevanti dimensioni, che modifica l’assetto del territorio e che occupa aree e volumi diversi rispetto alla res principalis, indipendentemente dal vincolo di servizio o d’ornamento nei riguardi di essa. VII) la sostanziale identità delle nozioni di tettoia e pensilina ricavabile dalle medesime finalità di arredo, riparo o protezione anche dagli agenti atmosferici, determina la necessità del permesso di costruire nei casi in cui sia da escludere la natura precaria o pertinenziale dell’intervento; VIII) integra il reato previsto dall’art. 44 lett. b) d.p.r. n. 380 del 2001 (in precedenza art. 20, lett. b) l. n. 47 del 1985), la realizzazione, senza il preventivo rilascio del permesso di costruire, di una tettoia di copertura che, non rientrando nella nozione tecnico-giuridica di pertinenza per la mancanza di una propria individualità fisica e strutturale, costituisce parte integrante dell’edificio sul quale viene realizzata. IX) per la realizzazione di una tettoia, appoggiata su un edificio occorre il rilascio del permesso di costruire, poiché essa comporta una modifica della sagoma e del prospetto, sicché è legittimo l’ordine di demolizione che ne disponga la rimozione, perché abusiva. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 28.4.2014

 
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La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza depositata il 28.4.2014 ha evidenziato i seguenti principi giurisprudenziali consolidati: I) l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori edilizi, è un atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragi ... Continua a leggere

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domenica 14 settembre 2014 18:43

Edilizia: e' necessario il permesso di costruire se il soppalco comporta aumento della superficie utile con conseguente aggravio del carico urbanistico

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 3.9.2014

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La questione centrale sottoposta all'attenzione della Quarta Sezione del Consiglio di Stato riguarda la violazione dell’art. 26 della legge n. 47/1985, in base al quale “non sono soggette a concessione né ad autorizzazione le opere interne alle costruzioni che non siano in contrasto con gli strumenti urbanistici adottati o approvati e con i regolamenti edilizi vigenti, non comportino modifiche della sagoma della costruzione, dei prospetti, né aumento delle superfici utili e del numero delle unità immobiliari, non modifichino la destinazione d'uso delle costruzioni e delle singole unità immobiliari, non rechino pregiudizio alla statica dell'immobile e, per quanto riguarda gli immobili compresi nelle zone indicate alla lettera A dell'art. 2 del decreto ministeriale 2-4-1968, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 97 del 16 aprile 1968, rispettino le originarie caratteristiche costruttive”. Al riguardo il TAR ha osservato che: “il soppalco realizzato, avente superficie di 20 mq. e posto a mt. 1,98 dal soffitto, amplia in maniera significativa la superficie calpestabile dell’immobile destinato ad attività commerciale di proprietà della ricorrente” e, creando una ulteriore superficie calpestabile ed autonomi spazi, “ rientra nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia, di cui alla lettera c) del comma primo dell'articolo 10 D.P.R. n. 380/01, dal momento che determina una modifica della superficie utile dell'appartamento con conseguente aggravio del carico urbanistico e, pertanto, necessita del permesso di costruire”. In contrario l’appellante si limita a sottolineare come il soppalco possa essere utilizzato all’archivio di materiale e documenti, il che tuttavia, ad avviso del Collegio, non intacca il dato oggettivo dell’aumento della superficie utilizzabile (espressamente citato dalla norma come ostacolo al regime delle opere interne) e quindi non inficia la tesi seguita dal TAR. Per scaricare gratuitamente la sentenza cliccare su "Accedi al provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 3.9.2014

 
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mercoledì 18 aprile 2012 08:22

Se la tettoia e' ingombrante non ha carattere pertinenziale ed e' quindi necessario il permesso di costruire

TAR Lazio

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Il Giudice capitolino nella sentenza in esame ha ritenuto infondata la censura formulata dal ricorrente secondo la quale le tettoie in contestazione avrebbero carattere pertinenziale: tale natura va infatti negata alle opere che, pur accedendo ad un edificio principale, abbiano un ingombro non indifferente. Le fotografie in atti, unitamente alla descrizione delle opere recata nell’atto impugnato con l’indicazione delle dimensioni delle stesse, consentono di escludere che le tettoie abbiano una funzione di mera protezione dell’immobile dalle intemperie: esse realizzano infatti una modifica non indifferente al prospetto dell’edificio, che avrebbe richiesto di essere preceduto da permesso di costruire.

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Il Giudice capitolino nella sentenza in esame ha ritenuto infondata la censura formulata dal ricorrente secondo la quale le tettoie in contestazione avrebbero carattere pertinenziale: tale natura va infatti negata alle opere che, pur accedendo ad un edificio principale, abbiano un ingombro non indi ... Continua a leggere

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sabato 10 novembre 2012 08:56

Non basta la d.i.a per le opere connotate da ampliamento dei prospetti, da modifica di destinazione e da modifiche interne

TAR Campania

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Il giudice amministrativo nella sentenza in esame in ordine alla violazione dell’art. 37 testo unico edilizia rileva che: a) la modificazione dei prospetti è espressamente soggetta a permesso di costruire ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera c), del DPR n. 380 del 2001; b) il muretto di recinzione, per giurisprudenza costante, solo in caso di modeste strutture senza opere murarie (quali quelle con rete metallica sorretta da paletti in ferro o di legno senza muretto di sostegno, tipiche dei fondi rustici), non necessita del permesso di costruire e può essere incluso fra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o comunque la delimitazione delle singole proprietà, ed in questi casi è anzi possibile effettuare una semplice d.i.a.; diversamente, è invece richiesto il permesso di costruire quando la recinzione determina una irreversibile trasformazione dello stato dei luoghi, come nel caso di recinzione costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo (cfr. T.A.R. Basilicata, sez. I, 28 febbraio 2012, n. 93; T.A.R. Campania, Napoli, sez. IV, 3 aprile 2012, n. 1542; T.A.R. Puglia Lecce, sez. I, 2 novembre 2011, n. 1918); c) in materia edilizia, le opere interne e gli interventi di ristrutturazione urbanistica, come pure quelli di manutenzione straordinaria, di restauro e di risanamento conservativo, necessitano del preventivo rilascio del permesso di costruire ogni qual volta comportino mutamento di destinazione d'uso (T.A.R. Sardegna, sez. II, 6 ottobre 2008, n. 1822), mutazione d’uso pacificamente avvenuta nella specie. A ciò si aggiunga che solo il cambio di destinazione d'uso fra categorie edilizie omogenee non necessita di permesso di costruire (in quanto non incide sul carico urbanistico), mentre, allorché lo stesso intervenga tra categorie edilizie funzionalmente autonome e non omogenee, si integra in questa ipotesi una modificazione edilizia con effetti incidenti sul carico urbanistico, con conseguente assoggettamento al regime del permesso di costruire, indipendentemente dall'esecuzione di opere (cfr. T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 28 ottobre 2011, n. 5063; T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 17 gennaio 2011, n. 221; T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 16 luglio 2009, n. 7030). In conclusione le opere connotate da ampliamento dei prospetti, da modifica di destinazione e da modifiche interne vanno annoverate nella ristrutturazione c.d. pesante e non tra le ristrutturazioni minori o cosiddette leggere, come tali rientranti nella previsione dell'art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 380 del 2001 e dunque non sottoposte al regime ordinario della d.i.a. ma a quello del permesso di costruire (T.A.R. Toscana, sez. III, 1° settembre 2011, n. 1373).

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Il giudice amministrativo nella sentenza in esame in ordine alla violazione dell’art. 37 testo unico edilizia rileva che: a) la modificazione dei prospetti è espressamente soggetta a permesso di costruire ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera c), del DPR n. 380 del 2001; b) il muretto di recinzio ... Continua a leggere

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sabato 9 febbraio 2013 09:36

Per la realizzazione di un soppalco occorre il permesso di costruire, in mancanza e' legittima l'ordinanza del Comune di sospensione dei lavori e ripristino dello stato dei luoghi anche se è presente solo un'intelaiatura priva di piano di calpestio

Consiglio di Stato

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L’art. 10 del d.P.R. n. 380 del 2001 dispone che sono subordinati al rilascio del permesso di costruire «gli interventi di ristrutturazione edilizia». Sono espressamente qualificati tali quelli che, tra l’altro, comportino un aumento di superfici ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A – come nel caso in esame – comportino mutamenti della destinazione d’uso. Si tratta di una previsione di particolare rigore per i centri storici, finalizzata ad evitare indebite alterazioni dei loro delicati equilibri abitativi e funzionali. L’art. 33 prevede che, nel caso in cui vengano eseguiti, tra l’altro, i suddetti interventi in assenza di permesso di costruire o in totale difformità da esso, la sanzione irrogata è quella della rimozione o demolizione, cioè – in coerenza con detti obiettivi – senz’altro quella ripristinatoria. Nel caso in esame la fattispecie contestata rientra nell’ambito applicativo delle disposizione riportate in quanto per quanto attiene al soppalco, lo stesso, per la sua struttura e funzione, ha comportato un aumento della superficie utile. Non vale obiettare che in concreto gli appellanti avrebbero realizzato soltanto una mera intelaiatura priva del «piano di calpestio». Anche ad ammettere che questo corrisponda alla reale situazione dei luoghi, rimane incontestato, come risulta anche dalla stessa perizia di parte (redatta, peraltro, sulla base di «documentazione fotografica fornita dalla proprietà»), che fossero state già realizzate «travi in ferro ad una altezza di circa due metri con scala in ferro per accesso». Questi interventi delineano gli elementi strutturali essenziali di un soppalco. La circostanza che l’intervento non è stato completato mediante il piano di copertura non assume rilevanza. In presenza, infatti, di lavori in corso, sospesi con apposita ordinanza comunale (nella specie adottata in data 24 gennaio 2012), non è possibile, pena una intrinseca contraddizione del sistema di repressione degli abusi, fare leva sul forzoso mancato completamento degli interventi per dedurne la loro non riconducibilità alle categorie giuridiche descritte dal d.P.R. n. 380 del 2001. In altri termini, è sufficiente che, al momento dell’accertamento, risulti chiaramente, come nella specie, che la finalità perseguita con gli interventi allora in corso di espletamento sia quella di realizzare un soppalco affinché l’amministrazione possa ordinare, come è legittimamente avvenuto nella fattispecie, la sospensione dei lavori e il ripristino dello stato dei luoghi.

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L’art. 10 del d.P.R. n. 380 del 2001 dispone che sono subordinati al rilascio del permesso di costruire «gli interventi di ristrutturazione edilizia». Sono espressamente qualificati tali quelli che, tra l’altro, comportino un aumento di superfici ovvero che, limitatamente agli immobili compresi ne ... Continua a leggere

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domenica 21 ottobre 2012 11:04

La tettoia che modifica il prospetto del fabbricato cui accede e' soggetta al rilascio del permesso di costruire

TAR Lazio

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Il giudice capitolino nella sentenza in esame osserva che la realizzazione della tettoia della quale è ingiunta la demolizione, in considerazione delle dimensioni e dell’idoneità a modificare il prospetto del fabbricato a cui accede, era subordinata al previo ottenimento del permesso di costruire. Infatti come più volte rilevato in giurisprudenza, infatti, “.. la realizzazione di una tettoia è soggetta a concessione edilizia …, in quanto essa, pur avendo carattere pertinenziale rispetto all'immobile cui accede, incide sull'assetto edilizio preesistente. In particolare, la tettoia realizzata sul terrazzo di un fabbricato, in quanto struttura stabilmente ancorata al pavimento e destinata a soddisfare non un'esigenza temporanea e contingente, ma prolungata nel tempo, è priva del carattere della precarietà ed amovibilità ed è quindi assoggettata al regime del permesso di costruire, dal momento che comporta una rilevante modifica dell'assetto edilizio preesistente” (cfr. T.A.R. Campania Napoli, sez. III, 09 settembre 2008, n. 10059).

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Il giudice capitolino nella sentenza in esame osserva che la realizzazione della tettoia della quale è ingiunta la demolizione, in considerazione delle dimensioni e dell’idoneità a modificare il prospetto del fabbricato a cui accede, era subordinata al previo ottenimento del permesso di costruire. ... Continua a leggere

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lunedì 9 dicembre 2013 18:34

Permesso di costruire: in assenza di pianificazione urbanistica l’amministrazione deve ex art. 12 D.P.R. n. 380/2001 verificare che il rilascio del permesso di costruire sia accompagnato dalla preesistenza o dalla contemporanea realizzazione almeno delle opere di urbanizzazione primaria per avere quel minimo di infrastrutture necessarie per l'intervento edilizio richiesto

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

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In assenza di pianificazione urbanistica, la richiesta del permesso di costruire ai sensi dell’art. 9,1° co. lett. b) del D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 deve essere comunque assoggettata alle prescrizioni di cui all’art. 12, secondo comma del D.P.R. n. 380 cit. per cui il rilascio del permesso è subordinato in alternativa: -- all’esistenza delle opere di urbanizzazione primaria di cui all'art. 4, l. 29 settembre 1964 n. 847, che comprendono spazi di sosta o di parcheggio, rete idrica, rete di distribuzione dell'energia elettrica e del gas, pubblica illuminazione, spazi di verde attrezzato, strade residenziali nonché rete fognaria; ovvero -- alla previsione da parte del comune dell'attuazione delle stesse nel successivo triennio; ovvero -- all'impegno degli interessati di procedere all'attuazione delle medesime contemporaneamente alla realizzazione dell'intervento oggetto del permesso. Compito primario dell’art. 12 cit. è, infatti, quello di assicurare comunque -- anche nei casi di assenza o di carenza di pianificazione urbanistica -- che si realizzi un sistema infrastrutturale adeguato ad un ordinato e razionale vivere civile. L’amministrazione, è dunque onerata dall'art. 12 cit., a verificare che il rilascio del permesso di costruire sia comunque accompagnato dalla preesistenza o dalla contemporanea realizzazione almeno delle opere di urbanizzazione primaria in concreto necessarie (viabilità, reti idriche, fognarie e tecnologiche) per poter ritenere che la zona possa avere quel minimo di infrastrutture necessarie per l'intervento edilizio richiesto. Al riguardo proprio la considerazione delle predette finalità, porta a dover respingere l’assunto dell’appellante: il Tar ha puntualmente ed esattamente qualificato la fattispecie, rilevando che, nella specie, era stata falsamente rappresentata l’esistenza di opera d'urbanizzazione primaria essenziale quale la linea idrica, nella realtà del tutto inesistente. La p.a., nell’applicazione dell’art. 9 del D.P.R. n. 380/2001 non poteva limitarsi genericamente a prendere atto della rappresentazione dell’esistenza degli standard nel progetto e nella relativa dichiarazione allegata all’istanza. In tali casi, l’amministrazione nel rilascio del permesso di costruire deve invece procedere all’effettivo controllo dell’esistenza e della sufficienza di tutte le opere di urbanizzazione; ovvero deve dare indicazione circa la relativa concreta programmazione; oppure deve assicurare in concreto l'impegno contestuale del privato a costruirle in una con l'opera in progetto (cfr. Consiglio Stato sez. V 15 febbraio 2001 n. 790). Per accedere al testo per esteso della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

 
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In assenza di pianificazione urbanistica, la richiesta del permesso di costruire ai sensi dell’art. 9,1° co. lett. b) del D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 deve essere comunque assoggettata alle prescrizioni di cui all’art. 12, secondo comma del D.P.R. n. 380 cit. per cui il rilascio del permesso è subor ... Continua a leggere

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mercoledì 12 marzo 2014 22:53

Permesso di costruire, il diverso regime che distingue il provvedimento di decadenza da quello di proroga

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

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La disciplina dell’art. 15 “Efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire” del d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia” mette in luce l’esistenza di un diverso regime che distingue, da un lato, il provvedimento di decadenza da quello di proroga e, all’interno delle tipologie di proroga, quella determinata dal sopravvenire di un fatto esterno da quella determinata da profili ontologici dell’opera. La prima diade si basa sulla distanza esistente tra un provvedimento legato ai soli presupposti di legge e uno caratterizzato dalla scelta discrezionale. Infatti, la pronunzia di decadenza del permesso di costruire è connotata da un carattere strettamente vincolato, dovuto all'accertamento del mancato inizio e completamento dei lavori entro i termini stabiliti ed ha natura ricognitiva del venir meno degli effetti del permesso a costruire per l'inerzia del titolare a darvi attuazione. Pertanto, un tale provvedimento ha carattere meramente dichiarativo di un effetto verificatosi ex se, in via diretta, con l'infruttuoso decorso del termine prefissato con conseguente decorrenza ex tunc (da ultimo, Consiglio di Stato, sez. IV, 21 agosto 2013, n. 4206; id., 7 settembre 2011, n. 5028). Al contrario, la proroga dei termini stabiliti da un atto amministrativo ha la natura giuridica di provvedimento di secondo grado, in quanto modifica, ancorché parzialmente, il complesso degli effetti giuridici delineati dall'atto originario (ex multis, Consiglio di Stato, sez. V, 18 settembre 2008, n. 4498). Nell’ambito della materia edilizia, la differente qualificazione tra provvedimenti di rinnovo della concessione edilizia e di proroga dei termini di ultimazione dei lavori è riscontrabile nel senso che, mentre il rinnovo della concessione presuppone la sopravvenuta inefficacia dell'originario titolo concessorio e costituisce, a tutti gli effetti, una nuova concessione, la proroga è atto sfornito di propria autonomia che accede all'originaria concessione ed opera semplicemente uno spostamento in avanti del suo termine finale di efficacia. La proroga è quindi disposta con provvedimento motivato sulla scorta di una valutazione discrezionale, che in termini tecnici si traduce nella verifica delle condizioni oggettive che la giustificano, tenendo presente che, proprio perché il risultato è quello di consentire una deroga alla disciplina generale in tema di edificazione, i presupposti che fondano la richiesta di proroga sono espressamente indicati in norma e sono di stretta interpretazione. La seconda diade evidenzia come la proroga possa aver luogo per factum principis, ossia, come afferma la norma, “per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso” o per ragioni collegate alla natura dell’opera, ossia “esclusivamente in considerazione della mole dell'opera da realizzare o delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive, ovvero quando si tratti di opere pubbliche il cui finanziamento sia previsto in più esercizi finanziari”. Nel caso in esame, non può disconoscersi che la parte appellata abbia effettivamente presentato al Comune una istanza di variante al permesso di costruire n. 06/08 del giorno 1 marzo 2008, rimettendo così ad un altro soggetto le determinazioni in merito al modo di concreta realizzazione dell’attività edilizia. L’esistenza di un variante ad un permesso di costruire, ossia un tipo di intervento che comporta un iter procedimentale di modifica del pregresso titolo rilasciato e che presuppone l’inutilizzabilità del meccanismo semplificato di cui all’art. 22 del d.P.R. n. 380 del 2001, appare incompatibile con la valutazione di irrilevanza in concreto sostenuta dalle parti appellanti, proprio in relazione alla tipologia di mutamenti rispetto al titolo originario che presuppone.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

 
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domenica 9 giugno 2013 10:17

E' necessario il permesso di costruire se le opere agganciate al muro perimetrale danno luogo alla modificazione della sagoma e dei prospetti

Consiglio di Stato

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L’art. 10 del d.p.r. n. 380 del 2001 prevede che sono subordinati al rilascio del permesso di costruire, tra l’altro, gli interventi di ristrutturazione edilizia che comportino modifiche della sagoma e dei prospetti. La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha già avuto modo di affermare che le opere, sopra indicate, essendo, come nella specie, agganciate al muro perimetrale danno luogo alla predetta modificazione, con la conseguente necessità del permesso di costruire (Cons. Stato, IV, 29 aprile 2011, n. 2549).

Consiglio di Stato

 
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L’art. 10 del d.p.r. n. 380 del 2001 prevede che sono subordinati al rilascio del permesso di costruire, tra l’altro, gli interventi di ristrutturazione edilizia che comportino modifiche della sagoma e dei prospetti. La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha già avuto modo di affermare che le ope ... Continua a leggere

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domenica 10 novembre 2013 12:28

Pertinenza urbanistica: la trasformazione urbanistica ed edilizia della pompeiana in una struttura (chiosco) permanentemente fissa e coperta a servizio della pizzeria-ristorante necessita del permesso di costruire

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

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La nozione di "pertinenza urbanistica" ha peculiarità sue proprie, che la distinguono da quella civilistica: deve trattarsi, invero, di un'opera - che abbia comunque una propria individualità fisica ed una propria conformazione strutturale e non sia parte integrante o costitutiva di altro fabbricato - preordinata ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o comunque dotata di un volume minimo tale da non indurre un ulteriore carico urbanistico e da non avere una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell'immobile cui accede (Cass. Pen., sez. III, 24 marzo 2010, n. 24241; Cons. Stato, sez. V, 18 aprile 2001, n. 2325; sez. VI, 8 marzo 2000, n. 1174). Nella specie, l’intervento innovativo contestato dal Comune, non semplicemente conservativo e manutentivo della pompeiana in asserita pertinenza con la villa, viene invece a realizzare una diversa connessione fisica e una mutata strumentalità funzionale, che deve ricondursi non alla nozione di servizio ma a quella di integrazione della diversa attività d’uso cui accede, in quanto tale implicante il previo rilascio del permesso di costruire finalizzato alla nuova essenza configurata dell’immobile (Cons. St., sez. IV, 25 maggio 2011, n. 3134; sez. V, 22 ottobre 2007, n. 5515). Deriva da ciò, come sostenuto dal Comune, la trasformazione urbanistica ed edilizia della pompeiana in una struttura (chiosco) permanentemente fissa e coperta a servizio della pizzeria-ristorante, necessitante, alla stregua di pacifica giurisprudenza, del permesso di costruire per le ragioni incrementative prima precisate dell’assetto del territorio.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

 
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giovedì 11 ottobre 2012 11:50

Permesso di costruire: il responsabile del servizio deve valutare la sussistenza dei presupposti previsti dalla legge e dalle NTA e non può valutare arbitrariamente la compatibilità di un singolo intervento di nuova costruzione con il contesto agricolo

Consiglio di Stato

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Posto che il permesso di costruire attiene ad un’attività di carattere vincolato al rispetto della disciplina urbanistica (cfr. Consiglio Stato, sez. V 04 maggio 2004 n. 2694; Consiglio Stato, sez. IV, 03 febbraio 2006,n. 401), non può, infatti, consentirsi una arbitraria valutazione della compatibilità di un singolo intervento di nuova costruzione con il contesto agricolo. Il responsabile del servizio deve valutare la sussistenza dei presupposti oggettivi e soggettivi previsti dalla legge e dalle NTA per far luogo al titolo edilizio.

Consiglio di Stato

 
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Posto che il permesso di costruire attiene ad un’attività di carattere vincolato al rispetto della disciplina urbanistica (cfr. Consiglio Stato, sez. V 04 maggio 2004 n. 2694; Consiglio Stato, sez. IV, 03 febbraio 2006,n. 401), non può, infatti, consentirsi una arbitraria valutazione della compatib ... Continua a leggere

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giovedì 9 ottobre 2014 20:22

Permesso di costruire: la crisi congiunturale dell’edilizia non é motivo che può evitare il diniego di proroga dei lavori e di dichiarazione di decadenza del permesso di costruire

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 6.10.2014

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Nella controversia in esame la Quarta Sezione del Consiglio di Stato é chiamata a risolvere la questione della legittimità o meno dell’atto comunale di diniego di proroga dei lavori e di dichiarazione di decadenza del permesso di costruire. La richiesta di proroga è stata avanzata dagli interessati come esposto nel provvedimento in contestazione, per due precipue ragioni: a) per le incertezze economiche e finanziarie derivanti dall’operazione immobiliare in relazione al contenzioso intercorso col Comune circa la quantificazione del contributo di costruzione; b) per la grave crisi economica che ha afflitto il settore dell’edilizia con le relative, concrete ricadute. Ad avviso del Collegio occorre andare a verificare se tali ragioni collimano con le circostanze previste dall’art.15 del DPR n.380/2001 per farsi luogo alla proroga, come sostenuto dalla parte appellante, oppure no, come in sostanza assunto dall’Amministrazione comunale. Il citato articolo di legge prevede che “i termini possono essere prorogati con provvedimento motivato per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso” e ancora che … “ la proroga può essere accordata con provvedimento motivato esclusivamente in considerazione della mole dell’opera da realizzare o delle particolari caratteristiche tecnico- costruttive:..” Ebbene, il diniego risulta essere stato correttamente adottato, atteso che le ragioni addotte a sostegno della richiesta di proroga appaiono eccedere l’ambito naturale descritto dal citato art.15 per la concessione del beneficio de quo. La norma in questione presuppone infatti una condizione ben precisa, costituita dalla sopravvenienza di fatti estranei alla volontà del titolare della concessione edilizia e tali non sono le circostanze dedotte dai sigg.ri Marconi. Quanto al motivo costituito dalla crisi congiunturale dell’edilizia, trattasi invero, di ragioni di carattere generale attinenti a considerazioni di tipo economico del tutto generiche, non aventi, per l’astrattezza delle stesse, rilevanza alcuna con l’obbligo di osservare i tempi di inizio e completamento dei lavori, sicché appare del tutto impossibile considerare la “crisi congiunturale” un motivo valido per giustificare l’inerzia. Alcuna incidenza diretta e concreta può altresì avere la pendenza tra le stesse parti del contenzioso in ordine alla quantificazione del contributo di costruzione, la cui determinazione, come stabilita dal Comune, peraltro, nasce ed è conosciuta in coincidenza del rilascio del titolo ad aedificandum (e non successivamente). Non si riesce in ogni caso a comprendere invero il ruolo per così dire “paralizzante” della questione del quantum degli oneri concessori con riguardo ai termini fissati dal citato art.15, se non come circostanza del tutto estranea alla tempistica dei lavori, dovendosi altresì rilevare, a voler entrare nell’ottica della “ pesantezza” dei costi finanziari da sostenersi per l’operazione immobiliare, che non viene data dimostrazione della concreta incidenza sulla situazione finanziaria degli appellanti e tenuto altresì conto del fatto che in teoria un eventuale esito positivo della controversia consentirebbe la ripetizione degli oneri richiesti (in più) in pagamento. Ferma restando la inattendibilità ai fini della proroga delle circostanze addotte, neppure si invera la condizione, pure prevista dall’art.15 citato, secondo cui la proroga potrebbe essere possibile in considerazione della mole dell’opera da realizzare o delle sue particolari caratteristiche tecnico- costruttive : invero circostanze relative alla difficoltà di esecuzione delle modalità di realizzazione dell’opera edilizia non vengono minimamente in rilievo dalla documentazione di causa e comunque non sono rappresentate dagli interessati e tantomeno documentate. In definitiva sul punto occorre convenire che a sostegno della chiesta proroga parte appellante ha posto delle “problematiche” che non rispondono ai requisiti dettati dall’art.15 citato, perché non possono farsi rientrare tra i “ fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso”. Se così è, il Comune ha del pari correttamente proceduto a dichiarare la intervenuta decadenza del permesso di costruire, una volta accertata la impossibilità di accordare la chiesta proroga e quindi l’inverarsi di una colpevole inerzia nell’osservanza dei tempi di inizio e completamento dei lavori, quale presupposto di fatto e di diritto per la dichiarazione di decadenza (cfr Cons. Stato Sez. IV 7/9/2011 n. 5028; idem 29/1/2008 n. 249). Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 6.10.2014

 
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lunedì 30 luglio 2012 23:01

Nei centri storici volumetria e sagoma si pongono come limiti sia per gli interventi di ristrutturazione che non comportino demolizioni, sia nei casi di ristrutturazioni attuate attraverso le demolizioni: per mutare tali parametri non basta la denuncia di inizio attività, ma occorre il permesso di costruire

Consiglio di Stato

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Ai sensi dell'art. 22, t.u. 6 giugno 2001 n. 380 gli interventi sull’esistente realizzabili con la d.i.a. – in sostituzione del permesso di costruire -- di cui alla lett. c) dell’art. 10 del cit. D.P.R, sono gli interventi di ristrutturazione edilizia che portano ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportano aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, e se sono realizzate su immobili compresi nelle zone omogenee A, comportano mutamenti della destinazione d'uso. Come specificato dal secondo comma, la denuncia di inizio attività nei centri storici concerne interventi che: -- non devono incidere sui parametri urbanistici e sulle volumetrie; -- non devono modificare la destinazione d'uso e la categoria edilizia; -- non devono alterare la sagoma dell'edificio; -- non devono comunque violare le eventuali prescrizioni contenute nell’originario permesso di costruire. Il permesso è invece sempre necessario in caso di sostanziali variazioni di sagoma, volumetria e destinazione d'uso (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 21 maggio 2010, n. 3231). L’applicazione dell'art. 3 comma 1 lett. d) d.P.R. n. 380 del 2001 -- con cui era stata estesa la nozione di "ristrutturazione edilizia" sì da ricomprendervi pure gli interventi ricostruttivi consistenti nella demolizione – resta condizionata al fatto in tali ipotesi che "volumetria" e "sagoma" debbano rimanere assolutamente identiche. In altri termini, volumetria e sagoma, nei centri storici si pongono come limiti sia per gli interventi di ristrutturazione che non comportino demolizioni, sia nei casi di ristrutturazioni attuate attraverso le demolizioni: per mutare tali parametri non basta la denuncia di inizio attività, ma occorre il permesso di costruire (cfr. Cassazione penale, sez. III, 17 febbraio 2010, n. 16393).

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Ai sensi dell'art. 22, t.u. 6 giugno 2001 n. 380 gli interventi sull’esistente realizzabili con la d.i.a. – in sostituzione del permesso di costruire -- di cui alla lett. c) dell’art. 10 del cit. D.P.R, sono gli interventi di ristrutturazione edilizia che portano ad un organismo edilizio in tutto o ... Continua a leggere

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lunedì 31 marzo 2014 15:06

D.I.A.: si applica la giurisprudenza formatasi in tema di ricorso contro un permesso di costruire anche per il caso di terzo che intenda opporsi all’esecuzione di lavori eseguiti tramite d.i.a.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

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Per l’evidente analogia della situazione sostanziale, la posizione del terzo che intenda opporsi all’esecuzione di lavori eseguiti tramite d.i.a. è del tutto assimilabile a quella di chi impugni un permesso di costruire, in quanto anch’egli ha l’onere di contestare, nei termini di legge, un’autorizzazione (generalmente implicita) di natura provvedimentale (secondo la ricostruzione della normativa fatta da Cons. Stato, sez. IV, 29 luglio 2008, n. 3742 e poi da ad. plen., n. 15 del 2011, cit.). Là dove non sussista una differenza specifica, vale dunque la giurisprudenza formatasi in tema di ricorso contro un permesso di costruire. A questo proposito, che la regola sancita dall’art. 31, nono comma, della legge 17 agosto 1942, n. 1150 (secondo cui “chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali, della licenza edilizia e dei relativi atti di progetto e ricorrere contro il rilascio della licenza edilizia in quanto in contrasto con le disposizioni di leggi o dei regolamenti o con le prescrizioni di piano regolatore generale e dei piani particolareggiati di esecuzione”) non abbia inteso introdurre una forma di azione popolare, è affermazione troppo consolidata da non richiedere il sostegno di specifici precedenti. Secondo una giurisprudenza costante, la norma riconosce una posizione qualificata e differenziata solo in favore dei proprietari di immobili siti nella zona in cui la costruzione è permessa e a coloro che si trovano in una situazione di "stabile collegamento" con la stessa. Tale situazione di fatto, nella specie, non è contestata, poiché - al di là delle questioni circa la proprietà, il possesso, la cessione e la retrocessione di specifiche particelle - è indubbio che entrambi i varchi in oggetto (quello preesistente e quello di nuova apertura) insistano sul medesimo tratto di strada. D’altronde, pure a voler seguire quell’orientamento più restrittivo che, anche al fine di evitare una proliferazione incontrollata di ricorsi non fondati effettivamente sulla tutela di un interesse qualificato, ritiene la vicinitas condizione necessaria ma da sola non sufficiente a fondare la legittimazione e l’interesse al ricorso (Cons. Stato, sez. IV, 17 settembre 2012, n. 4924, citata dagli appellanti), nella fattispecie non manca una simile posizione differenziata in capo agli appellati, i quali, certamente titolari del diritto di accesso carrabile, negano, sulla base dell’interpretazione che danno della disciplina comunale in materia, che analogo diritto possa essere attribuito ex novo ad altri soggetti, anche al fine di evitare – come scrive correttamente il T.A.R. – “l’utilizzo indiscriminato della strada” e di garantire “la pubblica incolumità in quanto posta a servizio del letto alluvionale”.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

 
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mercoledì 18 giugno 2014 18:14

Scia e permesso di costruire: moduli unificati e semplificati per l’edilizia

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Funzione Pubblica del 17.6.2014

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La Funzione Pubblica rende che che sono stati adottati, con l'accordo Italia Semplice siglato il 12 giugno 2014 tra Governo, Regioni ed Enti Locali, i moduli unificati e semplificati per la SCIA edilizia e il permesso di costruire, previsti nella lettera aperta ai dipendenti pubblici e ai cittadini. Non verrà più chiesta la documentazione che l'amministrazione ha già. Basterà una semplice autocertificazione o l'indicazione degli elementi che consentono all'amministrazione di reperire la documentazione. Invece degli oltre 8000 moduli, sinora in uso, un solo modulo che, dove necessario, potrà essere adeguato alle specificità della normativa regionale. Il modello unificato agevolerà l'informatizzazione delle procedure e la trasparenza per cittadini e imprese. È solo un primo passo che dà attuazione all'accordo tra Governo, Regioni e Comuni per la riforma della PA e la semplificazione. Proseguirà l'impegno per: 1. verificare l'effettiva diffusione del modulo: il risultato non è raggiunto fino a quando non è percepito da imprese e cittadini; 2. adottare gli altri moduli per l'edilizia, l'ambiente e l'avvio delle attività produttive; proseguire con la semplificazione delle procedure connesse alle attività edilizie. Per scaricare i moduli cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Funzione Pubblica del 17.6.2014

 
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La Funzione Pubblica rende che che sono stati adottati, con l'accordo Italia Semplice siglato il 12 giugno 2014 tra Governo, Regioni ed Enti Locali, i moduli unificati e semplificati per la SCIA edilizia e il permesso di costruire, previsti nella lettera aperta ai dipendenti pubblici e ai cittadini ... Continua a leggere

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sabato 20 aprile 2013 22:06

La vicinitas tra fabbricati è sufficiente a integrare la legittimazione e l’interesse ad impugnare in giudizio un provvedimento che consente la realizzazione di un’opera edilizia in tesi illegittima, e il conseguente incremento del carico urbanistico della zona interessata

Consiglio di Stato

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E' questo il principio sancito nella sentenza in esame a tenore del quale la vicinitas tra fabbricati è sufficiente a integrare la legittimazione e l’interesse ad impugnare in giudizio un provvedimento che consente la realizzazione di un’opera edilizia in tesi illegittima, e il conseguente incremento del carico urbanistico della zona interessata. Tale considerazione vale tanto più nel caso di specie, nel quale legittimazione e interesse sono riferiti alla asserita violazione delle distanze e al maggior carico urbanistico derivante dal cambio di destinazione d’uso consentito dal Comune.

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E' questo il principio sancito nella sentenza in esame a tenore del quale la vicinitas tra fabbricati è sufficiente a integrare la legittimazione e l’interesse ad impugnare in giudizio un provvedimento che consente la realizzazione di un’opera edilizia in tesi illegittima, e il conseguente incremen ... Continua a leggere

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lunedì 27 febbraio 2012 12:03

Rilascio del permesso di costruire: Attività istruttoria dell'amministrazione per la verifica delle condizioni di ammissibilità e di legittimazione anche in ipotesi di comproprietà

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame rileva come seppur e' vero che, come la Sezione ha avuto modo di puntualizzare (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 8 giugno 2011, n.3508 ) che si deve escludere un obbligo del Comune di effettuare complessi accertamenti diretti a ricostruire tutte le vicende riguardanti la titolarità, o le limitazioni negoziali al diritto di costruire su un terreno (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 10 dicembre 2007, n. 6332); il permesso di costruire, infatti, non attribuisce alcun diritto soggettivo in conseguenza all'attività stessa, dato che il vicino ove reputi leso un proprio diritto soggettivo (ad es., in materia di distanze tra edifici) può sempre agire innanzi all'A.G. per la riduzione in pristino o il risarcimento del danno (cfr. Consiglio Stato, V, 19 marzo 1999, n. 277).Tuttavia, il primo comma dell’art. 11, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 espressamente prevede che il permesso di costruire è “rilasciato al proprietario dell'immobile o a chi abbia titolo per richiederlo”. La legge impone, cioè, tra gli specifici requisiti di legittimazione, che il richiedente dia lui in primis, la dimostrazione del possesso da parte sua dei titoli reali necessari per poter intervenire sull'immobile per cui si chiede la concessione edilizia, mentre il Comune è onerato solo della relativa verifica (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 7 settembre 2009, n. 5223; Consiglio Stato, sez. IV, 7 settembre 2007 n.4703; idem, 7 luglio 2005 n.3730). Secondo le regole generali, l'Amministrazione comunale, in sede di verifica dei presupposti procedimentali per l’istruttoria del permesso di costruire, deve, ai sensi dell’art. 6, 1° co. lett. a) della L. n. 241/1990 e s.m.i., verificare “…le condizioni di ammissibilità, i requisiti di legittimazione ed i presupposti rilevanti …” per l’adozione del provvedimento finale. I titoli per l'esercizio dello "ius aedificandi" costituiscono dunque un requisito documentale dell’istanza ed un presupposto legale per la futura edificazione, ma il difetto di tale dimostrazione da parte del richiedente impedisce all'amministrazione di procedere oltre nell'esame del progetto (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 12 maggio 2003, n. 2506).Anche in caso di comproprietà o di altri diritti reali è necessario: 1) che l’istante dichiari puntualmente il titolo di proprietà ed i titoli civilisticamente idonei che legittimano la sua istanza relativamente a tutte le aree direttamente interessate dall’intervento; ovvero alleghi manifestazioni scritte del consenso degli aventi diritto; 1) che il responsabile del procedimento verifichi l’ammissibilità complessiva della domanda.

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame rileva come seppur e' vero che, come la Sezione ha avuto modo di puntualizzare (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 8 giugno 2011, n.3508 ) che si deve escludere un obbligo del Comune di effettuare complessi accertamenti diretti a ricostruire tutte le vicend ... Continua a leggere

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lunedì 19 novembre 2012 14:05

Serve il permesso di costruire se la veranda, comportando l’aumento della superficie utile, determina una modifica del precedente organismo edilizio

TAR Lazio

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La realizzazione di una veranda, comportando l’aumento della superficie utile, determina una modifica del precedente organismo edilizio e deve essere qualificata come intervento di ristrutturazione edilizia secondo quanto previsto dall’art. 3 lettera d) d.p.r. n. 380/01 (TAR Marche n. 39/2012; TAR Campania – Napoli n. 5912/2011). Ne consegue che, ai sensi dell’art. 10 comma 1° lettera c) d.p.r. n. 380/01, l’intervento in esame avrebbe dovuto essere assentito con permesso di costruire la cui mancanza legittima l’applicazione della sanzione demolitoria prevista dall’art. 33 del medesimo testo normativo e applicata con provvedimento impugnato. Dall’esame degli atti di causa emerge che la veranda in esame, quale che sia l’intervento concretamente posto in essere in tempi recenti (mera sostituzione di struttura preesistente, come prospettano le ricorrenti, o realizzazione ex novo della stessa), è sprovvista di idoneo titolo edilizio abilitativo. Per altro, la risalenza dell’opera ad epoca antecedente al 1967, per come concretamente dedotta nel gravame, è circostanza che, al più, legittima il trasferimento per atto inter vivos dei manufatti, così come previsto dall’art. 46 d.p.r. n. 380/01, ma non determina la regolarità edilizia degli stessi dal momento che già l’art. 31 l. n. 1150/42 richiedeva la “licenza” del sindaco per la realizzazione di opere quali quella oggetto di causa “nei centri abitati” (TAR Sicilia – Palermo n. 1735/2011). Pertanto, la prospettata risalenza del manufatto ad epoca anteriore al 1967 non influisce sull’abusività dello stesso e, pertanto, sulla legittimità della sanzione demolitoria irrogata con il provvedimento impugnato.

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La realizzazione di una veranda, comportando l’aumento della superficie utile, determina una modifica del precedente organismo edilizio e deve essere qualificata come intervento di ristrutturazione edilizia secondo quanto previsto dall’art. 3 lettera d) d.p.r. n. 380/01 (TAR Marche n. 39/2012; TAR ... Continua a leggere

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mercoledì 8 ottobre 2014 17:39

Ambiente: la valutazione di impatto ambientale non è un mero atto (tecnico) di gestione rientrante nelle attribuzioni dei dirigenti, trattandosi di un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico - amministrativo

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 2.19.2014

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La giurisprudenza ha ripetutamente affermato (Cons. St., sez. V, 31 maggio 2012, n. 3254; 22 giugno 2009, n. 4206; sez. IV, 22 gennaio 2013, n. 361; 5 luglio 2010, n. 4246; VI, 17 maggio 2006, n. 2851) che, alla stregua dei principi comunitari e nazionali, oltre che delle sue stesse peculiari finalità, la valutazione di impatto ambientale non si sostanzia in una mera verifica di natura tecnica circa la astratta compatibilità ambientale dell'opera, ma implica una complessa e approfondita analisi comparativa tesa a valutare il sacrificio ambientale imposto rispetto all'utilità socio - economica, tenuto conto anche delle alternative possibili e dei riflessi sulla stessa c.d. opzione - zero; in particolare, è stato evidenziato che "la natura schiettamente discrezionale della decisione finale (e della preliminare verifica di assoggettabilità), sul versante tecnico ed anche amministrativo, rende allora fisiologico ed obbediente alla ratio su evidenziata che si pervenga ad una soluzione negativa ove l'intervento proposto cagioni un sacrificio ambientale superiore a quello necessario per il soddisfacimento dell'interesse diverso sotteso all'iniziativa; da qui la possibilità di bocciare progetti che arrechino vulnus non giustificato da esigenze produttive, ma suscettibile di venir meno, per il tramite di soluzioni meno impattanti in conformità al criterio dello sviluppo sostenibile e alla logica della proporzionalità tra consumazione delle risorse naturali e benefici per la collettività che deve governare il bilanciamento di istanze antagoniste” (Cons. St, sez. IV, 5 luglio 2010, n. 4246; sez. VI, 22 febbraio 2007, n. 933). La valutazione di impatto ambientale non è perciò un mero atto (tecnico) di gestione ovvero di amministrazione in senso stretto, rientrante come tale nelle attribuzioni proprie dei dirigenti, trattandosi piuttosto di un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico - amministrativo con particolare riferimento al corretto uso del territorio (in senso ampio), attraverso la cura ed il bilanciamento della molteplicità dei (contrapposti) interessi, pubblici (urbanistici, naturalistici, paesistici, nonché di sviluppo economico - sociale) e privati. Ciò del resto è del tutto coerente con la funzione stessa della valutazione di impatto ambientale che (Cons. St., sez. IV, 9 gennaio 2014, n. 36), “è preordinata alla salvaguardia dell'habitat nel quale l'uomo vive, che assurge a valore primario ed assoluto, in quanto espressivo della personalità umana (Cons. St., sez. VI, 18 marzo 2008, n. 1109), attribuendo ad ogni singolo un autentico diritto fondamentale, di derivazione comunitaria (direttiva 27 luglio 1985 n. 85/337/CEE, concernente la valutazione dell'impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati); diritto che obbliga l'amministrazione a giustificare, quantomeno ex post ed a richiesta dell'interessato, le ragioni del rifiuto di sottoporre un progetto a V.I.A. all'esito di verifica preliminare (Corte giust. 30 aprile 2009, C75/08). A tali fini, l'ambiente rileva non solo come paesaggio, ma anche come assetto del territorio, comprensivo di ogni suo profilo, e finanche degli aspetti scientifico-naturalistici (come quelli relativi alla protezione di una particolare flora e fauna), pur non afferenti specificamente ai profili estetici della zona”, sottolineandosi che la stessa Corte Costituzionale (sent. 7 novembre 2007, n. 367), ha affermato che "lo stesso aspetto del territorio, per i contenuti ambientali e culturali che contiene, è di per sé un valore costituzionale", da intendersi come valore "primario" (Corte Cost., sentt. nn. 151/1986; 182/2006), ed "assoluto" (sent. n. 641/1987). E’ stato anche sottolineato che proprio per le finalità cui è preordinata la valutazione di impatto ambientale, la disciplina relativa normativa ha prefigurato un modello di istruttoria aperto ai contributi partecipativi dei soggetti portatori di interessi pubblici e privati coinvolti nell'opera, con la conseguenza che l'impegno motivazionale dell'autorità deliberante è tanto più pregnante quanto più l'istruttoria abbia fatto emergere, mediante apporti partecipativi di soggetti, pubblici e privati, anche esponenziali di interessi collettivi, ricadute potenzialmente negative sul contesto ambientale ed insediativo interessato dall'iniziativa (Cons. St., sez. V, 18 aprile 2012, n. 2234), fermo restando che l’amministrazione, nel rendere il giudizio di valutazione ambientale, esercita un'amplissima discrezionalità che non si esaurisce in un mero giudizio tecnico, in quanto tale suscettibile di verificazione tout court sulla base di oggettivi criteri di misurazione, ma presenta al contempo profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa e istituzionale in relazione all'apprezzamento degli interessi pubblici e privati coinvolti, con conseguenti limiti al sindacato giurisdizionale sulla determinazione finale emessa (Cons. St., sez. V, 27 marzo 2013, n. 1783). Sono state inoltre delineate le differenze tra valutazione di impatto ambientale e autorizzazione integrata ambientale, evidenziando che mentre la prima si sostanzia in una complessa e approfondita analisi comparativa tesa a valutare il sacrificio ambientale imposto dal progetto rispetto all'utilità socio-economica dallo stesso ritraibile, tenuto conto anche delle alternativi possibili e dei riflessi sulla c.d. opzione zero, investendo propriamente gli aspetti localizzativi e strutturali di un impianto (e più in generale dell'opera da realizzare), la seconda - introdotta nel nostro ordinamento in attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento - è atto che sostituisce, con un unico titolo abilitativo, tutti i numerosi titoli che erano invece precedentemente necessari per far funzionare un impianto industriale inquinante, assicurando così efficacia, efficienza, speditezza ed economicità all'azione amministrativa nel giusto contemperamento degli interessi pubblici e privati in gioco, e incide quindi sugli aspetti gestionali dell'impianto (Cons. St, sez. V, 17 gennaio 2012, n. 5292). Per scaricare la sentenza clicca su "Accedi al Provvedimento".

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La giurisprudenza ha ripetutamente affermato (Cons. St., sez. V, 31 maggio 2012, n. 3254; 22 giugno 2009, n. 4206; sez. IV, 22 gennaio 2013, n. 361; 5 luglio 2010, n. 4246; VI, 17 maggio 2006, n. 2851) che, alla stregua dei principi comunitari e nazionali, oltre che delle sue stesse peculiari final ... Continua a leggere

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