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domenica 27 luglio 2014 12:01

Manutenzione straordinaria, risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia: il frazionamento di immobile realizza un aumento dell’impatto sul territorio incompatibile con il semplice restauro

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 7.7.2014

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Per consolidati principi giurisprudenziali affinché sia ravvisabile un intervento di ristrutturazione edilizia, è sufficiente che risultino modificati la distribuzione della superficie interna e dei volumi ovvero l'ordine in cui erano disposte le diverse porzioni dell'edificio, per il solo fine di rendere più agevole la destinazione d'uso esistente. Ciò determina il rinnovo degli elementi costitutivi dell'edificio ed un'alterazione dell'originaria fisionomia e consistenza fisica dell'immobile, incompatibili con i concetti di manutenzione straordinaria e di risanamento conservativo, che presuppongono la realizzazione di opere che lascino inalterata la struttura dell'edificio e la distribuzione interna della sua superficie (Cons. Stato Sez. V, 17-03-2014, n. 1326). In questo ambito si pone senza ombra di dubbio il frazionamento di immobile (nella specie da sei a tredici unità) che, stante l’autonoma utilizzabilità, realizza anche un aumento dell’impatto sul territorio incompatibile con il semplice restauro (Cons. St. Sez. IV, 17-05-2012, n. 2838). Per scaricare la sentenza cliccare su " Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 7.7.2014

 
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L'utilizzazione dei contenuti di Gazzetta Amministrativa da parte di altre testate, siti internet, giornali, televisione, ecc., è consentita esclusivamente con indicazione della fonte "www.gazzettaamministrativa.it" e contestuale link o collegamento alla pagina di pubblicazione del contenuto di volta in volta attenzionato.

Per consolidati principi giurisprudenziali affinché sia ravvisabile un intervento di ristrutturazione edilizia, è sufficiente che risultino modificati la distribuzione della superficie interna e dei volumi ovvero l'ordine in cui erano disposte le diverse porzioni dell'edificio, per il solo fine di ... Continua a leggere

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mercoledì 8 gennaio 2014 15:43

L’intervento di risanamento conservativo disciplinato all’art. 3, lettera c), del d.P.R. n. 380 del 2001, non consente la demolizione del manufatto, essendo necessario dar corso quantomeno ad un intervento di “ristrutturazione edilizia”

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI

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Nel giudizio in esame l’intervento edilizio realizzato dagli appellanti a seguito di d.i.a riguardava lavori relativi ad opere di risanamento conservativo, manutenzione ordinaria e straordinaria. Senonchè i lavori in concreto eseguiti sono consistiti nella demolizione e nella ricostruzione del vano tecnico posto al terzo piano, ciò che non era consentito dal titolo edilizio formatosi a seguito della presentazione della suddetta d.i.a.. L’intervento di risanamento conservativo, così come disciplinato all’art. 3, lettera c), del d.P.R. n. 380 del 2001, non consente la demolizione del manufatto, a tal uopo essendo necessario dar corso quantomeno ad un intervento di “ristrutturazione edilizia” (art. 3, lett. d) d.P.R. cit.). E tuttavia tale tipologia di intervento edilizio era in ogni caso inibita ai ricorrenti in ragione della disciplina urbanistica dell’area ove ricade il loro fabbricato, azzonata nel p.r.g. comunale come “A2- risanamento conservativo”. Corretta pertanto appare, come rilevato dal giudice di primo grado, la determinazione del Comune di Tivoli che ha negato accoglimento all’istanza di permesso di costruire per accertamento di conformità presentata dagli appellanti ai sensi dell’art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001, non essendo consentita la ristrutturazione edilizia mediante demolizione e ricostruzione degli immobili posti in zona A2. Donde la legittimità dell’ordine di demolizione del vano posto al terzo piano e della riduzione in pristino delle altre opere interne realizzate al secondo piano in difformità dal titolo (per questa parte, tuttavia, non constano specifici motivi di censura).

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI

 
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domenica 6 aprile 2014 21:51

Ristrutturazione edilizia: gli interventi edilizi che alterano, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l’originaria consistenza fisica di un immobile e comportano l’inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi rientrano nell’ambito della ristrutturazione edilizia

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V

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Con il primo motivo di appello l'appellante lamenta violazione degli artt. 3 e 25 della legge n. 47/1985, eccesso di potere per falso presupposto di fatto e diritto. L'appellante sostiene che i lavori assentiti avrebbero natura funzionale e non strutturale, atteso che quelli effettuati all'interno dell'immobile sarebbero consistiti nella messa a norma degli impianti tecnici, nella sostituzione o eliminazione di tramezzi e nell'inserimento "in un più ampio contesto di un ambiente privo di qualsiasi autonomia strutturale … ". I lavori effettuati all'esterno sarebbero, invece, consistiti nel rendere funzionale una porta lasciando inalterato l'aspetto degli immobili. L'appellante deduce, altresì, che il cambio di destinazione d'uso non avrebbe rilievo, in quanto l'immobile in questione sarebbe idoneo a svolgere, per le sue caratteristiche originarie, sia l'uso ad abitazione che a studio professionale. In ordine a quanto assunto, giova evidenziare, preliminarmente, che i primi giudici hanno ritenuto che il pagamento del contributo concessorio fosse dovuto in quanto le opere realizzate erano state qualificate dallo stesso ricorrente come di ristrutturazione e parziale cambio di destinazione e che non si è, quindi, trattato di mutamento d'uso meramente funzionale. L’intervento era, pertanto, qualificabile di manutenzione straordinaria, ai sensi dell'art. 31 della legge 457/1978. Inoltre, i lavori hanno interessato un immobile vincolato ex legge n. 1089/1939, riconducibili per la loro natura a quelli qualificati dall'art. 7 del regolamento edilizio, all'epoca vigente, come di ristrutturazione ed assoggettati a concessione onerosa. Quanto sostenuto dal T.A.R. è da condividere, atteso che la giurisprudenza è dell’avviso che gli interventi edilizi che alterino, anche sotto il profilo della distribuzione interna, l’originaria consistenza fisica di un immobile e comportino l’inserimento di nuovi impianti e la modifica e ridistribuzione dei volumi, non si configurano né come manutenzione straordinaria, né come restauro o risanamento conservativo, ma rientrano nell’ambito della ristrutturazione edilizia (Consiglio di Stato, sez. V, 17 dicembre 1996 n. 1551). In altre parole, affinché sia ravvisabile un intervento di ristrutturazione edilizia è sufficiente che risultino modificati la distribuzione della superficie interna e dei volumi, ovvero l’ordine in cui erano disposte le diverse porzioni dell'edificio, per il solo fine di rendere più agevole la destinazione d’uso esistente. Anche in questi casi si configura il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio ed un’alterazione dell’originaria fisionomia e consistenza fisica dell'immobile, incompatibili con i concetti di manutenzione straordinaria e di risanamento conservativo, che presuppongono la realizzazione di opere che lascino inalterata la struttura dell'edificio e la distribuzione interna della sua superficie (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 18 ottobre 2002 n. 5775; Consiglio di Stato, sez. V , 23 maggio 2000 n. 2988). Una "ristrutturazione" nei termini definiti dall'art. 31 comma 1 lett. d) della legge 5 agosto 1978 n. 457, si configura tale quando l'immobile sul quale si lavora resta immutato non solo nella forma, nel volume e nell’altezza, ma quando i lavori effettuati sono di lieve entità. Come evidenziato analiticamente dal Comune, le opere assentite con la concessione in sanatoria non sono state, invece, di modesta entità, consistendo in "nuove forature e tamponatura di entrata", nel completo rifacimento degli impianti elettrico, idrosanitario, di riscaldamento e condizionamento e nella demolizione di parte del muro divisorio tra le originarie distinte unità immobiliari in questione, con conseguente accorpamento delle stesse. Trattasi, pertanto, di opere di ristrutturazione la cui disciplina sul piano edilizio, non è, pertanto, dissimile da quelle di cui all'art. 31 lett. b) della legge 457/1978, che considera lavori di manutenzione straordinaria le modifiche rivolte a rinnovare e sostituire le parti anche strutturali degli edifici o a realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari o tecnologici, purché non ne siano alterati i volumi, le superfici e, soprattutto, la destinazione d'uso. Come ritenuto dal Comune, quindi, gli interventi di manutenzione straordinaria, associati ad un cambio di destinazione d'uso sono sottratti al regime autorizzatorio e ricadono tra le ristrutturazioni assoggettate a concessione onerosa.

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domenica 10 febbraio 2013 12:14

E' ristrutturazione edilizia e basta la sola D.I.A. se l'intervento e' di fedele ricostruzione del preesistente con stessa volumetria e sagoma

TAR Campania

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Per giurisprudenza costante sono interventi di ristrutturazione edilizia, assentibili a mezzo d.i.a., i soli interventi di ricostruzione fedele della preesistenza-quanto a volumetria e/o sagoma - in forza della previsione di cui all’art. 3 comma 1 lett. d) D.P.R. 380/01, ultima parte, secondo cui “Nell'ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia sono ricompresi anche quelli consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica”. Ne consegue che vanno annoverati fra gli interventi di nuova costruzione, necessitanti di permesso di costruire, gli interventi di ricostruzione non fedele della preesistenza, ovvero diversi nella volumetria e/o nella sagoma, occorrendo la coincidenza sia della superficie che della sagoma ai fini della configurabilità di un intervento di ristrutturazione edilizia, assentibile a mezzo d.i.a.. Lo stesso Consiglio di Stato, con la sentenza sez. VI, 15 maggio 2012 n. 2782, si è inoltre pronunciato sulla necessità del permesso di costruire, e quindi sulla configurabilità, nella fattispecie sottoposta alla sua attenzione, del divieto di cui all’art. 5 l.r. 35/87, in relazione ad un intervento di demolizione e ricostruzione per il quale non risultava provata la fedeltà rispetto alla preesistenza.

TAR Campania

 
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mercoledì 17 aprile 2013 17:51

E' inapplicabile la DIA ai manufatti abusivi non sanati

Consiglio di Stato

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Giurisprudenza uniforme rammenta come non possano essere destinatari dei provvedimenti di assenso al regime della d.i.a. manufatti abusivi che non siano stati sanati o condonati, in quanto gli interventi ulteriori - sia pure riconducibili a manutenzione straordinaria, restauro e/o risanamento conservativo oppure ristrutturazione – “ripetono le caratteristiche di illegittimità dell’opera cui ineriscono strutturalmente” (Cass. pen., III, 24 ottobre 2008 n. 45070; id., 19 aprile 2006 n. 21490).

Consiglio di Stato

 
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sabato 10 novembre 2012 08:56

Non basta la d.i.a per le opere connotate da ampliamento dei prospetti, da modifica di destinazione e da modifiche interne

TAR Campania

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Il giudice amministrativo nella sentenza in esame in ordine alla violazione dell’art. 37 testo unico edilizia rileva che: a) la modificazione dei prospetti è espressamente soggetta a permesso di costruire ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera c), del DPR n. 380 del 2001; b) il muretto di recinzione, per giurisprudenza costante, solo in caso di modeste strutture senza opere murarie (quali quelle con rete metallica sorretta da paletti in ferro o di legno senza muretto di sostegno, tipiche dei fondi rustici), non necessita del permesso di costruire e può essere incluso fra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o comunque la delimitazione delle singole proprietà, ed in questi casi è anzi possibile effettuare una semplice d.i.a.; diversamente, è invece richiesto il permesso di costruire quando la recinzione determina una irreversibile trasformazione dello stato dei luoghi, come nel caso di recinzione costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo (cfr. T.A.R. Basilicata, sez. I, 28 febbraio 2012, n. 93; T.A.R. Campania, Napoli, sez. IV, 3 aprile 2012, n. 1542; T.A.R. Puglia Lecce, sez. I, 2 novembre 2011, n. 1918); c) in materia edilizia, le opere interne e gli interventi di ristrutturazione urbanistica, come pure quelli di manutenzione straordinaria, di restauro e di risanamento conservativo, necessitano del preventivo rilascio del permesso di costruire ogni qual volta comportino mutamento di destinazione d'uso (T.A.R. Sardegna, sez. II, 6 ottobre 2008, n. 1822), mutazione d’uso pacificamente avvenuta nella specie. A ciò si aggiunga che solo il cambio di destinazione d'uso fra categorie edilizie omogenee non necessita di permesso di costruire (in quanto non incide sul carico urbanistico), mentre, allorché lo stesso intervenga tra categorie edilizie funzionalmente autonome e non omogenee, si integra in questa ipotesi una modificazione edilizia con effetti incidenti sul carico urbanistico, con conseguente assoggettamento al regime del permesso di costruire, indipendentemente dall'esecuzione di opere (cfr. T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 28 ottobre 2011, n. 5063; T.A.R. Campania Napoli, sez. IV, 17 gennaio 2011, n. 221; T.A.R. Lazio Roma, sez. I, 16 luglio 2009, n. 7030). In conclusione le opere connotate da ampliamento dei prospetti, da modifica di destinazione e da modifiche interne vanno annoverate nella ristrutturazione c.d. pesante e non tra le ristrutturazioni minori o cosiddette leggere, come tali rientranti nella previsione dell'art. 10, comma 1, lett. c), d.P.R. n. 380 del 2001 e dunque non sottoposte al regime ordinario della d.i.a. ma a quello del permesso di costruire (T.A.R. Toscana, sez. III, 1° settembre 2011, n. 1373).

TAR Campania

 
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Il giudice amministrativo nella sentenza in esame in ordine alla violazione dell’art. 37 testo unico edilizia rileva che: a) la modificazione dei prospetti è espressamente soggetta a permesso di costruire ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera c), del DPR n. 380 del 2001; b) il muretto di recinzio ... Continua a leggere

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domenica 9 giugno 2013 10:17

E' necessario il permesso di costruire se le opere agganciate al muro perimetrale danno luogo alla modificazione della sagoma e dei prospetti

Consiglio di Stato

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L’art. 10 del d.p.r. n. 380 del 2001 prevede che sono subordinati al rilascio del permesso di costruire, tra l’altro, gli interventi di ristrutturazione edilizia che comportino modifiche della sagoma e dei prospetti. La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha già avuto modo di affermare che le opere, sopra indicate, essendo, come nella specie, agganciate al muro perimetrale danno luogo alla predetta modificazione, con la conseguente necessità del permesso di costruire (Cons. Stato, IV, 29 aprile 2011, n. 2549).

Consiglio di Stato

 
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L’art. 10 del d.p.r. n. 380 del 2001 prevede che sono subordinati al rilascio del permesso di costruire, tra l’altro, gli interventi di ristrutturazione edilizia che comportino modifiche della sagoma e dei prospetti. La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha già avuto modo di affermare che le ope ... Continua a leggere

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lunedì 30 luglio 2012 23:01

Nei centri storici volumetria e sagoma si pongono come limiti sia per gli interventi di ristrutturazione che non comportino demolizioni, sia nei casi di ristrutturazioni attuate attraverso le demolizioni: per mutare tali parametri non basta la denuncia di inizio attività, ma occorre il permesso di costruire

Consiglio di Stato

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Ai sensi dell'art. 22, t.u. 6 giugno 2001 n. 380 gli interventi sull’esistente realizzabili con la d.i.a. – in sostituzione del permesso di costruire -- di cui alla lett. c) dell’art. 10 del cit. D.P.R, sono gli interventi di ristrutturazione edilizia che portano ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportano aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici, e se sono realizzate su immobili compresi nelle zone omogenee A, comportano mutamenti della destinazione d'uso. Come specificato dal secondo comma, la denuncia di inizio attività nei centri storici concerne interventi che: -- non devono incidere sui parametri urbanistici e sulle volumetrie; -- non devono modificare la destinazione d'uso e la categoria edilizia; -- non devono alterare la sagoma dell'edificio; -- non devono comunque violare le eventuali prescrizioni contenute nell’originario permesso di costruire. Il permesso è invece sempre necessario in caso di sostanziali variazioni di sagoma, volumetria e destinazione d'uso (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 21 maggio 2010, n. 3231). L’applicazione dell'art. 3 comma 1 lett. d) d.P.R. n. 380 del 2001 -- con cui era stata estesa la nozione di "ristrutturazione edilizia" sì da ricomprendervi pure gli interventi ricostruttivi consistenti nella demolizione – resta condizionata al fatto in tali ipotesi che "volumetria" e "sagoma" debbano rimanere assolutamente identiche. In altri termini, volumetria e sagoma, nei centri storici si pongono come limiti sia per gli interventi di ristrutturazione che non comportino demolizioni, sia nei casi di ristrutturazioni attuate attraverso le demolizioni: per mutare tali parametri non basta la denuncia di inizio attività, ma occorre il permesso di costruire (cfr. Cassazione penale, sez. III, 17 febbraio 2010, n. 16393).

Consiglio di Stato

 
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Ai sensi dell'art. 22, t.u. 6 giugno 2001 n. 380 gli interventi sull’esistente realizzabili con la d.i.a. – in sostituzione del permesso di costruire -- di cui alla lett. c) dell’art. 10 del cit. D.P.R, sono gli interventi di ristrutturazione edilizia che portano ad un organismo edilizio in tutto o ... Continua a leggere

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mercoledì 14 maggio 2014 17:56

Ristrutturazione edilizia: l’unica deroga all’esigenza di mantenere immutata volumetria e sagoma, per potersi mantenere nell’ambito della ristrutturazione edilizia, riguarda le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 12.5.2014

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L'elemento che, in linea generale, contraddistingue la ristrutturazione dalla nuova edificazione deve rinvenirsi nella già avvenuta trasformazione del territorio, mediante una edificazione di cui si conservi la struttura fisica (sia pure con la sovrapposizione di un "insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente": art. 3, comma 1, lett. d), t.u.) ovvero la cui stessa struttura fisica venga del tutto sostituita, ma - in quest'ultimo caso - con ricostruzione, se non "fedele" (per effetto della modifica apportata al testo unico dal decreto legislativo 27 dicembre 2002, n. 301), comunque rispettosa della volumetria e della sagoma della costruzione preesistente (sez. IV, 30 maggio 2013, n. 2972). L’unica deroga all’esigenza di mantenere immutata volumetria e sagoma, per potersi mantenere nell’ambito della ristrutturazione edilizia, è data con riguardo alle “sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica” (lett. d), in fine), che davvero non sembrano venire in questione nella vicenda. Nel caso di specie, la parte appellata non contesta quanto il Comune afferma nel proprio ricorso (pag. 10), e cioè che, alla stregua del progetto per cui il permesso di costruire è stato richiesto, “la tipologia costruttiva dei materiali e dei muri, la sagoma ed il volume del nuovo manufatto (villetta in muratura) non corrisponderebbero in nulla all’esistente (ricovero in legno)”. L’intervento progettato fuoriesce così dall’ambito concettuale della ristrutturazione per divenire invece “intervento di nuova costruzione” (ex art. 3, comma 1, lett. e), t.u.). Legittimamente, dunque, il Comune ha respinto la domanda volta al rilascio di un titolo edilizio inteso a realizzare un’opera che solo in termini del tutto atecnici potrebbe qualificarsi come ristrutturazione edilizia, comportando in realtà - secondo l’oggetto testualmente indicato nella documentazione a corredo della domanda - un ampliamento del fabbricato. Posto che le disposizioni del testo unico costituiscono “i principi fondamentali e generali e le disposizioni per la disciplina dell'attività edilizia” (art. 1, comma 1), qualunque previsione del P.R.G. comunale, ove per avventura difforme, rimarrebbe comunque inefficace. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. VI del 12.5.2014

 
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L'elemento che, in linea generale, contraddistingue la ristrutturazione dalla nuova edificazione deve rinvenirsi nella già avvenuta trasformazione del territorio, mediante una edificazione di cui si conservi la struttura fisica (sia pure con la sovrapposizione di un "insieme sistematico di opere, ... Continua a leggere

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domenica 14 settembre 2014 18:43

Edilizia: e' necessario il permesso di costruire se il soppalco comporta aumento della superficie utile con conseguente aggravio del carico urbanistico

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 3.9.2014

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La questione centrale sottoposta all'attenzione della Quarta Sezione del Consiglio di Stato riguarda la violazione dell’art. 26 della legge n. 47/1985, in base al quale “non sono soggette a concessione né ad autorizzazione le opere interne alle costruzioni che non siano in contrasto con gli strumenti urbanistici adottati o approvati e con i regolamenti edilizi vigenti, non comportino modifiche della sagoma della costruzione, dei prospetti, né aumento delle superfici utili e del numero delle unità immobiliari, non modifichino la destinazione d'uso delle costruzioni e delle singole unità immobiliari, non rechino pregiudizio alla statica dell'immobile e, per quanto riguarda gli immobili compresi nelle zone indicate alla lettera A dell'art. 2 del decreto ministeriale 2-4-1968, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 97 del 16 aprile 1968, rispettino le originarie caratteristiche costruttive”. Al riguardo il TAR ha osservato che: “il soppalco realizzato, avente superficie di 20 mq. e posto a mt. 1,98 dal soffitto, amplia in maniera significativa la superficie calpestabile dell’immobile destinato ad attività commerciale di proprietà della ricorrente” e, creando una ulteriore superficie calpestabile ed autonomi spazi, “ rientra nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia, di cui alla lettera c) del comma primo dell'articolo 10 D.P.R. n. 380/01, dal momento che determina una modifica della superficie utile dell'appartamento con conseguente aggravio del carico urbanistico e, pertanto, necessita del permesso di costruire”. In contrario l’appellante si limita a sottolineare come il soppalco possa essere utilizzato all’archivio di materiale e documenti, il che tuttavia, ad avviso del Collegio, non intacca il dato oggettivo dell’aumento della superficie utilizzabile (espressamente citato dalla norma come ostacolo al regime delle opere interne) e quindi non inficia la tesi seguita dal TAR. Per scaricare gratuitamente la sentenza cliccare su "Accedi al provvedimento".

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lunedì 5 maggio 2014 14:52

Super D.I.A.: demolizione e ricostruzione non sono restauro conservativo ma "ristrutturazione pesante"

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 28.4.2014

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Nella controversia giunta all'attenzione della Quinta Sezione del Consiglio di Stato il ricorrente contesta la qualificazione dell’intervento edilizio operata dal comune sostenendosi la tesi che, nella specie, sarebbe stato realizzato un intervento di restauro conservativo. Il Collegio ha ritenuto in accoglibile l'eccezione, avendo fatto buon governo, il comune prima e il T.a.r. poi, delle norme e dei principi elaborati sul punto dalla giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. fra le tante Sez. V, n. 7325 del 2004), secondo cui gli interventi di demolizione e ricostruzione non possono mai sussumersi nel genus del restauro conservativo ma in quello della c.d. “ristrutturazione pesante” che presuppone l’emanazione di una regolare concessione edilizia (oggi permesso di costruire o c.d. super d.i.a.). In fatto è sufficiente osservare sul punto che da tutta la documentazione tecnica acquisita al fascicolo d’ufficio emerge pacificamente l’entità e consistenza delle opere realizzate che devono necessariamente qualificarsi come interventi di ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione. Con il quarto mezzo il ricorrente lamenta poi il contrasto fra il contenuto del parere della Soprintendenza – acquisito a suo tempo ai sensi dell’art. 9, co. 4, l. n. 47 del 1985 cit., oggi art. 33, co. 4, t.u. edilizia) – che aveva imposto il ripristino per le sole opere esterne, ed il provvedimento sindacale di ingiunzione che invece ha ordinato al privato di ripristinare in toto la preesistente opera. Anche tale mezzo è stato ritenuto infondato atteso che la Soprintendenza, come risulta dal tenore testuale del parere, non ha vietato al comune (né avrebbe potuto alla stregua del micro ordinamento di settore), di ordinare l’integrale ripristino del corpo di fabbrica preesistente anche relativamente agli aspetti interni, trattandosi di scelta ampiamente discrezionale rimessa dalla legge alle insindacabili valutazioni degli organi tecnici comunali; valutazione, nel caso di specie, preceduta da una adeguata istruttoria e comunque non affetta da manifesta irragionevolezza o abnormità. Anche il quinto mezzo d'impugnazione e' stato rigettato laddove il ricorrente lamenta che il comune, una volta ordinata la demolizione, in una con il parere della Soprintendenza, non avrebbe potuto rinviare ad una fase successiva l’opzione fra l’una e l’altra sanzione. Come rilevato dalla giurisprudenza in casi analoghi (cfr. Cons. St., sez. VI, n. 2001 del 2013), la possibilità di sostituire la sanzione demolitoria con quella pecuniaria deve essere valutata dall’amministrazione competente nella fase esecutiva del procedimento potendo avvenire contestualmente all’emanazione del provvedimento di ripristino solo in caso di impossibilità della demolizione sulla scorta di una valutazione tecnica rimessa in via esclusiva alla medesima. Per continuare nella lettura della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. V del 28.4.2014

 
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Nella controversia giunta all'attenzione della Quinta Sezione del Consiglio di Stato il ricorrente contesta la qualificazione dell’intervento edilizio operata dal comune sostenendosi la tesi che, nella specie, sarebbe stato realizzato un intervento di restauro conservativo. Il Collegio ha ritenuto ... Continua a leggere

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lunedì 12 novembre 2012 23:00

E' esclusa la condonabilità degli interventi edificatori realizzati in aree nelle quali siano consentite solo opere di risanamento conservativo

Consiglio di Stato

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Nella vicenda in esame il diniego di sanatoria del Comune è motivato con riferimento al disposto dell’art. 33, lett. a), L. 28 febbraio 1985, n. 47, in quanto l’opera in oggetto realizzata nell’ambito di un fabbricato vincolato a risanamento conservativo determina un evidente peggioramento architettonico di una Piazza. Il Collegio ha ritenuto che il diniego di sanatoria costituisce la doverosa applicazione della disciplina dettata dall’art. 14 delle norme tecniche d’attuazione del P.R.G. che, per le aree comprese nel centro storico (zona A), consente solo interventi di restauro scientifico o risanamento conservativo finalizzati alla conservazione e alla salvaguardia di quegli elementi che concorrono a qualificare il contesto ambientale, vietando ogni costruzione, anche di carattere provvisorio. Viene quindi in rilievo un vincolo urbanistico di assoluta inedificabilità che, ai sensi dell’art. 33, comma 1, lett. a), della legge 28 febbraio 1985, n. 47, impedisce la sanatoria dell’opera abusiva in esame, concretatasi nella sostanziale sopraelevazione dell’edificio e nella costruzione di un nuovo vano. Risulta pertinente al caso di specie il condivisibile insegnamento giurisprudenziale (Cons. Stato sez. V, 25 settembre 1995, n. 1346) secondo cui l’art. 33, comma 1, l. n. 47/1985 citato, richiamato dal provvedimento impugnato e applicabile anche ai vincoli imposti in sede di pianificazione urbanistica, esclude la condonabilità degli interventi edificatori realizzati in aree nelle quali siano consentite solo opere di risanamento conservativo.

Consiglio di Stato

 
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Nella vicenda in esame il diniego di sanatoria del Comune è motivato con riferimento al disposto dell’art. 33, lett. a), L. 28 febbraio 1985, n. 47, in quanto l’opera in oggetto realizzata nell’ambito di un fabbricato vincolato a risanamento conservativo determina un evidente peggioramento architet ... Continua a leggere

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lunedì 31 marzo 2014 15:06

D.I.A.: si applica la giurisprudenza formatasi in tema di ricorso contro un permesso di costruire anche per il caso di terzo che intenda opporsi all’esecuzione di lavori eseguiti tramite d.i.a.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

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Per l’evidente analogia della situazione sostanziale, la posizione del terzo che intenda opporsi all’esecuzione di lavori eseguiti tramite d.i.a. è del tutto assimilabile a quella di chi impugni un permesso di costruire, in quanto anch’egli ha l’onere di contestare, nei termini di legge, un’autorizzazione (generalmente implicita) di natura provvedimentale (secondo la ricostruzione della normativa fatta da Cons. Stato, sez. IV, 29 luglio 2008, n. 3742 e poi da ad. plen., n. 15 del 2011, cit.). Là dove non sussista una differenza specifica, vale dunque la giurisprudenza formatasi in tema di ricorso contro un permesso di costruire. A questo proposito, che la regola sancita dall’art. 31, nono comma, della legge 17 agosto 1942, n. 1150 (secondo cui “chiunque può prendere visione presso gli uffici comunali, della licenza edilizia e dei relativi atti di progetto e ricorrere contro il rilascio della licenza edilizia in quanto in contrasto con le disposizioni di leggi o dei regolamenti o con le prescrizioni di piano regolatore generale e dei piani particolareggiati di esecuzione”) non abbia inteso introdurre una forma di azione popolare, è affermazione troppo consolidata da non richiedere il sostegno di specifici precedenti. Secondo una giurisprudenza costante, la norma riconosce una posizione qualificata e differenziata solo in favore dei proprietari di immobili siti nella zona in cui la costruzione è permessa e a coloro che si trovano in una situazione di "stabile collegamento" con la stessa. Tale situazione di fatto, nella specie, non è contestata, poiché - al di là delle questioni circa la proprietà, il possesso, la cessione e la retrocessione di specifiche particelle - è indubbio che entrambi i varchi in oggetto (quello preesistente e quello di nuova apertura) insistano sul medesimo tratto di strada. D’altronde, pure a voler seguire quell’orientamento più restrittivo che, anche al fine di evitare una proliferazione incontrollata di ricorsi non fondati effettivamente sulla tutela di un interesse qualificato, ritiene la vicinitas condizione necessaria ma da sola non sufficiente a fondare la legittimazione e l’interesse al ricorso (Cons. Stato, sez. IV, 17 settembre 2012, n. 4924, citata dagli appellanti), nella fattispecie non manca una simile posizione differenziata in capo agli appellati, i quali, certamente titolari del diritto di accesso carrabile, negano, sulla base dell’interpretazione che danno della disciplina comunale in materia, che analogo diritto possa essere attribuito ex novo ad altri soggetti, anche al fine di evitare – come scrive correttamente il T.A.R. – “l’utilizzo indiscriminato della strada” e di garantire “la pubblica incolumità in quanto posta a servizio del letto alluvionale”.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

 
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mercoledì 18 giugno 2014 18:14

Scia e permesso di costruire: moduli unificati e semplificati per l’edilizia

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Funzione Pubblica del 17.6.2014

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La Funzione Pubblica rende che che sono stati adottati, con l'accordo Italia Semplice siglato il 12 giugno 2014 tra Governo, Regioni ed Enti Locali, i moduli unificati e semplificati per la SCIA edilizia e il permesso di costruire, previsti nella lettera aperta ai dipendenti pubblici e ai cittadini. Non verrà più chiesta la documentazione che l'amministrazione ha già. Basterà una semplice autocertificazione o l'indicazione degli elementi che consentono all'amministrazione di reperire la documentazione. Invece degli oltre 8000 moduli, sinora in uso, un solo modulo che, dove necessario, potrà essere adeguato alle specificità della normativa regionale. Il modello unificato agevolerà l'informatizzazione delle procedure e la trasparenza per cittadini e imprese. È solo un primo passo che dà attuazione all'accordo tra Governo, Regioni e Comuni per la riforma della PA e la semplificazione. Proseguirà l'impegno per: 1. verificare l'effettiva diffusione del modulo: il risultato non è raggiunto fino a quando non è percepito da imprese e cittadini; 2. adottare gli altri moduli per l'edilizia, l'ambiente e l'avvio delle attività produttive; proseguire con la semplificazione delle procedure connesse alle attività edilizie. Per scaricare i moduli cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Funzione Pubblica del 17.6.2014

 
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La Funzione Pubblica rende che che sono stati adottati, con l'accordo Italia Semplice siglato il 12 giugno 2014 tra Governo, Regioni ed Enti Locali, i moduli unificati e semplificati per la SCIA edilizia e il permesso di costruire, previsti nella lettera aperta ai dipendenti pubblici e ai cittadini ... Continua a leggere

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domenica 10 novembre 2013 12:28

Pertinenza urbanistica: la trasformazione urbanistica ed edilizia della pompeiana in una struttura (chiosco) permanentemente fissa e coperta a servizio della pizzeria-ristorante necessita del permesso di costruire

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

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La nozione di "pertinenza urbanistica" ha peculiarità sue proprie, che la distinguono da quella civilistica: deve trattarsi, invero, di un'opera - che abbia comunque una propria individualità fisica ed una propria conformazione strutturale e non sia parte integrante o costitutiva di altro fabbricato - preordinata ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o comunque dotata di un volume minimo tale da non indurre un ulteriore carico urbanistico e da non avere una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell'immobile cui accede (Cass. Pen., sez. III, 24 marzo 2010, n. 24241; Cons. Stato, sez. V, 18 aprile 2001, n. 2325; sez. VI, 8 marzo 2000, n. 1174). Nella specie, l’intervento innovativo contestato dal Comune, non semplicemente conservativo e manutentivo della pompeiana in asserita pertinenza con la villa, viene invece a realizzare una diversa connessione fisica e una mutata strumentalità funzionale, che deve ricondursi non alla nozione di servizio ma a quella di integrazione della diversa attività d’uso cui accede, in quanto tale implicante il previo rilascio del permesso di costruire finalizzato alla nuova essenza configurata dell’immobile (Cons. St., sez. IV, 25 maggio 2011, n. 3134; sez. V, 22 ottobre 2007, n. 5515). Deriva da ciò, come sostenuto dal Comune, la trasformazione urbanistica ed edilizia della pompeiana in una struttura (chiosco) permanentemente fissa e coperta a servizio della pizzeria-ristorante, necessitante, alla stregua di pacifica giurisprudenza, del permesso di costruire per le ragioni incrementative prima precisate dell’assetto del territorio.

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato

 
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giovedì 7 marzo 2013 18:45

Cartolarizzazione di immobili pubblici classificati di "pregio": la fatiscenza in cui versa l'immobile non basta ad escludere la caratteristica di pregio

Consiglio di Stato

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Nel giudizio in esame si controverte della possibilità di considerare “non di pregio”, con conseguente titolo alla riduzione del corrispettivo nella misura del 30% rispetto al valore di mercato, gli immobili posti nel centro storico, in relazione alle addotte condizioni di degrado dei medesimi. Il Consiglio di Stato rileva, sul piano generale, che l’art. 3, comma 13 d.-l. n. 351 del 2001 stabilisce che “Si considerano comunque di pregio gli immobili situati nei centri storici urbani, ad eccezione di quelli individuati nei decreti di cui al comma 1, su proposta dell’Agenzia del territorio, che si trovino in stato di degrado e per i quali sono necessari interventi di restauro e di risanamento conservativo ovvero di ristrutturazione edilizia”. Per escludere la caratteristica del pregio connesso alla collocazione in centro storico degli immobili da dismettere, è, dunque richiesta la compresenza di due elementi, costituiti dallo stato di degrado e dalla necessità di interventi di restauro, risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia, con la conseguenza che non vale ad integrare il presupposto per la riduzione del prezzo la sola situazione di vetustà o anche di fatiscenza in cui può versare l’immobile, che secondo l’id quod plerumque accidit può richiedere più o meno urgenti interventi di adeguamento degli impianti, di rifacimento degli intonaci interni e delle facciate ecc., non riconducibili alla tipologia più radicale degli interventi edilizi suddetti e che non precludono una sicura e dignitosa abitazione (cfr. Cons. Stato, VI, 10 settembre 2008, n. 4320 del 2008; v. anche Cons. Stato, VI, 10 maggio 2010, n. 2808; con riferimento alla nozione di degrado come implicante una situazione oggettiva del bene che lo rende inidoneo all’originaria destinazione ad uso abitativo per condizioni di igienicità, sicurezza e assetto strutturale cfr. Cons. Stato, VI, 5 giugno 2006, n. 3340).

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martedì 26 agosto 2014 15:10

Demolizione e ricostruzione: e' possibile diminuire la volumetria preesistente in sede di ristrutturazione edilizia

nota dell'Avv. Paolo Turco alla sentenza del TAR Campania Napoli del 25.7.2014

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Il Tar Napoli, nella sentenza 25 luglio 2014 n. 4265 sottolinea la possibilità di diminuire la volumetria in sede di ristrutturazione edilizia. Ciò in linea con le politiche sociali ed economiche degli ultimi tempi. In passato infatti, la normativa in materia era piuttosto rigida, nel senso che anche una diminuzione di volume poteva rappresentare un abuso edilizio benchè sottoposto ad una modesta sanzione. Soprattutto, poi, nelle aree vincolate era necessario il parere delle autorità competenti e l’utilizzo di materiali adeguati. Orbene, con tale sentenza c’è stata un’ evoluzione, se così la si può definire, del testo unico DPR 380/2001 in materia. Dunque, ricostruzione possibile con diminuzione di volume senza incorrere nella scure dell’abusivismo edilizio.

nota dell'Avv. Paolo Turco alla sentenza del TAR Campania Napoli del 25.7.2014

 
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Il Tar Napoli, nella sentenza 25 luglio 2014 n. 4265 sottolinea la possibilità di diminuire la volumetria in sede di ristrutturazione edilizia. Ciò in linea con le politiche sociali ed economiche degli ultimi tempi. In passato infatti, la normativa in materia era piuttosto rigida, nel senso che ... Continua a leggere

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giovedì 9 ottobre 2014 20:22

Permesso di costruire: la crisi congiunturale dell’edilizia non é motivo che può evitare il diniego di proroga dei lavori e di dichiarazione di decadenza del permesso di costruire

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 6.10.2014

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Nella controversia in esame la Quarta Sezione del Consiglio di Stato é chiamata a risolvere la questione della legittimità o meno dell’atto comunale di diniego di proroga dei lavori e di dichiarazione di decadenza del permesso di costruire. La richiesta di proroga è stata avanzata dagli interessati come esposto nel provvedimento in contestazione, per due precipue ragioni: a) per le incertezze economiche e finanziarie derivanti dall’operazione immobiliare in relazione al contenzioso intercorso col Comune circa la quantificazione del contributo di costruzione; b) per la grave crisi economica che ha afflitto il settore dell’edilizia con le relative, concrete ricadute. Ad avviso del Collegio occorre andare a verificare se tali ragioni collimano con le circostanze previste dall’art.15 del DPR n.380/2001 per farsi luogo alla proroga, come sostenuto dalla parte appellante, oppure no, come in sostanza assunto dall’Amministrazione comunale. Il citato articolo di legge prevede che “i termini possono essere prorogati con provvedimento motivato per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso” e ancora che … “ la proroga può essere accordata con provvedimento motivato esclusivamente in considerazione della mole dell’opera da realizzare o delle particolari caratteristiche tecnico- costruttive:..” Ebbene, il diniego risulta essere stato correttamente adottato, atteso che le ragioni addotte a sostegno della richiesta di proroga appaiono eccedere l’ambito naturale descritto dal citato art.15 per la concessione del beneficio de quo. La norma in questione presuppone infatti una condizione ben precisa, costituita dalla sopravvenienza di fatti estranei alla volontà del titolare della concessione edilizia e tali non sono le circostanze dedotte dai sigg.ri Marconi. Quanto al motivo costituito dalla crisi congiunturale dell’edilizia, trattasi invero, di ragioni di carattere generale attinenti a considerazioni di tipo economico del tutto generiche, non aventi, per l’astrattezza delle stesse, rilevanza alcuna con l’obbligo di osservare i tempi di inizio e completamento dei lavori, sicché appare del tutto impossibile considerare la “crisi congiunturale” un motivo valido per giustificare l’inerzia. Alcuna incidenza diretta e concreta può altresì avere la pendenza tra le stesse parti del contenzioso in ordine alla quantificazione del contributo di costruzione, la cui determinazione, come stabilita dal Comune, peraltro, nasce ed è conosciuta in coincidenza del rilascio del titolo ad aedificandum (e non successivamente). Non si riesce in ogni caso a comprendere invero il ruolo per così dire “paralizzante” della questione del quantum degli oneri concessori con riguardo ai termini fissati dal citato art.15, se non come circostanza del tutto estranea alla tempistica dei lavori, dovendosi altresì rilevare, a voler entrare nell’ottica della “ pesantezza” dei costi finanziari da sostenersi per l’operazione immobiliare, che non viene data dimostrazione della concreta incidenza sulla situazione finanziaria degli appellanti e tenuto altresì conto del fatto che in teoria un eventuale esito positivo della controversia consentirebbe la ripetizione degli oneri richiesti (in più) in pagamento. Ferma restando la inattendibilità ai fini della proroga delle circostanze addotte, neppure si invera la condizione, pure prevista dall’art.15 citato, secondo cui la proroga potrebbe essere possibile in considerazione della mole dell’opera da realizzare o delle sue particolari caratteristiche tecnico- costruttive : invero circostanze relative alla difficoltà di esecuzione delle modalità di realizzazione dell’opera edilizia non vengono minimamente in rilievo dalla documentazione di causa e comunque non sono rappresentate dagli interessati e tantomeno documentate. In definitiva sul punto occorre convenire che a sostegno della chiesta proroga parte appellante ha posto delle “problematiche” che non rispondono ai requisiti dettati dall’art.15 citato, perché non possono farsi rientrare tra i “ fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso”. Se così è, il Comune ha del pari correttamente proceduto a dichiarare la intervenuta decadenza del permesso di costruire, una volta accertata la impossibilità di accordare la chiesta proroga e quindi l’inverarsi di una colpevole inerzia nell’osservanza dei tempi di inizio e completamento dei lavori, quale presupposto di fatto e di diritto per la dichiarazione di decadenza (cfr Cons. Stato Sez. IV 7/9/2011 n. 5028; idem 29/1/2008 n. 249). Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 6.10.2014

 
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lunedì 19 novembre 2012 14:05

Serve il permesso di costruire se la veranda, comportando l’aumento della superficie utile, determina una modifica del precedente organismo edilizio

TAR Lazio

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La realizzazione di una veranda, comportando l’aumento della superficie utile, determina una modifica del precedente organismo edilizio e deve essere qualificata come intervento di ristrutturazione edilizia secondo quanto previsto dall’art. 3 lettera d) d.p.r. n. 380/01 (TAR Marche n. 39/2012; TAR Campania – Napoli n. 5912/2011). Ne consegue che, ai sensi dell’art. 10 comma 1° lettera c) d.p.r. n. 380/01, l’intervento in esame avrebbe dovuto essere assentito con permesso di costruire la cui mancanza legittima l’applicazione della sanzione demolitoria prevista dall’art. 33 del medesimo testo normativo e applicata con provvedimento impugnato. Dall’esame degli atti di causa emerge che la veranda in esame, quale che sia l’intervento concretamente posto in essere in tempi recenti (mera sostituzione di struttura preesistente, come prospettano le ricorrenti, o realizzazione ex novo della stessa), è sprovvista di idoneo titolo edilizio abilitativo. Per altro, la risalenza dell’opera ad epoca antecedente al 1967, per come concretamente dedotta nel gravame, è circostanza che, al più, legittima il trasferimento per atto inter vivos dei manufatti, così come previsto dall’art. 46 d.p.r. n. 380/01, ma non determina la regolarità edilizia degli stessi dal momento che già l’art. 31 l. n. 1150/42 richiedeva la “licenza” del sindaco per la realizzazione di opere quali quella oggetto di causa “nei centri abitati” (TAR Sicilia – Palermo n. 1735/2011). Pertanto, la prospettata risalenza del manufatto ad epoca anteriore al 1967 non influisce sull’abusività dello stesso e, pertanto, sulla legittimità della sanzione demolitoria irrogata con il provvedimento impugnato.

TAR Lazio

 
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domenica 24 novembre 2013 16:09

Edilizia: l'amministrazione in sede di rilascio del permesso di costruire non è tenuta a svolgere complessi accertamenti diretti a ricostruire tutte le vicende riguardanti la titolarità dell'immobile ed a ricercare le limitazioni negoziali al diritto di costruire

segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV

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In sede di rilascio del permesso di costruire l'amministrazione non è tenuta a svolgere complessi accertamenti diretti a ricostruire tutte le vicende riguardanti la titolarità dell'immobile,ovvero a ricercare le limitazioni negoziali al diritto di costruire (cfr. Cons. Stato. Sez. IV, 8 giugno 2011 n. 3508 e 10 dicembre 2007, n. 6332), e in specie, verificata l'esistenza di un titolo (in se incontestato) costitutivo di servitù di passaggio carrabile e pedonale a favore del fondo dominante, e come tale idoneo a legittimare la domanda di permesso di costruire (principio affatto pacifico secondo giurisprudenza risalente: cfr. Cons. Stato, Sez. IV 16 marzo 1984 n. 141) non è tenuta ad operare approfondimenti in ordine alle modalità di esercizio dello jus in re aliena, al fine di valutare se le opere edilizie, finalizzate all'esercizio della servitù, modificative e/o sostitutive di altre opere preesistenti, costituiscano innovazioni più o meno gravose, e quindi escluse ai sensi degli artt. 1065 e 1069 cod. civ., tenuto conto che il permesso è rilasciato con salvezza dei diritti dei terzi, con la connessa facoltà del proprietario del fondo servente di agire dinanzi alla competente autorità giurisdizionale ordinaria per far dichiarare l'illiceità delle nuove e più gravose modalità di esercizio, ai sensi dell'art. 1079 cod. civ.

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In sede di rilascio del permesso di costruire l'amministrazione non è tenuta a svolgere complessi accertamenti diretti a ricostruire tutte le vicende riguardanti la titolarità dell'immobile,ovvero a ricercare le limitazioni negoziali al diritto di costruire (cfr. Cons. Stato. Sez. IV, 8 giugno 2011 ... Continua a leggere

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lunedì 27 febbraio 2012 12:03

Rilascio del permesso di costruire: Attività istruttoria dell'amministrazione per la verifica delle condizioni di ammissibilità e di legittimazione anche in ipotesi di comproprietà

Consiglio di Stato

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Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame rileva come seppur e' vero che, come la Sezione ha avuto modo di puntualizzare (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 8 giugno 2011, n.3508 ) che si deve escludere un obbligo del Comune di effettuare complessi accertamenti diretti a ricostruire tutte le vicende riguardanti la titolarità, o le limitazioni negoziali al diritto di costruire su un terreno (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 10 dicembre 2007, n. 6332); il permesso di costruire, infatti, non attribuisce alcun diritto soggettivo in conseguenza all'attività stessa, dato che il vicino ove reputi leso un proprio diritto soggettivo (ad es., in materia di distanze tra edifici) può sempre agire innanzi all'A.G. per la riduzione in pristino o il risarcimento del danno (cfr. Consiglio Stato, V, 19 marzo 1999, n. 277).Tuttavia, il primo comma dell’art. 11, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 espressamente prevede che il permesso di costruire è “rilasciato al proprietario dell'immobile o a chi abbia titolo per richiederlo”. La legge impone, cioè, tra gli specifici requisiti di legittimazione, che il richiedente dia lui in primis, la dimostrazione del possesso da parte sua dei titoli reali necessari per poter intervenire sull'immobile per cui si chiede la concessione edilizia, mentre il Comune è onerato solo della relativa verifica (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 7 settembre 2009, n. 5223; Consiglio Stato, sez. IV, 7 settembre 2007 n.4703; idem, 7 luglio 2005 n.3730). Secondo le regole generali, l'Amministrazione comunale, in sede di verifica dei presupposti procedimentali per l’istruttoria del permesso di costruire, deve, ai sensi dell’art. 6, 1° co. lett. a) della L. n. 241/1990 e s.m.i., verificare “…le condizioni di ammissibilità, i requisiti di legittimazione ed i presupposti rilevanti …” per l’adozione del provvedimento finale. I titoli per l'esercizio dello "ius aedificandi" costituiscono dunque un requisito documentale dell’istanza ed un presupposto legale per la futura edificazione, ma il difetto di tale dimostrazione da parte del richiedente impedisce all'amministrazione di procedere oltre nell'esame del progetto (cfr. Consiglio Stato, sez. V, 12 maggio 2003, n. 2506).Anche in caso di comproprietà o di altri diritti reali è necessario: 1) che l’istante dichiari puntualmente il titolo di proprietà ed i titoli civilisticamente idonei che legittimano la sua istanza relativamente a tutte le aree direttamente interessate dall’intervento; ovvero alleghi manifestazioni scritte del consenso degli aventi diritto; 1) che il responsabile del procedimento verifichi l’ammissibilità complessiva della domanda.

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